ASSE INTESTINO CERVELLO: IL SUO RUOLO NELLA SALUTE

Cosa si intende per “asse intestino cervello”?

Con il termine asse intestino cervello si intende la delicata comunicazione bidirezionale costante tra il tratto gastrointestinale e il cervello, i quali sono in grado di influenzarsi reciprocamente. Non a caso infatti nel linguaggio di tutti  i giorni si parla di farfalle nello stomaco, sensazione di pancia, parlare di pancia. Nonostante questo, solo recentemente gli scienziati hanno iniziato a studiare a fondo i meccanismi che legano questi due distretti apparentemente lontani. La comunicazione tra intestino e cervello è il fulcro di un’area di ricerca che nell’ultimo trentennio sta prendendo piede, la gastroenterologia, la quale affronta i problemi gastrointestinali anche dal punto di vista dell’interazione tra apparato digerente e sistema nervoso e che sta portando a nuovi sviluppi e nuove opzioni terapeutiche.

Sono sempre più numerose le evidenze scientifiche che sottolineano la stretta correlazione tra microbiota e cervello. Ma facciamo un passo indietro.

Il microbiota intestinale e il suo ruolo nella nostra salute

Nel nostro organismo vivono numerosissime colonie di organismi, come batteri, virus e funghi, che vanno a costituire il microbiota umano (spesso confuso erroneamente con il termine microbioma, il quale, quest’ultimo, sta ad indicare l’insieme del materiale genetico dei microrganismi). La maggior parte di questi organismi risiede nel nostro intestino, sulla pelle, nel cavo orale; ma in realtà ogni distretto del nostro corpo possiede un proprio pool di microrganismi caratteristico. Giusto per dare un’idea: se pesassimo tutti i microrganismi che abitano il nostro corpo arriveremo a circa 1,5-2kg, di cui circa la metà compone il nostro microbiota!

Batteri comunicato nell'asse intestino cervello

Per numerosità di microrganismi e impatto sulle funzioni del nostro corpo, il microbiota intestinale svolge un ruolo fondamentale per la nostra salute, partecipa ad una serie di funzioni importantissime per il nostro organismo. Oggi sappiamo che il microbiota è un super organismo, un super organo che vive in simbiosi con noi nel nostro apparato digerente, dalla bocca all’ano, che ci permette di mantenerci in salute in cambio di ospitalità che noi gli offriamo. Per numerosità di microrganismi e impatto sulle funzioni del nostro corpo, il microbiota intestinale svolge un ruolo fondamentale per la nostra salute. Il microbiota si sviluppa nel corso dei primi giorni di vita, e inizia a colonizzare il neonato fin da subito ma in modo differente in base alla modalità del parto: se avviene per via vaginale, i primi batteri con cui il neonato verrà a contatto saranno quelli vaginali e poi cutanei; con il taglio cesareo, i primi batteri che lo colonizzeranno saranno quelli cutanei della zona periareolare durante l’allattamento.

Come precedentemente descritto, il microbiota intestinale contiene circa 1kg di batteri, poco meno del peso del nostro cervello. Ma quello che è realmente importante per la nostra salute è il numero e il tipo di batteri di cui è costituito. Ci sono infatti batteri che possiamo definire ‘’nostri alleati’’ perché promuovono la risposta immunitaria, sono in grado di ridurre l’infiammazione, prevengono od ostacolano l’insorgenza di molte patologie; altri invece svolgono un ruolo opposto. Inoltre, si parla di intestino eubiotico, in generale di eubiosi, quando tutte le specie batteriche che lo popolano sono in equilibrio tra loro: in questo caso il nostro intestino è in salute, la biodiversità è elevata e dunque è maggiore l’effetto protettivo sul nostro organismo. In caso contrario si parla di disbiosi e l’effetto protettivo che gioca un intestino sano non viene più esplicato, ma, al contrario, può favorire l’insorgenza di alcune patologie non solo intestinali, ma anche immunologiche, metaboliche, oncologiche e neuropsichiatriche.

Come funziona l’ asse intestino cervello?

Gli studi scientifici si sono spinti oltre, andando a svelare i meccanismi che stanno alla base della profonda connessione dell’ asse intestino cervello. Ebbene, questi hanno dimostrato come il nostro microbiota sia in grado di modulare la risposta allo stress, lo stato infiammatorio del nostro organismo, il tono dell’umore, l’ansia, l’appetito ed alcune funzioni cognitive. Infatti il microbiota produce alcune sostanze, come ad esempio acidi grassi a catena corta, citochine e neurotrasmettitori, che modulano l’attività cerebrale in modo diretto, ma anche indirettamente attraverso gli effetti sul sistema immunitario. Allo stesso modo, anche il cervello è in grado di influenzare il microbiota, sia attraverso molecole prodotte dal sistema immunitario, sia attraverso il rilascio di ormoni.

Non si può non citare il ruolo importantissimo che gioca il nervo vago in questa interconnessione dell’ asse intestino cervello. Il nervo vago è un componente del sistema nervoso parasimpatico e via di comunicazione fondamentale tra cervello e intestino, che partecipa attivamente alle interazioni bidirezionali che avvengono tra i due (perturbazioni del vago possono comportare disfunzioni del sistema nervoso centrale, come disturbi dell’umore o malattie neurodegenerative oppure alcune patologie gastrointestinali come la sindrome dell’intestino irritabile).

Come valutare l’equilibrio del proprio intestino?

Per valutare la salute intestinale è fondamentale eseguire un semplice test delle feci e delle urine che permette di valutare la presenza di disbiosi, infiammazione, permeabilità intestinale, composizione del microbiota, presenza parassiti ed efficacia digestiva. Oltre a questo in aggiunta è possibile anche valutare l’intolleranza o l’allergia a qualche alimento (o composti alimentari). Questo perché, se si è intolleranti a un alimento o se quest’ultimo è elaborato o addizionato di sostanze chimiche nocive, o se è un alimento che infiamma, il GALT (il sistema immunitario associato all’intestino) reagisce contrastando l’entrata in circolo e verrà attivata una risposta di tipo infiammatorio e immunologica.

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Come posso agire per migliorare il mio equilibrio?

mamma e figlia seguono stile di vita sano per il microbiota intestinale
Questi test diagnostici consentono di agire in modo specifico sul problema attraverso il miglioramento del corretto stile di vita (dieta corretta, attività fisica, rispetto dei ritmi circadiani) e l’assunzione eventuale di integratori così da ripristinare il corretto equilibrio. Da ricordare, infine, vi è il fatto che i fattori che determinano la composizione del nostro microbiota sono molteplici, alcuni dei quali non modificabili (età, fattori genetici, allattamento al seno, modalità di parto), ma i principali determinanti della composizione microbica intestinale vi sono la dieta e lo stile di vita. La western diet (dieta occidentale ricca di prodotti trasformati) ed uno stile di vita sedentario, sono associati allo sviluppo di obesità e patologie metaboliche, nonché a microrganismi che promuovono l’infiammazione. Una dieta che esclude tutti gli alimenti considerati ‘’junk food’’ e un consumo corretto di fibre, è, al contrario, associato ad un basso rischio di patologie metaboliche e infiammatorie. Svolgere regolarmente attività fisica e seguire i corretti ritmi circadiani (7-8 ore di sonno e cena non troppo tardi per mantenere le 12 ore di digiuno), sono anch’essi associati ad una riduzione dell’infiammazione.

