Celiachia: cos’è e come si effettua la diagnosi

Cos’è la Celiachia

La Celiachia, o malattia celiaca, è una patologia multifattoriale cronica, di tipo autoimmune, che provoca una reazione immunitaria dell’organismo causata dall’assunzione di glutine.

Si tratta di un’enteropatia infiammatoria permanente che provoca il danneggiamento della mucosa intestinale fino all’atrofia dei villi, con conseguente malassorbimento dei nutrienti. Il danno intestinale può causare perdita di peso, gonfiore e talvolta diarrea. Il malassorbimento in particolare di vitamine e oligoelementi può causare danni a diversi organi tra cui sistema nervoso, sistema scheletrico, apparato riproduttivo, sistema sanguigno.

Esistono diversi tipi di malattia celiaca:

  1. Forma tipica o classica: esordisce nei primi 6-24 mesi dalla nascita, poco dopo l’inizio dello svezzamento. Essa è caratterizzata da diarrea, dolori addominali, meteorismo, inappetenza e vomito.
  2. Forma atipica: esordisce in fase tardiva, ma anche in età adulta ed è caratterizzata da forti dolori addominali, associati a sintomi extra-intestinali quali anemia, che comporta stanchezza cronica e spossatezza, osteopenia, dermatite erpetiforme, anoressia, comparsa recidiva di afte, alterazioni dello smalto dentale, stipsi, alopecia, carenza di oligoelementi e altri nutrienti. Nei bambini questi sintomi da malassorbimento possono portare a rachitismo, bassa statura e ritardo nello sviluppo dei caratteri sessuali secondari durante la pubertà.
  3. Forma silente: non sussistono sintomi particolari, e viene riscontrata nei gruppi a rischio per familiarità, oppure in individui affetti da altre patologie autoimmuni.
  4. Forma latente: nessun sintomo percepito e nessun danno alla barriera intestinale rilevato, ma i risultati sierologici sono positivi. Questa forma si può presentare ed evolvere in celiachia conclamata a distanza di tempo ed è quindi consigliabile effettuare monitoraggi e controlli periodici in questi soggetti a rischio.

L’incidenza della Celiachia in Italia è stimata in 1 soggetto su 100.

Glutine: cos’è e dove si trova

Il glutine è un complesso proteico costituito da due classi di proteine: glutenine e prolamine. Tale complesso di proteine è contenuto in alcuni cereali quali: frumento, farro, orzo, segale, monococco, Kamut (grano khorasan) spelta, triticale, avena in chicchi. Ad oggi, l’avena risulta ancora annoverata tra gli allergeni contenenti glutine, questo perché può essere contaminata, anche se si ritiene che naturalmente non ne contenga. La condizione necessaria per essere consumata e impiegata come ingrediente nei prodotti senza glutine è quella di avere un contenuto di glutine inferiore ai 20 ppm.
alimenti senza glutine celiachia

Altre problematiche legate all’assunzione di glutine: la Sensibilità al glutine (Gluten Sensitivity) e l’allergia al grano

Oltre alla Celiachia esistono altre due condizioni verso gli alimenti contenenti glutine:

  • L’allergia al grano: è una reazione allergica IgE mediata alle proteine di alcuni componenti del grano (non solo il glutine). Ogni volta che il soggetto assume il grano, il sistema immunitario entra in azione, riconoscendo e attaccando le proteine in questione e attivando così la liberazione di una serie di sostanze tra cui in particolare l’istamina) responsabili dei sintomi allergici.
  • La Sensibilità al Glutine (Gluten sensitivity): definita anche sensibilità al glutine non celiaca, è una condizione che si stima interessi dal 6 all’8% della popolazione, e riguarda soggetti che soffrono di disturbi legati all’assunzione di glutine, ma non sono né celiaci né allergici al frumento. Spesso viene riscontrata in chi soffre di colon irritabile e infiammazioni intestinali, poiché più facilmente il cibo non completamente digerito entra in contatto con l’immunità e scatena una risposta infiammatoria. A differenza della celiachia, nella sensibilità al glutine la sintomatologia è più riconducibile a quella data dalle reazioni avverse agli alimenti IgG mediate, le cosiddette ‘allergie ritardate’, o più conosciute ma impropriamente definite ‘intolleranze alimentari’.