 

In conclusione, gli studi fino ad oggi condotti sull’ asse intestino cervello ci hanno portato a sostenere che l’apparato digerente è ‘’un secondo cervello’’ o ‘’cervello pancia’’ per tutti i motivi sopra descritti; ecco perché, se il nostro intestino sta male, anche l’umore ne risente.

Bibliografia

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Intolleranza all’Istamina: Diagnosi e Rimedi

Cos’è l’istamina?

L’istamina è un composto azotato facente parte delle ammine biogene ed è un neuromediatore implicato nei fenomeni infiammatori e allergici. L’istamina è sintetizzata a ­partire dall’aminoacido Istidina, grazie ­all’enzima istidina decarbossilasi, essa viene stoccata principalmente nelle cellule immunitarie, i mastociti, che la libererano in caso di stimolazione da parte di molecole estranee, come gli allergeni. La troviamo inoltre a livello di basofili, piastrine, neuroni istaminergici e cellule enterocromaffini.

Oltre che ad essere naturalmente prodotta dal nostro organismo, l’istamina viene anche assunta attraverso l’alimentazione.

Cos’è l’intolleranza all’istamina?

Normalmente, in un organismo sano, l’istamina presente negli alimenti viene degradata velocemente dalla diaminossidasi (DAO), un enzima presente a livello dell’intestino tenue, al fine di evitarne l’assorbimento, poiché l’istamina presente nel corpo e quella derivante dagli alimenti agiscono nello stesso modo.

Quando però l’enzima DAO non è presente in quantità sufficiente per degradare l’istamina derivante dagli alimenti, l’istamina in eccesso si riversa nel sangue provocando la comparsa di sintomi che possono facilmente essere scambiati per reazioni allergiche. Questa problematica viene definita con il nome di Intolleranza all’Istamina e interessa circa l’1% della popolazione.

I sintomi campaiono nell’immediato dopo aver assunto alimenti ricchi di istamina (circa dopo 1 o 2 ore) e possono essere di diversa natura:

  • Prurito, arrossamento, orticaria.
  • Dolori addominali, aumento della secrezione acida gastrica, edema, flatulenza, diarrea, infiammazione.
  • Mal di testa, vertigini, nausea, vomito, alterazione dei ritmi circadiani, della temperatura corporea e della memoria.
  • Vasodilatazione, tachicardia, aritmia, ipertensione o ipotensione.
  • Broncocostrizione, ­produzione di muco, congestione nasale, starnuti.

È importante non confondere l’intolleranza all’istamina con l’intossicazione alimentare da sgombroide che, pur essendo istamino-mediata, non è legata ad una suscettibilità individuale, e quindi, secondo la classificazione proposta, andrebbe inclusa tra le intossicazioni alimentari.
donna mal di testa da istamina

Istamina: Intolleranza o allergia?

Anche se come detto in precedenza la sintomatologia è molto simile alle reazioni allergiche, le reazioni scatenate dall’eccesso di istamina non prevedono il coinvolgimento del sistema immunitario per cui si preferisce definirle reazioni o sindromi pseudoallergiche.

Cause della ridotta attività dell’enzima DAO

Come abbiamo visto sopra l’intolleranza ­all’istamina deriva da un disequilibrio tra l’istamina accumulata e la capacità di degradazione della stessa da parte dell’enzima DAO, ma quali sono le ragioni per le quali alcuni individui presentano un’alterata funzionalità dell’enzima? Di seguito vengono riportate le più comuni:

  • Una predisposizione genetica. Le ­mutazioni che coinvolgono i geni responsabili della ­produzione di DAO (AOC1 sul cromosoma 7) possono aumentare la suscettibilità allo ­sviluppo di intolleranza all’istamina;
  • Problematiche intestinali come la Leaky gut Syndrome (Sindrome da alterata ­permeabilità intestinale). L’aumentata permeabilità ­intestinale crea aumento ­dell’infiammazione a ­livello intestinale che può contribuire a una riduzione della funzione enzimatica della DAO;
  • Deficit di rame, vitamina C e vitamina B6. Il rame e la vitamina C sono componenti ­essenziali della DAO e la B6 è un cofattore nel processo di degradazione dell’istamina;
  • Alcuni farmaci tra cui NSAIDs (farmaci ­antinfiammatori non steroidei), ­antidepressivi, immunomodulatori, antiaritmici e altre ­sostanze (es. acetylcisteina, acid ­clavulanico, metoclopramide, verapamil) possono ­diminuire la soglia di tolleranza all’istamina.
  • Il consumo di alcune sostanze come l’alcol e in particolare il vino rosso, è un potente ­inibitore della DAO in quanto contiene, oltre ad elevate quantità di istamina, anche altre classi di amine biogene, come le tiramine e i solfiti, che competono con l’istamina per il ­legame con il sito attivo dell’enzima.

Come si esegue la diagnosi?

Se si riscontra la sintomatologia vista in precedenza, è possibile tramite un prelievo di sangue, andare ad eseguire un esame (DAO TEST + Dosaggio Istamina) che va a dosare sia la quantità di enzima Diaminossidasi (DAO), sia la quantità di istamina. Questi due indicatori possono indurre alla diagnosi di intolleranza all’istamina.

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Precauzioni in caso di intolleranza all’istamina

In generale va prestata attenzione da una ­parte all’accumulo di istamina, dosando bene i cibi che contengono elevati livelli di ­sostanza (tenendo conto che non viene ­distrutta ­dalla cottura) e quelli che ne favoriscono la ­liberazione (istamino-liberatori) e dall’altra parte favorirne il metabolismo evitando i cibi e le sostanze che inibiscono gli enzimi che ­degradano l’istamina. Per aiutarsi può essere utile consultare la lista SIGHI (Swiss interest Group Histamine Intolerance), che presenta l’elenco di tutti gli alimenti “compatibili” o no con l’intolleranza all’istamina. È possibile scaricarla in lingua inglese sul sito www.histaminintoleranz.ch
pomodori simbolo istamina

Alimenti ricchi di istamina

  • tutte le fonti proteiche che contengono molta istidina, precursore dell’istamina (es. sgombro, tonno, sardine, acciughe);
  • pesce stantio (non immediatamente eviscerato e congelato);
  • cibi fermentati (es. kombucha, crauti, salsa di soia, ­aceto)
  • formaggi stagionati, yogurt, burro, kefir;
  • molluschi;
  • carni processate (es. salsicce, salami, wurstel);
  • frutti rossi che utilizzano l’istamina per maturare (peperoni, pomodori, ciliegie, fagioli rossi);
  • noci, anacardi, arachidi;
  • agrumi e ananas;
  • frutta essiccata (albicocche, datteri, fichi, uvetta);
  • vino (in particolare rosso e champagne), aceto, birra e salse;
  • avocado, spinaci, melanzane, pomodori.