Come si effettua la diagnosi di Celiachia e valutazione della predisposizione genetica

Gli esami a disposizione del Medico per porre diagnosi di Celiachia comprendono: esami sierologici di primo livello, e in caso di risultati positivi, gastroscopia con biopsia a livello del duodeno.

A tal proposito Il Gluten Sensitivity & Celiac Test è uno screening sierologico che permette di valutare un fondato sospetto di celiachia attraverso l’analisi di marcatori altamente sensibili e specifici come le IgA totali, IgA o IgG Anti-Transglutaminasi, inoltre permette di valutare eventuali sospetti di sensibilità al glutine non celiaca attraverso la valutazione di due marcatori che ad oggi sono considerati i più sensibili per valutare questa condizione, come le IgA e IgG Anti-Gliadina.

Ricordiamo anche che Il glutine non va mai escluso totalmente dalla dieta senza aver prima effettuato gli accertamenti previsti per la Celiachia.

Esiste anche una predisposizione genetica alla patologia, dovuta ad un particolare assetto di HLA: HLA DQ2 e HLA-DQ8. È possibile valutare questi poliformismi attraverso un test genetico che viene eseguito tramite con una metodica real time PCR, tramite un prelievo di tampone buccale.

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Consigli di trattamento

Non esiste una cura per la Celiachia, ma seguire una scrupolosa alimentazione senza glutine è l’unica indicazione per gestire i sintomi e promuovere la guarigione intestinale. Oltre all’eliminazione degli alimenti che contengono glutine dalla dieta, è molto importante adottare rigidi comportamenti per ridurre al minimo il rischio di contaminazione di posate, stoviglie e degli alimenti stessi.

L’Associazione Italiana Celiachia (AIC) realizza e mantiene aggiornata, con l’aiuto di esperti del settore, una “classificazione” delle tipologie di alimenti in riferimento al rischio di contenere glutine.

  • ALIMENTI PERMESSI: alimenti che possono essere consumati liberamente, in quanto naturalmente privi di glutine o appartenenti a categorie alimentari non a rischio per i celiaci, poiché nel corso del loro processo produttivo non sussiste rischio di contaminazione.
  • ALIMENTI A RISCHIO: alimenti che potrebbero contenere glutine in quantità superiore ai 20 ppm o a rischio di contaminazione e per i quali è necessario conoscere e controllare gli ingredienti ed i processi di lavorazione. I prodotti di queste categorie che vengono valutati come idonei dall’AIC vengono inseriti nel Prontuario AIC degli Alimenti.
  • ALIMENTI VIETATI perché contengono glutine

Questa classificazione viene chiamata “ABC della dieta dei celiaci” ed ha l’obiettivo di semplificare l’accesso sicuro ai prodotti. Viene utilizzata sia dalle famiglie dei pazienti celiaci, sia dai ristoratori che offrono pasti senza glutine, sia dai professionisti della salute, ed è basata sull’analisi dei processi produttivi da parte di tecnici esperti. Il mercato alimentare è in costante evoluzione, da un lato per seguire le esigenze dei consumatori, dall’altro perché i processi produttivi si evolvono e migliorano, ed è possibile che nel tempo l’ABC subisca modifiche.

Quando introdurre il glutine durante l’alimentazione complementare (svezzamento)

Il glutine può essere introdotto fin dall’inizio dello svezzamento. Le linee guida sull’inizio dell’alimentazione complementare consigliano l’introduzione di alimenti contenenti glutine fin dalle prime fasi dello svezzamento, già a partire dai 4 mesi e non oltre i 12 mesi di vita. La Società Europea di Gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione Pediatrica afferma che l’introduzione del glutine in questa fascia d’età, non aumenta il rischio di celiachia negli anni successivi. Al momento dello svezzamento potremmo non sapere se nostro figlio ha la predisposizione genetica allo sviluppo di celiachia, per cui è bene fare maggiore attenzione in presenza di un parente di primo grado celiaco, ma anche in questo caso è consigliato non superare i 12 mesi d’età per la sua introduzione nella dieta dei bambini.