Alimenti istamino-liberatori

  • germe di grano;
  • additivi: coloranti, conservanti a base di benzoati, ­solfiti (es. cibi in lattina);
  • fragole, lamponi, mirtilli rossi, funghi;
  • banane, papaya, ananas, kiwi;
  • spezie (cannella, chiodi di garofano, anice, noce moscata, timo);
  • lectine (contenute per es. in legumi, cereali in chicchi, semi, noci, ­patate) queste vengono disattivate dalla cottura o dall’ammollo prolungato e germogliazione;
  • cacao e albume d’uovo (soprattutto crudo).

Sostanze che bloccano gli enzimi che degradano l’istamina (DAO)

  • alcol;
  • tè verde, tè mate, tè nero;
  • bevande energetiche;
  • alcuni farmaci.

 

Bibliografia
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Intolleranza al Lattosio: Diagnosi e Trattamento

Cos’è l’ intolleranza al lattosio?

Si definisce intolleranza al lattosio, o più correttamente, mal digestione di ­lattosio, una condizione caratterizzata da ­disturbi gastrointestinali che ­insorgono dopo ­l’ingestione di alimenti contenenti ­questo zucchero, generata dalla mancata ­produzione da parte delle cellule ­intestinali del duodeno dell’enzima lattasi ­deputato alla scissione del lattosio in glucosio e ­galattosio che sotto questa forma ­possono essere assorbiti.

L’ intolleranza al lattosio è la forma più ­comune di malassorbimento dei ­carboidrati e colpisce persone di ogni età. la carenza interessa circa il 70% della popolazione mondiale in età adulta e può manifestarsi sia in età adolescenziale, sia direttamente in età adulta. Questa condizione è quindi molto diffusa, e rappresenta di fatto la norma tranne che in Nord Europa o in Nord America, dove il fenotipo mutante della persistenza della lattasi in età adulta è al contrario il più diffuso.

Le persone spesso sono inconsapevoli della ­causa di questa loro sofferenza, con una sequenza di disturbi gastrointestinali che spesso ­disorienta il medico, ­inducendolo a prescrivere farmaci inappropriati in mancanza di una precisa diagnosi di ­intolleranza al lattosio.

Quali sono i sintomi correlati all’ intolleranza al lattosio?

I sintomi di solito compaiono dopo breve tempo rispetto all’assunzione di lattosio, circa 2 ore, e sono provocati dalla fermentazione del lattosio indigerito a livello della flora batterica intestinale.

I sintomi più frequenti associati a questa condizione sono:

  • meteorismo
  • dolori e crampi addominali
  • diarrea
  • distensione addominale
  • Flatulenza

La gravità del sintomo può essere diversa in base al quantitativo assunto o al grado di intolleranza.

Dove si trova il lattosio?

Il lattosio si trova naturalmente nel latte, nello yogurt e nei formaggi freschi. Per le sue caratteristiche, viene molto utilizzato nell’industria alimentare come ingrediente e/o additivo in diversi prodotti e preparazioni (es. caramelle, cioccolato al latte, gelato, burro, creme e salse, purè, sughi, prodotti da forno, salumi, alimenti in scatola ecc).
donna latte intolleranza al lattosio

Come eseguire una diagnosi di intolleranza al lattosio

L’esame diagnostico Gold Standard utilizzato per confermare o meno l’ intolleranza al lattosio è il Test del respiro anche detto “breath test. L’esecuzione del test del respiro è semplice e non invasiva ed è quindi sicura per il paziente e per l’operatore. L’esame consiste in una raccolta di campioni di aria espirata ad intervalli regolari, prima e dopo l’ingestione di lattosio sciolto in acqua.

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Come funziona il Breath Test al Lattosio?

Per poter comprendere a pieno cosa ­valuta il test è doveroso fare una ­precisazione su come avviene il processo di digestione del Lattosio.

In condizioni normali, come abbiamo visto prima il lattosio dopo ­l’ingestione viene scisso dalla lattasi ­intestinale in glucosio e galattosio che ­vengono assorbiti a livello digiuno-ileale; nel caso in cui però vi sia una carenza di ­lattasi, il lattosio raggiunge il colon inalterato dove viene fermentato dalla flora ­batterica producendo vari gas tra cui ­idrogeno e anidride carbonica che in ­parte ­passano nel circolo ematico e ­vengono eliminati attraverso l’aria espirata dai ­polmoni. Ed è ­proprio questo il ­principio su cui si basa il Breath Test al Lattosio. Infatti con questo esame si misura la quantità di ­idrogeno presente nell’aria alveolare ­espirata dai soggetti sottoposti a questo test che è ­misura diretta di una condizione di ­maldigestione dello zucchero.

I test più qualitativi però, oltre a ­rilevare la quantità di idrogeno (H2) presente ­nell’espirato del ­paziente, come ulteriori parametri qualitativi in termini diagnostici rilevano anche il metano (CH4) e l’andidride carbonica (CO2).

Questi aspetti sono importanti in ­quanto esiste la possibilità che alcuni pazienti, come risposta alla fermentazione dello ­zucchero, producano metano ­piuttosto che idrogeno o una combinazione dei due gas, aspetto che non verrebbe ­rilevato con i normali strumenti generando dei falsi negativi. Inoltre, valutare anche ­l’anidride carbonica permette di vedere se il ­prelievo di espirato è stato fatto correttamente all’interno della sacca.

L’esito del test viene considerato positivo se l’incremento di idrogeno in uno degli espirati successivi, è di almeno 20 ppm (parti per milione) rispetto al valore rilevato nel 1° prelievo di espirato, oppure se l’incremento di metano in uno degli espirati successivi, è di almeno 12 ppm (parti per milione) rispetto al valore rilevato nel 1° prelievo di espirato.

Per far sì che i risultati del test non siano falsati, è necessario rispettare una precisa preparazione alla raccolta che consiste nel rispettare una dieta “leggera” il giorno prima del test e, ad esempio, evitare l’uso di lassativi, antibiotici e fermenti lattici nei dieci giorni precedenti all’esame.

Trattamento

Se l’esame ha dato esito positivo, per ridurre la sintomatologia è necessario eliminare dalla dieta le fonti di lattosio. Oggi la vasta gamma di prodotti senza lattosio o delattosati presenti sul mercato permette ai soggetti intolleranti di non rinunciare al latte e ai suoi derivati. Si raccomanda alle persone intolleranti un’attenta lettura dell’elenco degli ingredienti riportato obbligatoriamente nelle etichette degli alimenti.

Ad oggi in Italia, l’indicazione “senza lattosio” può essere impiegata per latti e prodotti lattiero-caseari, ma anche per altri prodotti contenenti ingredienti e/o additivi lattei, con un residuo di lattosio inferiore a 0,1 g per 100 g o 100 ml. I prodotti con tale indicazione sono accompagnati anche dall’informazione sulla specifica soglia residua di lattosio con modalità del tipo “meno di”. La soglia indicata deve risultare comunque inferiore a 0,1 g per 100 g o 100 ml.