Bibliografia

  • European Society of Paediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition https://www.espghan.org
  • Associazione Italiana Celiachia (AIC) https://www.celiachia.it
  • Caio G, Volta U, Tovoli F, De Giorgio R. Effect of gluten free diet on immune response to gliadin in patients with non-celiac gluten sensitivity.BMC Gastroenterol. 2014 Feb 13;14:26.
  • Catassi C, Bai JC, Bonaz B, Bouma G, Calabrò A, Carroccio A, Castillejo G, Ciacci C, Cristofori F, Dolinsek J, Francavilla R, Elli L, Green P, Holtmeier W, Koehler P, Koletzko S, Meinhold C, Sanders D, Schumann M, Schuppan D, Ullrich R, Vécsei A, Volta U, Zevallos V, Sapone A, Fasano A. Non-Celiac Gluten sensitivity: the new frontier of gluten related disorders. Nutrients. 2013 Sep 26;5(10):3839-53. Review.
  • Volta U, Bardella MT, Calabrò A, Troncone R, Corazza GR; Study Group for Non-Celiac Gluten Sensitivity. An Italian prospective multicenter survey on patients suspected of having non-celiac gluten sensitivity.BMC Med. 2014 May 23;12:85.
  • Sapone A, Bai JC, Ciacci C, Dolinsek J, Green PH, Hadjivassiliou M, Kaukinen K, Rostami K, Sanders DS, Schumann M, Ullrich R, Villalta D, Volta U, Catassi C, Fasano A. Spectrum of gluten-related disorders: consensus on new nomenclature and classification. BMC Med. 2012 Feb 7;10:13.
  • Sapone A, Lammers KM, Casolaro V, Cammarota M, Giuliano MT, De Rosa M, Stefanile R, Mazzarella G, Tolone C, Russo MI, Esposito P, Ferraraccio F, Cartenì M, Riegler G, de Magistris L, Fasano A. Divergence of gut permeability and mucosal immune gene expression in two gluten-associated conditions: celiac disease and gluten sensitivity. BMC Med. 2011 Mar 9;9:23.
  • Giacomo Caio, Umberto Volta, Francesco Tovoli, Roberto De Giorgio. Effect of gluten free diet on immune response to gliadin in patients with non-celiac gluten sensitivity. BMC Gastroenterol. 2014; 14: 26. Published online 2014 February 13.

Regala salute: una nuova idea di dono, con il 20% di sconto a Natale!

NatrixLab ti offre la possibilità di prenderti cura dei tuoi cari mediante un gesto di affetto all’insegna del benessere e della prevenzione: abbiamo voluto chiamarlo Regala Salute.
Grazie a questa iniziativa potrai andare presso il centro Natrix più vicino a casa tua e regalare a chi vuoi uno dei test NatrixLab oppure una consulenza nutrizionale.

Come funziona Regala Salute?

Il funzionamento di Regala Salute è molto semplice, eccolo spiegato in pochi punti:

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Per usufruire di Regala Salute clicca sul bottone qui sotto: verrai indirizzato a un modulo di richiesta informazioni nel quale dovrai inserire i tuoi dati e indicare il servizio, ti indicheremo il Centro NatrixLab più vicino!

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Cinque luoghi comuni sulla nutrizione

Il luogo comune è un’affermazione la cui attinenza al vero è fondata sulla sua diffusione, ricorrenza o familiarità: l’ovvietà dell’affermazione non deriva quindi dal vaglio di alcuna prova, anzi molto spesso non se ne ricorda la fonte, né ci si attende che venga sottoposto a critica o falsificazione.
Con questo non si intende dire che in tali affermazioni non ci sia un fondo di verità: solo occorre accertarsi che tale nucleo originario non sia stato superato dal progredire delle conoscenze, e non sia stato nascosto dalle stratificazioni successive, accumulate nel corso del tempo dall’opinione comune.
In questo articolo prendiamo in esame cinque luoghi comuni sulla nutrizione, che abbiamo notato essere particolarmente diffusi, provando a distinguere in ciascuno il vero dal falso.