Per poter fornire un’informazione più precisa e completa al consumatore, i prodotti delattosati “senza lattosio” o “a ridotto tenore di lattosio” riportano in etichetta anche l’indicazione del tipo “Il prodotto contiene glucosio e galattosio in conseguenza della scissione del lattosio”.

Nel caso, a volte non si riesca a fare a meno di assumere latte o derivati, può essere utile assumere prima di mangiare enzimi contenenti lattasi.

Fonti

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  • https://sinu.it/ Società Italiana Nutrizione Umana
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  • Swallow DM. Genetics of lactase persistence and lactose intolerance. Annu Rev Genet.

Zonulina e Permeabilità Intestinale

Cos’è la Zonulina

La Zonulina è una proteina umana prodotta dalla mucosa intestinale danneggiata che modula in modo reversibile le giunzioni strette degli enterociti (tights junctions), che costituiscono la barriera intestinale.

L’epitelio intestinale rappresenta la più grande interfaccia tra l’ambiente esterno e l’ambiente interno dell’organismo umano e costituisce la principale barriera attraverso la quale le molecole possono essere assorbite o secrete. Ad oggi, sono disponibili evidenze scientifiche che attribuiscono alle giunzioni strette un ruolo importante nella regolazione della permeabilità epiteliale influenzando il flusso paracellulare di fluido e soluti. Le giunzioni strette sono uno dei tratti distintivi degli epiteli assorbenti e secretori, sono strutture dinamiche piuttosto che statiche e si adattano facilmente a una varietà di circostanze evolutive, fisiologiche e patologiche.
rappresentazione zonulina e giunzioni strette

La scoperta della Zonulina come marker di valutazione della permeabilità intestinale

La Zonulina è stata scoperta e descritta per la prima volta dal Dr. Alessio Fasano nel 2000, il quale ha ipotizzato come la sua disregolazione potesse contribuire alla perturbazione della funzione di barriera intestinale, portando al passaggio di antigeni coinvolti nella patogenesi di diverse malattie come allergie alimentari, intolleranze alimentari, infezioni del tratto gastrointestinale, malattie autoimmuni e infiammatorie.

Fasano ipotizzò che le zonuline partecipassero alla regolazione fisiologica delle giunzioni serrate intercellulari non solo nell’intestino tenue, ma anche in un’ampia gamma di epiteli extraintestinali e nell’onnipresente endotelio vascolare, compresa la barriera ematoencefalica.

Inoltre, il rilascio di Zonulina sembra essere favorito dai batteri, identificati come potenti fattori scatenanti il rilascio di tale proteina.

Nell’ultimo decennio, un numero sempre più crescente di studi ha scelto come focus principale della ricerca la genetica umana, il microbiota intestinale (l’insieme dei microrganismi presenti a livello dell’intestino) e la proteomica, suggerendo che la perdita della funzionalità a livello della mucosa, soprattutto nel tratto gastrointestinale, abbia un’influenza sostanziale sul traffico/passaggio degli antigeni, influenzando così la stretta interazione bidirezionale tra il microbioma intestinale e il sistema immunitario.

Questo dialogo incrociato è molto influente nel plasmare la funzione del sistema immunitario dell’intestino ospite e, in definitiva, nello spostare la predisposizione genetica sull’esito clinico. Questa osservazione ha portato ad una rivisitazione delle possibili cause delle epidemie di malattie infiammatorie croniche degli ultimi anni nei paesi industrializzati, suggerendo il ruolo chiave della permeabilità intestinale.

Il team di ricerca di Fasano, aveva già individuato l’aumento dell’espressione della Zonulina nei tessuti intestinali durante la fase acuta della malattia celiaca, una delle malattie associate ad aumentata permeabilità intestinale.

Studi recenti hanno valutato come una barriera epiteliale del piccolo intestino disregolata, “Sindrome dell’intestino permeabile” o definita anche “leaky gut sindrome”, possa essere cruciale nella patogenesi dell’autoimmunità in alcuni individui a rischio di diabete di tipo 1 oltre che alla base della malattia celiaca.

Come valutare la Zonulina

La scoperta di Fasano ci ha permesso di sviluppare un’analisi in grado di misurare la Zonulina nelle feci, la cui concentrazione oltre i limiti è misura diretta della presenza di permeabilità intestinale. Attraverso la raccolta di un semplice campione fecale, è possibile sottoporre a esami di laboratorio il materiale raccolto e identificare uno stato di normale o alterata permeabilità intestinale.

Cosa fare in caso di permeabilità intestinale

In caso di livelli di Zonulina al di fuori dei valori medi di riferimento, il paziente potrà essere sottoposto ad un trattamento dietetico specifico, ad opera di un esperto in nutrizione, per ripristinare struttura e funzionalità della barriera intestinale e di conseguenza un buono stato di salute.

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  5. A. Fasano, T. Not, W. Wang, S. Uzzau, I. Berti, A. Tommasini, S.E. Goldblum. Zonulin, a newly discovered modulator of intestinal permeability, and its expression in coeliac disease. Lancet 2000;355(9214):1518-9.

Stress, Cortisolo e Dieta

Il cortisolo, conosciuto anche come ormone dello stress, è un ormone steroideo appartenente alla classe dei glucorticoidi e prodotto dalle ghiandole surrenali. Il suo picco di sintesi si osserva al mattino per poi scendere durante la giornata e toccare il livello più basso verso mezzanotte.

Livelli ottimali di cortisolo sono necessari per mantenere il benessere dell’organismo. Il cortisolo in condizioni normali è infatti coinvolto in diversi meccanismi come l’aumento della gittata cardiaca, della glicemia e della pressione sanguigna, la regolazione del metabolismo di lipidi, proteine e glucosio e del bilancio idrico ed elettrolitico e il controllo della risposta infiammatoria ed immunitaria.

La produzione di cortisolo da parte delle ghiandole surrenali aumenta per rispondere efficacemente a situazioni traumatiche, di pericolo o di sforzo, inibendo le funzioni secondarie per la sopravvivenza. Tale risposta, definita sindrome di adattamento generale, prevede una reazione, una resistenza e un adattamento a condizioni di stress. Questo meccanismo è del tutto normale e positivo quando prevede un rapido ritorno alla normalità. Una prolungata resistenza, quindi livelli di cortisolo elevati per un periodo protratto nel tempo, invece, può causare un indebolimento psicofisico.

Bassi livelli di zuccheri nel sangue oppure situazioni di stress positivo, come la reazione al pericolo o l’attività fisica sono le condizioni tipiche che determinano l’aumento dei livelli di cortisolo.

Ipercortisolemia

L’ipercortisolemia comporta una modifica del metabolismo, aumentando la glicemia e il deposito di lipidi nel tessuto adiposo. I livelli di cortisolo sono correlati sia a quelli di insulina (dopo un pasto ricco di carboidrati, infatti, il pancreas secerne l’insulina per eliminare il glucosio dal sangue, questa azione genera un calo glicemico e l’immediata sintesi del cortisolo per normalizzare la glicemia), sia a quelli di colesterolo cattivo con un maggior rischio aterosclerotico conseguente. L’aumento della pressione sanguigna indotto dal cortisolo e l’aumento del colesterolo, anch’esso associato a ipercortisolemia, sono fattori di rischio per le malattie cardiovascolari e per il diabete.