  1. I grassi fanno male.
    Considerato che le patologie cardiovascolari sono la prima causa di morte al mondo, e considerata la stretta connessione fra tali patologie, il colesterolo e un’alimentazione troppo ricca di grassi saturi, è opinione comune che i grassi siano sempre e comunque dannosi.
    In realtà i lipidi svolgono negli organismi viventi una serie di ruoli indispensabili: oltre ad essere una riserva di energia, entrano nella costituzione delle membrane biologiche, regolano gli scambi metabolici, proteggono dagli agenti esterni e svolgono una importante funzione ormonale.
    Ci sono quindi grassi buoni e grassi cattivi: quelli buoni, ovvero i mono e poli insaturi, che dovrebbero rientrare nella nostra dieta (specialmente gli omega 3 e omega 6), e quelli cattivi, ovvero i grassi saturi, trans e idrogenati, da evitare in quanto all’origine del colesterolo LDL.
  2. Il Kamut® va bene per i celiaci.
    È opinione piuttosto diffusa che il Kamut® sia un cereale senza glutine, quindi adatto a soggetti affetti da morbo celiaco o da sensibilità al glutine non celiaca.
    Non è vero. Il Kamut® appartiene alla famiglia delle graminacee, ed essendo un antenato del grano duro, contiene glutine eccome.
    Non solo: tralasciando l’ipotesi del ritrovamento in una tomba egizia nella metà del secolo scorso (da qui viene anche chiamato ‘grano del faraone’), il Kamut® è un marchio registrato di proprietà della società statunitense Kamut. In sostanza, per utilizzare il termine nel contesto della denominazione di un prodotto alimentare, si dovrebbe pagare una royalty.
  3. Lo sport fa bene.
    L’attività fisica, a ragione, è associata al prendersi cura di sé e al benessere, in quanto aiuta a tenere sotto controllo il saldo calorico e innesca processi enzimatici e ormonali che inducono allo ‘star bene’.
    Non è sempre vero: se la durata oppure la frequenza degli allenamenti è troppo elevata, si va incontro al sovrallenamento (overtraining), che proprio bene non fa.
    Durante la corsa, ad esempio, circa il 95% dell’ossigeno viene impiegato dalle cellule per produrre energia, mentre la restante parte induce la formazione di radicali liberi.
    E se l’attività fisica fa sì che il nostro organismo aumenti le capacità difensive contro l’aggressione da parte di queste molecole, instaurando una sorta di equilibrio tra la produzione di radicali e la naturale capacità dell’organismo di neutralizzarli, nell’overtraining tale equilibrio vien meno: l’aumento del consumo di ossigeno e quello dei processi infiammatori indotti dai microtraumi muscolari e articolari che si creano durante l’allenamento ingenerano una condizione di stress ossidativo.
    In conclusione possiamo dire che lo sport è come un farmaco: a basse dosi non serve a niente, a dosi eccessive è tossico, a dosi giuste fa bene.
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  4. Mangia tanta frutta.
    Come nel caso dell’attività fisica, anche mangiare frutta fa bene, perché contiene vitamine, fibre e sostanze antiossidanti.
    Attenzione a non esagerare però! La frutta, nella misura in cui contiene fruttosio, se consumata in quantità eccessive potrebbe comportare un’assunzione troppo elevata di carboidrati semplici, in grado di far aumentare i trigliceridi nel sangue.
    Gli zuccheri infatti, al contrario dei lipidi, non hanno un sistema di immagazzinamento efficace, e se presenti in eccesso vengono trasformati in trigliceridi dal fegato.
    Soprattutto in casi di carente attività fisica, ciò potrebbe comportare nel tempo l’instaurarsi di una vera e propria sindrome metabolica.
  5. Il digiuno fa dimagrire.
    Mettersi a dieta significa innanzitutto mangiare meno.
    Attenzione però: il nostro organismo, che ha traghettato sino ad oggi la specie umana attraverso millenni di carestie ed è molto più saggio di noi, al ridursi delle porzioni caloriche abbassa il metabolismo basale, adeguando così il proprio dispendio energetico alle scarse risorse disponibili.
    Inoltre, per sopperire a tale carenza, non attinge solo dalle riserve accumulate nel tessuto adiposo, ma va ad intaccare anche la massa muscolare, maggiore responsabile del consumo calorico “attivo”.
    E visto che l’organismo oltre ad essere saggio è pure previdente, non appena si torna a mangiare normalmente, il surplus energetico tende ad accumularsi sotto forma di grasso: hai visto mai che arrivi di nuovo una carestia…
    Da considerare infine che se tale comportamento alimentare è inutile quando non controproducente al fine di perdere peso, diventa anche pericoloso nella misura in cui si tende a seguire una dieta fortemente sbilanciata e povera in nutrienti essenziali, con sintomi che vanno dalla spossatezza cronica alle alterazioni dell’umore, dal calo delle difese immunitarie alla disbiosi intestinale.
    Prima di mettersi a digiuno quindi, col rischio di non perdere peso e la certezza di diventare meno sani e più infelici, consultate un professionista per avere un programma alimentare personalizzato!

Quali sono le basi della dieta mediterranea?

I macronutrienti.

Con l’articolo precedente abbiamo iniziato un ciclo di contributi sulla dieta mediterranea: siamo partiti parlando della vita di Ancel Keys, il primo a mettere in relazione la tipologia di alimentazione del sud Italia con la bassa incidenza di malattie cardiovascolari, e proseguiamo parlando dei principi di funzionamento di tale protocollo alimentare.

Innanzitutto definiamo i macronutrienti, che sono i carboidrati, le proteine e i lipidi, ovvero quei nutrienti alimentari che devono essere introdotti nell’organismo in grandi quantità.

I primi, trasformati dall’organismo in glucosio, forniscono l’energia per tutte le funzioni delle cellule e dei tessuti. Le fonti principali di carboidrati sono i cereali, i farinacei (pane, pasta), le patate e la frutta.

Le seconde hanno una funzione plastica, in quanto vengono utilizzate per la costruzione dei tessuti e degli organi, come ad esempio i muscoli: l’assunzione di proteine è quindi fondamentale per i bambini, che devono “costruire” il proprio corpo, ma anche negli adulti per la rigenerazione dei tessuti e per il sistema immunitario e ormonale. Le fonti principali di proteine sono la carne, il pesce, il latte, le uova, i legumi.

Infine i lipidi servono da riserva di energia perché vengono utilizzati più lentamente rispetto ai carboidrati, e sono fondamentali per le membrane cellulari e la sintesi di alcuni ormoni, oltre l’assorbimento di alcune vitamine.

Una questione di qualità.

Alla base della dieta mediterranea c’è una prima indicazione quantitativa sulla distribuzione dei macronutrienti nel regime alimentare, che ripartisce le calorie giornaliere per il 55-65% da carboidrati, per il 30% dai grassi, infine per il 15% dalle proteine.

La ripartizione quantitativa comunque non basta, perché di importanza cruciale è la valutazione qualitativa dei nutrienti, che andiamo qui di seguito a spiegare.

  1. Carboidrati.
    Pane, pasta e farinacei dovrebbero essere derivati da farine integrali, che non abbiano quindi subito un processo di raffinazione.
    Per frutta e verdura, almeno cinque porzioni al giorno, è necessario scegliere sempre quella fresca di stagione, preferendo le preparazioni a crudo piuttosto che cotte in modo da evitare di perdere durante tale processo nutrienti fondamentali come vitamine, minerali e sostanze antiossidanti.
  2. Proteine.
    Sarebbero da preferire le proteine di origine vegetale, ovvero i legumi, che dovrebbero costituire l’80% delle calorie destinate a questo macronutriente, con il restante 20% da pesce o carni bianche.
  3. Grassi.
    Si tratta di una classe fondamentale di nutrienti che molto spesso a torto gode di cattiva fama nell’opinione comune: ne abbiamo parlato anche in questo articolo.
    Per quanto riguarda di grassi, la dieta mediterranea non può non basarsi sull’olio extravergine di oliva, le cui molecole di base (acidi grassi liberi) sono i principali costituenti delle membrane cellulari.
    Inoltre l’olio extravergine di oliva, proprio per la sua peculiare distribuzione in acidi grassi (povera in saturi e ricca in monoinsaturi come gli omega 9) e per la presenza di acidi grassi essenziali polinsaturi come omega 3 e omega 6 e polifenoli rappresenta, nelle giuste quantità, lo strumento terapico fondamentale per prevenire e migliorare lo stato di salute in pazienti affetti da patologie cardiovascolari e sindromi metaboliche.

È esattamente a questi principi che i nutrizionisti di NatrixLab si sono ispirati per creare protocolli nutrizionali in grado di prevenire e curare le diverse condizioni patologiche, che grazie a Telenutrizione, la piattaforma di telemedicina NatrixLab, possono gestire in contatto diretto con i loro pazienti.

La dieta mediterranea: chi l’ha inventata?

Tutti ne parlano, ma pochi la conoscono.

A seconda del periodo, o degli argomenti che maggiormente catalizzano l’attenzione generale, ci si improvvisa allenatori, economisti, criminologi, e così via.

Ben lungi dal vederci dietro la volontà di millantare competenze non del tutto consolidate, è naturale esprimere opinioni su ciò che in un dato momento riscuote interesse, e alzi la mano chi non si è mai pronunciato, ad esempio, in merito allo spread, al mercato del lavoro o alla geopolitica, pur non essendo un esperto.