Inoltre, con livelli alti di cortisolo, aumentano anche l’assorbimento e la ritenzione di sodio e di acqua, mentre diminuisce la sintesi del collagene. Ne consegue non solo la sensazione di gonfiore, ma la difficoltà di espulsione delle tossine e di mineralizzazione delle ossa. Ecco perché livelli troppo elevati di cortisolo possono aumentare l’invecchiamento cellulare causato dai radicali liberi e agire in modo negativo sulla densità ossea.

L’ipercortisolemia inibisce, inoltre, il sistema immunitario, rendendo l’organismo maggiormente vulnerabile, aumentandone la predisposizione ad ammalarsi.

I primi sintomi dell’aumento del cortisolo possono essere poco evidenti e riconducibili ad altre condizioni: aumentano disturbi a livello del tratto gastrointestinale come gastrite o reflusso, peggiorano qualità del sonno, forza vitale e iniziano a manifestarsi ipertensione e iperglicemia. È perciò fondamentale agire prima che i sintomi diventino gravi e che lo stress porti a un inaspettato aumento di peso o a disturbi come depressione e osteoporosi.
immagine donna stressata cortisolo elevato

Come valutare i livelli di cortisolo

Prima di tutto è importante effettuare un Test Diagnostico che vada a valutare i livelli di cortisolo, così da riscontrare effettivamente se ci sono squilibri di questo ormone. È importante valutarne la curva in 4 momenti della giornata per vedere quando si riscontra lo squilibrio nell’arco delle 24 ore. Per eseguire il test basta un semplice prelievo salivare, questa matrice infatti è l’ideale per avere la flessibilità di effettuare 4 campionamenti nell’arco di una giornata. Inoltre è un metodo di prelievo semplice e non invasivo che può essere conservato anche a temperatura ambiente per una settimana.

Cortisolo e dieta

Una volta eseguito l’esame e riscontrato uno squilibrio, per riequilibrarne i valori è necessario innanzitutto adottare un corretto stile di vita e sane abitudini alimentari.

Una dieta varia ed equilibrata, che comprenda una buona idratazione e il giusto apporto di macro e micronutrienti, è necessaria per mantenere i normali livelli di glucosio nel sangue, le giuste concentrazioni ormonali, tra cui quelle del cortisolo, e la regolare alternanza tra senso di fame e sazietà.

Tra gli alimenti che possiamo scegliere, il pesce rappresenta un rimedio naturale contro gli effetti dello stress, grazie agli acidi grassi omega-3 e omega-6 e ai sali minerali come potassio e fosforo che contiene al suo interno. Queste sostanze proteggono il sistema nervoso e cardiovascolare, svolgendo un’azione antinfiammatoria. Altre sostanze che contrastano gli effetti dell’ormone dello stress e l’azione dei radicali liberi sono gli antiossidanti, cioè minerali e vitamine presenti soprattutto nella frutta e nella verdura di stagione. Una dieta antistress dovrà perciò comprendere ortaggi, frutta fresca e secca e pesce grasso come sgombro, alici, sardine e salmone. Insieme a questi cibi salutari, è poi consigliabile integrare l’alimentazione con prodotti prebiotici e probiotici. Tra i prebiotici come la fibra solubile, hanno la capacità di stimolare selettivamente la crescita o l’attività dei microrganismi che svolgono diversi ruoli protettivi per l’organismo ospitante. I probiotici sono invece microrganismi che modificano la flora microbica intestinale a svantaggio dei patogeni intestinali e producono vantaggi locali o sistemici per l’organismo ospite. Probiotici e prebiotici sono contenuti in cibi come yogurt, kefir e alimenti di origine vegetale, oppure è possibile assumerli attraverso integratori disponibili in commercio.

È importante, inoltre, allontanare situazioni caratterizzate da stress prolungato, regolarizzare il sonno, mantenendo così constante il ciclo sonno-veglia. Infine, è raccomandato praticare un esercizio fisico non eccessivo e costante: l’allenamento diminuisce il cortisolo, mentre lo sforzo lo aumenta. Le buone abitudini comprendono anche i momenti di relax e divertimento e svago.

Bibliografia

  • Lauren Thau, Jayashree Gandhi and Sandeep Sharma. Physiology, Cortisol. StatPearls 2021.
  • Adam EK, Quinn ME, Tavernier R, McQuillan MT, Dahlke KA, Gilbert KE. Diurnal cortisol slopes and mental and physical health outcomes: A systematic review and meta-analysis. Review Psychoneuroendocrinology. 2017 Sep;83:25-41.
  • Iob E and Steptoe A. Cardiovascular Disease and Hair Cortisol: a Novel Biomarker of Chronic Stress. Review Curr Cardiol Rep. 2019 Aug 30;21(10):116.
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“Intolleranze alimentari”? Tutta colpa della permeabilità intestinale

Le reazioni avverse agli alimenti

Per spiegare cosa sono le reazioni IgG mediate, comunemente dette “Intolleranze alimentari“, dobbiamo partire spiegando che cosa sono le reazioni avverse al cibo. Con questo termine si intendono tutte quell’insieme di sintomatologie che subentrano dopo l’ingestione di un cibo. Questo è un termine estremamente generico in quanto sotto questa dicitura vengono racchiuse diversi tipi di reazioni che differiscono tra loro per il loro meccanismo d’azione. Per provare a fare un pò di chiarezza ripercorreremo lo schema proposto da (Boyce et al,2010) che partendo dal vertice divide le reazioni avverse al cibo in due sottoclassi, vale a dire le reazioni tossiche e non tossiche.

Le reazioni tossiche sono tutte quelle reazioni indotte dall’assunzione di un alimento eventualmente contaminato da batteri o dalle sue tossine, vale a dire le classiche Tossinfezioni alimentari.

Per quanto riguarda le reazioni non tossiche invece dobbiamo dividerle in altre due sottoclassi vale a dire quelle Immunomediate e quelle non Immunomediate.

Le reazioni non immunomediate sono tutte quelle reazioni nelle quali il meccanismo d’azione non prevede un coinvolgimento del sistema immunitario bensì dei meccanismi diversi come potrebbe essere il deficit di produzione di particolari enzimi in grado di digerire a livello intestinale la sostanza incriminata, un esempio è rappresentato dalla classica intolleranza al lattosio.

All’interno delle reazioni immunomediate invece è doveroso fare l’ultima distinzione in quanto in questa macro classe le reazioni possono essere ulteriormente divise in reazioni IgE mediate e reazioni non IgE mediate.

Le reazioni IgE mediate come abbiamo visto anche nell’articolo precedente, sono delle reazioni di ipersensibilità di tipo 1, che coinvolgono una particolare classe di anticorpi vale a dire le Immunoglobuline E, e sono le classiche allergie.

grafico classificazione intolleranze alimentari

Nella categoria delle reazioni non IgE mediate invece rientrano tutte quelle reazioni che implicano il coinvolgimento del sistema immunitario ma che sono mediate dall’azione di altre immunoglobuline come le IgA, IgG ecc. Tra queste troviamo le reazioni IgG mediate o comunemente dette intolleranze alimentari.

Il ruolo delle IgG specifiche nei confronti degli antigeni alimentari

Le IgG sono il principale tipo di anticorpi presenti nel sangue e nel fluido extracellulare, il ruolo principale di questa classe di anticorpi è quella di permettere mediante il legame con molti tipi di agenti patogeni quali virus, batteri e funghi, di proteggere il corpo dalle infezioni. Oltre a questa funzione, nello studio di Cai et all [1] è stato dimostrato che negli adulti, gli anticorpi IgG sierici, esprimono, un possibile contatto immunologico precedente con il cibo. Secondo Ligaarden [2] il valore totale delle IgG verso specifici cibi indica un loro eccessivo consumo.

Inoltre dagli studi di Finkelman[3][4], emerge che le IgG sono coinvolte anche nella regolazione delle reazioni allergiche, in quanto è stato osservato che ci sono due vie che portano alla reazione anafilattica: nella prima gli antigeni possono causare anafilassi sistemica attraverso la via classica col legame alle IgE legate al recettore FcεRI delle mastcellule, che stimolano il rilascio di Istamina e mediatori infiammatori. Nella via alternativa invece, gli antigeni formano complessi con le IgG e il recettore Fc γ RIII dei macrofagi, stimolando solo il rilascio di mediatori infiammatori.

Pertanto gli anticorpi IgG prevengono la reazione anafilattica IgE mediata, in quanto bloccano l’anafilassi sistemica indotta da piccole quantità di antigene, ma possono mediare l’anafilassi sistemica dovuta a grandi quantità di antigeni [4]. In quest’ottica valutare mediante un test quali proteine alimentari stanno generando un processo flogistico è di notevole importanza, per programmare una strategia nutrizionale volta alla riduzione di quei segnali di flogosi cronica che portano a tutta una serie di micro disturbi dei quali non si riesce a risalire alla causa.

Meccanismo di scatenamento delle reazioni non IgE mediate e sue evidenze in particolari condizioni morbose

Quello che ad oggi è considerato il meccanismo più accreditato per l’insorgenza di reazioni di ipersensibilità IgG mediate [5], è strettamente collegato con la riduzione dell’efficienza di una delle funzioni svolte dall’intestino, vale a dire l’effetto barriera.

Per comprendere meglio il meccanismo vediamo come avviene a livello intestinale il processo di digestione e assorbimento delle proteine alimentari.

In condizioni normali a livello del lume intestinale arrivano frammenti proteici, gia precedentemente predigeriti dallo stomaco, sotto forma di polipeptidi, vale a dire catene di aminoacidi in numero superiore a tre, che in questa forma non possono essere ancora assorbite, per cui intervengono le proteasi intestinali, vale a dire enzimi digestivi in grado di tagliare i polipeptidi in:

  • aminoacidi singoli;
  • dipeptidi;
  • tripeptidi;

Gli aminoacidi singoli, così formati sono in grado di attraversare completamente l’enterocita e quindi essere immessi in circolo nel torrente ematico.

I dipeptidi e i tripeptidi invece possono in questa forma attraversare solo il versante luminare degli enterociti, ma una voltà all’interno, per poter essere immessi nel torrente ematico necessitano di altri enzimi in grado di scompattarli in singoli aminoacidi e solo allora possono essere immessi in circolo.

Ma cosa succede quando si ha una riduzione della funzionalità della barriera intestinale?

In una condizione di permeabilità intestinale, tutto quello che abbiamo visto prima continua a funzionare, ma può capitare che un polipeptide non ancora processato dagli enzimi intestinali passi attraverso le giunzioni serrate e arrivi in circolo.

Una volta in circolo viene riconosciuto come anomalo dal sistema immunitario che rilascia anticorpi specifici (IgG specifiche) che legano l’antigene formando un immunocomplesso e quindi dando il via alla risposta immunitaria

Una piccola quantità di complessi immuni si forma in continuazione e il sistema immunitario è in grado di gestirli senza generare nessun problema, ma Quando si sviluppa una vigorosa risposta anticorpale verso un antigene, dovuta ad esempio ad un continuo passaggio di polipeptidi di una stessa sostanza nel circolo ematico, gli Immuno-complessi circolanti possono aumentare in maniera drammatica, determinando un superamento della soglia di tolleranza, portando così a reazioni infiammatorie croniche  che danneggiano i tessuti circostanti generando la relativa sintomatologia.

La metodica ELISA per la determinazione dei livelli sierici di IgG

Il termine Elisa è l’acronimo inglese di enzyme-linked immunosorbent assay (saggio immuno-assorbente legato ad un enzima). Si tratta di un versatile metodo d’analisi immunologica usato in biochimica per rilevare la presenza di una sostanza usando uno o più anticorpi, ed è la metodica più accreditata e validata per il dosaggio delle IgG sieriche, ovvero per l’analisi delle cosiddette “Intolleranze alimentari“.

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La metodica si avvale di uno specifico supporto denominato piastra sulla cui superfice vi sono 92 contenitori chiamati pozzetti. Sul fondo e sulle pareti di ogni singolo pozzetto, in fase di produzione della piastra, vengono legate le proteine estratte da un dato alimento definite antigeni, ogni pozzetto quindi conterrà una antigene diverso. L’analisi vera e propria può essere schematizzata in 4 fasi:

Nella prima fase l’operatore carica all’interno dei pozzetti il campione di sangue prelevato dal paziente, all’interno del quale sono presenti numerosi anticorpi. Se tra questi ce ne sono alcuni specifici per l’antigene legato al pozzetto, si andranno a legare a loro volta in maniera stabile a quest’ultimi. La restante parte di anticorpi non specifici viene allontanata con una soluzione di lavaggio.

A questo punto si passa alla seconda fase dove viene caricata all’interno del pozzetto una soluzione contenente anticorpi secondari specifici per le IgG umane, ai quali è legato un enzima. Una volta all’interno del pozzetto si andranno a legare agli anticorpi del paziente che a loro volta sono legati agli antigeni presenti sulla superfice del pozzetto. Anche in questo caso gli anticorpi secondari in eccesso che non si sono legati, vengono allontanati con una soluzione baffer.

Successivamente si passa alla terza fase, nella quale si aggiunge al pozzetto una soluzione contenente un substrato utilizzabile dall’enzima legato all’anticorpo secondario, il quale andando a consumare il substrato porterà ad una riduzione del Ph della soluzione che cambierà colore diventando gialla. L’intensità di colore quindi è direttamente proporzionale al numero di anticorpi secondari e quindi è misura diretta degli anticorpi specifici presenti nel campione del paziente.

illustrazione piastra elisa per test intolleranze alimentari

A questo punto si è ottenuto un‘intensità luminosa che deve essere convertita in un valore numerico, per farlo passiamo alla 4 e ultima fase nella quale mediante l’utilizzo di uno spettofotometro, che legge alla lunghezza d’onda di 450 nm ( nanometri), possiamo ottenere la concentrazione delle IgG all’interno di ogni singolo pozzetto, che viene espressa, dopo normalizzazione, in valore percentuale.