Essendo la nutrizione un ambito che riguarda tutti, a prescindere da età, sesso, cultura e area di provenienza, è naturale che sin dalla notte dei tempi siano fioriti precetti e scuole di pensiero su quale sia il regime alimentare più adatto a mantenere un buono stato di salute.

In questo e nei prossimi articoli parleremo della dieta mediterranea, la più menzionata al mondo, nonché dal 16 novembre 2010 iscritta dall’UNESCO nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’Umanità.

Lo facciamo perché a nostro avviso, come accade a quei concetti che a furia di essere nominati perdono la primigenia nitidezza e inglobano elementi spuri, il concetto di ‘dieta mediterranea’, allontanandosi progressivamente dai modelli alimentari tradizionali di Italia, Grecia, Spagna e Marocco, ha finito per designare, nell’immaginario collettivo, un regime alimentare basato soprattutto sul consumo di carboidrati raffinati come pane e pasta; cosa che, come vedremo, non è affatto vera.

In questo articolo parleremo di Ancel Keys, che per primo l’ha definita; nel prossimo ne vedremo i principi metodologici; da ultimo daremo uno sguardo ad alcuni dati sulla dieta mediterranea.

Il papà della dieta mediterranea.

ancel_keysAncel Benjamin Keys, dicevamo, nato a Colorado Springs nel 1904 e deceduto a Minneapolis nel 2004, biologo e fisiologo statunitense, studiando l’epidemiologia delle malattie cardiovascolari, giunse a formulare ipotesi sull’influenza dell’alimentazione in tali patologie, e ad individuare i benefici di un regime alimentare da lui stesso definito ‘dieta mediterranea’.

Già famoso come ideatore della ‘Razione K’, razione da combattimento individuale giornaliera introdotta negli Stati Uniti d’America nel 1942 nel corso della seconda guerra mondiale, nei primi anni ’50, a Roma per il primo ‘Convegno sull’alimentazione’, rimase affascinato dal dato della bassa incidenza di patologie cardiovascolari e di disturbi gastrointestinali nella regione Campania e nell’isola di Creta, e fu il promotore del primo studio pilota per chiarire tale mistero.

Prese in esame la popolazione di Nicotera, in Calabria, e nel 1962 si trasferì a Pioppi, villaggio di pescatori del comune di Pollica, nel Cilento, dove rimase per 28 anni, e insieme ad alcuni collaboratori (Martti Karvonen, Flaminio e Alberto Fidanza, Jeremiah Stamler) studiò l’alimentazione della popolazione locale.

Dalle anamnesi che estrapolò dalle interviste dei pazienti emerse che nei paesi del sud Italia, viste le precarie condizioni economiche della popolazione, l’alimentazione era basata su cibi poveri come cereali integrali, legumi, frutta, verdura, pesce e pochissima carne.

Dopo avere studiato lo stile alimentare del ceto medio della popolazione campana e calabrese, cominciò a sottoporre i suoi pazienti negli USA allo stesso stile alimentare, riscontrando una notevole riduzione di eventi mortali per patologie cardiovascolari, ma niente di paragonabile alle percentuali nell’Italia meridionale.

Individuò l’elemento chiave nella qualità e nelle proprietà dei grassi impiegati, e in particolare nell’olio extravergine d’oliva, eleggendolo uno dei nutraceutici fondamentali per la prevenzione e la cura delle patologie cardiovascolari.

Insieme alla moglie Margaret, nel 1975 tradusse i suoi studi in forma divulgativa nel volume ‘How to eat well and stay well: the Mediterran way’ (Come mangiare bene e stare bene: lo stile mediterraneo), un libro che fece epoca e che diffuse il concetto di ‘dieta mediterranea’ in tutto il mondo.

E forse, a riprova che Ancel Keys non avesse tutti i torti, sta il fatto che morì a 100 anni compiuti!

La telemedicina di Natrix al Gluten Free Expo di Rimini

Il Gluten Free Expo 2014

La presenza di Natrix al Gluten Free Expo di Rimini ha offerto l’opportunità non solo di diffondere informazioni sul Gluten Sensitivity Test, ultimo nato nella già vasta gamma di servizi diagnostici, ma anche di mettere in luce l’impegno dell’azienda dal punto di vista della terapia, con particolare attenzione alla telemedicina.

Per coloro i quali non fossero riusciti a incontrare il personale Natrix alla manifestazione dal 14 al 17 novembre, abbiamo raccolto in questa intervista alcune informazioni su Telenutrizione, la piattaforma telematica che permette un contatto costante e diretto fra medico e paziente nella gestione di un protocollo alimentare.

Telenutrizione: il servizio di telemedicina di Natrix

Bene, ho eseguito il Gluten Sensitivity Test e il risultato è positivo: ora che faccio?
Domanda ricorrente questa, da parte di chi, avendo riscontrato una sintomatologia riconducibile alle cosiddette “intolleranze alimentari”, ha effettuato il test ed è risultato intollerante a qualche alimento.

E per quanto riguarda la sensibilità al glutine, domanda anche risolutiva: se è vero, infatti, che ad oggi l’unico modo per far regredire la sintomatologia è eliminare il glutine dalla dieta, è altrettanto vero che il progressivo attenuarsi e lo scomparire dei sintomi avviene in tempi rapidi.

A questo proposito, Natrix ha investito molto nell’ambito delle ricerche sulla telemedicina, mettendo a punto Telenutrizione, una piattaforma online che aiuta il paziente a gestire il protocollo alimentare che gli è stato prescritto in diretto contatto con il nutrizionista.

Per capire meglio come funziona, abbiamo fatto qualche domanda a Serena Ravasini e Ivan Cuomo, biologi nutrizionisti presso Natrix, che seguono i pazienti mediante Telenutrizione.

Dott.ssa Ravasini, che differenza c’è fra Telenutrizione e le cosiddette ‘diete online’?
Mi sembra importante sottolineare come Telenutrizione non sia solamente una dieta online.
È più che altro un presidio che permette, mediante la connessione internet, al paziente di ricevere e di gestire più facilmente la propria dieta, e al medico di seguirlo passo passo grazie al contatto diretto.

Come funziona Telenutrizione nell’ambito specifico delle diete per il recupero della tolleranza?
Natrix, in anni di ricerca e attività nell’ambito diagnostico, ha elaborato protocolli specifici per il recupero della tolleranza, che in sintesi si basano dapprima sull’eliminazione dell’alimento o degli alimenti per un periodo più o meno lungo di tempo, prestando particolare attenzione a mantenere la dieta varia e bilanciata e tenendo conto delle specifiche esigenze di ciascuno, per andare poi a reintrodurre gradualmente i cibi nell’alimentazione del paziente.

In questo percorso, è quindi fondamentale garantire l’apporto corretto di nutrienti pur nella necessità di eliminare alcuni alimenti dalla dieta, e Telenutrizione da un lato permette al paziente di avere il quadro completo delle alternative alimentari disponibili e dei loro corretti abbinamenti, dall’altro mette in grado il medico di intervenire tempestivamente nel dare suggerimenti e avanzare proposte.

Dott. Cuomo, avere a disposizione una piattaforma telematica non rischia di spersonalizzare il rapporto fra medico e paziente?
No anzi, è l’esatto contrario. In genere, quando il nutrizionista prescrive un protocollo alimentare, gli spazi di confronto con il paziente sono principalmente individuati nei consulti periodici: ma quanti possono essere i dubbi o le incertezze che fra un consulto e l’altro non rientrano nel confronto fra il medico e il paziente?

Telenutrizione risolve questo problema nella misura in cui dà la possibilità al paziente di rivolgersi allo specialista in qualsiasi momento: è un potenziamento dell’operato del nutrizionista, non una sua sostituzione, e permette un confronto continuo con le esigenze personali dell’assistito.

È innegabile però che, almeno come impatto iniziale, una piattaforma telematica induca qualche resistenza nel paziente. Come pensate di affrontare questo aspetto?
Ci stiamo muovendo essenzialmente su due fronti.
In primo luogo, Telenutrizione raccoglie tutti i dati sulle abitudini alimentari e sui sintomi ad esse associati, e li rende non solo disponibili al paziente, ma anche fruibili nel contesto del proprio percorso terapeutico, spiegandone le correlazioni: da questo punto di vista, la piattaforma assume anche un’importante valenza di educazione alimentare, ed è perfettamente in linea con uno dei valori fondamentali di Natrix, ovvero mettere in grado il paziente di essere responsabile in prima persona del proprio stato di salute.

In secondo luogo, il reparto Ricerca e Sviluppo di Natrix si sta muovendo in accordo con l’attuale tendenza della tecnologia, con importanti risultati in termini di semplificazione nell’utilizzo della piattaforma.