Trattamento “intolleranze alimentari”: perché eliminare?

protocollo recupero intolleranze alimentari

L’unico trattamento che permette di migliorare e risolvere la situazione prevede una corretta strategia nutrizionale e fitoterapica volta, in una prima fase, a desensibilizzare l’organismo dalla sostanze incriminate e successivamente ripristinare la corretta tolleranza. Un corretto iter terapeutico potrebbe essere quindi suddiviso in 4 fasi, dove le prime due prevedono l’eliminazione degli alimenti incriminati, mentre le altre due ne prevedono la reintroduzione.

Nelle prime due fasi, che possiamo definire di remissione e di adattamento, l’eliminazione delle sostanze incriminate [5] porta da subito ad una riduzione dei sintomi e del titolo anticorpale.

Molto probabilmente la riduzione della sintomatologia in queste fasi è indotta dall’attenuazione dello stimolo infiammatorio.

In queste fasi, parallelamente all’eliminazione dalla dieta delle sostanze incriminate, è buona norma andare ad agire anche a livello intestinale migliorando l’equilibrio della flora batterica e l’eventuale permeabilità intestinale.

Pertanto può essere d’aiuto l’utilizzo di:

  • Probiotici o prebiotici (6) per migliorare l’equilibrio della flora batterica,
  • Prodotti a base di L-Glutammina (7) che concorre a migliorar la riparazione e il ricambio cellulare,
  • Vitamine e  minerali  come  zinco,  iodio,  selenio, vitamine  del  gruppo  B  e vitamina A che contribuisce al mantenimento di mucose sane;

La seconda parte del trattamento, che prevede le fasi di svezzamento e mantenimento, è molto delicata in quanto andremo a reintrodurre secondo uno schema ben precisi gli alimenti incriminati.

La reintroduzione dovrà avvenire in maniera estremamente graduale, per intenderci mimeremo quelle che sono le tecniche di svezzamento che si attuano in età pediatrica, e quindi partiremo da dosi e frequenze settimanali molto basse e di settimana in settimana aumenteremo prima la dose e successivamente la frequenza.

 Una volta individuate le cause, dalle “intolleranze alimentari” si può guarire!

Bibliografia:

  1. Cai C, Shen J, Zhao D, et al., Sierological investigation of food specific immunoglobulin G antibodies in patients with infiammatory bowel disease., in Plos ONE, 2014.
  2. Ligaarden Sc, Lydersen S, Farup PG, IgG and IgG4 antibodies in subjects whith irritable bowel syndrome: a case control study in the general population, in BMC Gastroenterol, vol. 12, 2012, DOI:10.1186/1471-230X-12-166.
  3. Finkelman FD, Anaphylaxis :lessons from mouse models, in J Allergy Clin Immunol, vol. 120, 2007, pp. 506-15-qiz ;516-7.
  4. Khondoun MV, Strait R, Armstrong L, Yanase N, Finkelman FD, Identification of markers that distinguish IgE-from IgG mediated anaphylaxis, in Proc Natl Acad Sci, vol. 108, 2011, pp. 12413-12418.
  5. L. Zuo,Y.Q.Li,W.J.Li,Y.T.Guo,X.F.Lu,J.M.Li and P. V. Desmondw: Alterations of food antigen-specific serum immunoglobulinsG and E antibodies in patients with irritable bowel syndromeand functional dyspepsia Department of Gastroenterology, Qilu Hospital, Shandong University, Jinan, China andwDepartment of Gastroenterology, St Vincent’s Hospital, Fitzroy Vic.
  6. Lamprecht M, Bogner S, Schippinger G, Steinbauer K, Fankhauser F, Hallstroem S, et al. Probiotic supplementation affects markers of intestinal barrier, oxidation, and inflammation in trained men; a randomized, double-blinded, placebo-controlled trial. J Int Soc Sports Nutr (2012) 9(1):45. doi:10.1186/1550-2783-9-45
  7. RadhaKrishna Rao and Geetha Sama. Role of Glutamine in Protection of Intestinal Epithelial Tight Junctions. J Epithel Biol Pharmacol. 2012 Jan; 5(Suppl 1-M7): 47–54.Published online 2011 Aug 22. doi: 10.2174/1875044301205010047

I consigli alimentari e fitoterapici presenti nell’articolo devono intendersi al solo scopo formativo. Tali informazioni non devono mai sostituire la consulenza personalizzata di un medico. Pertanto, ogni decisione presa sulla base di queste indicazioni dev’essere intesa come personale e secondo propria responsabilità.

Le Allergie Respiratorie Stagionali: ogni anno ritornano

Cosa sono le allergie respiratorie stagionali e con quale meccanismo d’azione si instaurano

La rinocongiuntivite allergica e l’asma bronchiale allergica sono malattie immunologicamente mediate del tratto respiratorio. A seconda dell’allergene, si possono verificare stagionalmente o possono essere perenni. In queste condizioni gli allergeni possono causare una specifica reazione del sistema immunitario, che è mediata da una particolare classe di anticorpi vale a dire le Immunoglobuline E (IgE). Nello specifico, come per il polmone nell’asma allergica, anche la risposta allergica nelle prime vie respiratorie può essere suddivisa in fasi iniziali e tardive. Nella fase precoce dopo che si è verificata la sensibilizzazione a un determinato allergene, e in seguito a una nuova esposizione allo stesso, il legame tra l’allergene e le IgE specifiche presenti sulle superfici dei mastociti nella mucosa nasale, ne provoca la degranulazione, con conseguente rilascio dei mediatori pro infiammatori (tra questi troviamo anche l’istamina) che vanno ad agire sulle cellule dell’epitelio nasale, sulle terminazioni nervose e sulla vascolarizzazione del naso (Bousquet et al, 1996). In questo processo, l’istamina svolge il ruolo più importante, agendo sulle terminazioni nervose, per produrre i sintomi di prurito e starnuto, sulle piccole vene e capillari, causando permeabilità vascolare, che porta al blocco nasale, che è uno dei sintomi principali della rinite allergica. Nella fase tardiva, le cellule infiammatorie continuano a essere reclutate e quindi vanno ulteriormente a sensibilizzare l’area. Questa iper-reattività nasale fa sì che le cellule dell’epitelio nasale siano estremamente pronte a rispondere agli stimoli, quindi è necessaria una quantità minore di allergene per provocare i sintomi. In questa fase i pazienti sono talmente sensibilizzati che si possono verificare sintomi anche in funzione di stimoli non specifici come odori forti di candeggina, lacca per capelli e fumo di tabacco. Le sostanze che più frequentemente sono correlate con le allergie respiratorie possono essere divise in due categorie, vale a dire in allergeni interni ed esterni. Tra gli allergeni interni (quelli presenti nelle nostre case) quelli maggiormente incriminati sono acari e peli di animali, invece i pollini di betulla, ontano, nocciola, varie erbe e l’artemisia sono i più frequenti allergeni esterni.

Incidenza della patologia nella popolazione italiana, e Sintomi associati alla condizione

In termini di effetti sulla popolazione, le allergie respiratorie si posizionano ai primi posti come malattie croniche. In Europa, diverse società scientifiche e associazioni dei malati stimano una prevalenza delle riniti allergiche, nel loro complesso, del 10-20%, a seconda delle zone e delle stagioni, con un trend che sembra essere in crescita negli ultimi anni. In Italia, secondo quanto contenuto nel progetto Aria, un’iniziativa voluta dall’Oms per diffondere nelle farmacie e tra il pubblico generale informazioni sulle rinocongiuntiviti allergiche e sull’asma, si stima che il 25% della popolazione compresa tra i 18 ed 44 anni soffre di rinite allergica e il 5% soffre di asma. I sintomi interessano principalmente le membrane di rivestimento del naso, inducendo rinite allergica, o le membrane di rivestimento delle palpebre e del bianco degli occhi (congiuntiva), provocando congiuntivite allergica.

Tra i principali sintomi troviamo:

  • Prurito al naso, al palato, al retro faringe e agli occhi;
  • Il gocciolamento nasale, caratterizzato da una secrezione acquosa di colore chiaro e a volte ostruzione nasale;
  • Ostruzione dei seni paranasali, che causano cefalea e occasionalmente infezioni sinusali (sinusite);
  • Starnuti frequenti;
  • Lacrimazione oculare, arrossamento del bianco degli occhi e gonfiore delle palpebre;
  • Altri sintomi includono tosse, respiro sibilante e talvolta irritabilità e disturbi del sonno.

La gravità dei sintomi varia in base alla stagione, inoltre molti soggetti con rinite allergica sono anche affetti da asma (che induce sibili respiratori), causato dagli stessi allergeni che contribuiscono alla rinite allergica e alla congiuntivite.

Reazioni crociate tra allergeni e alimenti “Una somiglianza irritante”

tabella reazioni crociate rispetto alle allergie respiratorie

Gli individui positivi per l’allergia IgE-mediata ai pollini possono andare in contro a fenomeni così detti di “reazione allergica crociata”, un fenomeno nel quale il sistema immunitario non riconosce la differenza tra le proteine del polline e quelle dell’alimento. Questo fenomeno si manifesta perché in molti alimenti (vedi tabella sottostante) sono presenti molecole proteiche simili a quelle che si trovano nei pollini o negli acari della polvere. Queste molecole vengono riconosciute dal sistema immunitario anche dopo ingestione dell’alimento, scatenando così la reazione alimentare crociata.

Quando si verifica una reazione allergica crociata, l’assunzione di alcuni alimenti, soprattutto durante il periodo di fioritura, può accentuare i sintomi indotti dalla sostanza inalante. Non tutte le persone allergiche ai pollini hanno necessariamente un’allergia crociata agli alimenti e non tutti gli alimenti elencati nella tabella danno allergie nella singola persona. Per questi motivi è importante che sia solo lo specialista a indigare caso per caso se/e quale dieta seguire, anche allo scopo di limitare il rischio di squilibri nutrizionali.

Il miglior trattamento per le allergie respiratorie è la prevenzione

Quando si soffre di allergie respiratorie come quelle stagionali, ridurre al minimo i fattori di rischio è importante. Per ridurre quanto più possibile l’esposizione alle sostanze incriminate è sufficiente seguire i seguenti consigli:

  • Tenere finestre e porte chiuse a casa e in macchina durante la stagione delle allergie;
  • Fare una doccia, lavare i capelli e cambiare i vestiti dopo aver lavorato o giocato all’aperto.
  • Indossare una maschera con filtro NIOSH 95 quando si falcia il prato o si svolgono altre faccende all’aperto
  • tenere sotto controllo il “calendario pollinico” che indica quali e quanti pollini circolano nell’aria in ogni periodo, e evitare di uscire nelle ore di maggior concentrazione.
rappresentazione calendario pollinico per le allergie respiratorie

Quando si parla di allergie, il motto “prevenire è meglio che curare” è doppiamente valido.

Trattamenti farmacologici

La corrispondenza tra farmaco e sintomo è cruciale nella gestione della rinite allergica, per cui nella fase iniziale della risposta allergica, che è in gran parte dovuta all’istamina, potrebbe essere vantaggioso l’utilizzo di un antistaminico a lunga durata d’azione, mentre per i sintomi successivi, più cronici, sarebbe preferibile trattarli con un corticosteroide nasale topico. Questa combinazione è il trattamento di prima linea per la rinite allergica (Bousquet et al, 2001). In alternativa l’immunoterapia specifica può essere d’aiuto in alcuni casi quali:

  • In presenza di sintomi gravi
  • Se non è possibile evitare il contatto con l’allergene
  • Quando i farmaci abitualmente usati per trattare la rinite o la congiuntivite allergica non riescono a controllare i sintomi

L’immunoterapia deve essere iniziata dopo la stagione dei pollini, per prepararsi alla stagione successiva. Questa terapia presenta più effetti collaterali se iniziata durante la stagione dei pollini, perché gli allergeni hanno già stimolato il sistema immunitario, e offre il massimo dell’efficacia se continuata per tutto l’anno.

Come diagnosticare le allergie respiratorie?

La diagnosi di allergie respiratorie stagionali viene effettuata dall’allergologo sulla base dei sintomi e delle circostanze in cui si manifestano. A sostegno della diagnosi clinica vengono utilizzati diversi tipi di test come il RAST Test (test in vitro), in alternativa il prick test (test in vivo). Per eseguire il prick test, si pone una minima quantità di allergene sulla cute lievemente scarificata del soggetto in esame (grazie all’impiego di lancette “calibrate” con una punta molto piccola). Se nel sangue del soggetto allergico sono presenti anticorpi IgE attivi contro un determinato allergene si osserverà una reazione di edema localizzato con prurito (pomfo) in corrispondenza della piccola area cutanea dove è stata posta la sostanza alla quale è allergico (o si suppone sia allergico) il paziente. il RAST (Radio Allergo Sorbent Test) consente, mediante un prelievo di sangue, di identificare e quantificare  le IgE “specifiche” verso un determinato allergene.

Bibliografia

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  • PROGETTO MONDIALE ARIA.AGGIORNAMENTO ITALIA Linee-Guida Italiane Firenze, 28 Febr 2019
  • Akeda K, Hamelmann E,  Joetham A, et al. Development of eosinophilic airway inflammation and airway hyperresponsiveness in mast cell-deficient mice, J Exp Med, 1997, vol. 186 (pg. 449-454)
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  • Bousquet J1, Van Cauwenberge P, Khaltaev N; Aria Workshop Group; World Health Organization. Allergic rhinitis and its impact on asthma. J Allergy Clin Immunol. 2001 Nov;108(5 Suppl):S147-334.
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I consigli alimentari e terapeutici presenti nell’articolo devono intendersi al solo scopo formativo. Tali informazioni non devono mai sostituire la consulenza personalizzata di un medico. Pertanto, ogni decisione presa sulla base di queste indicazioni dev’essere intesa come personale e secondo propria responsabilità.

Permeabilità intestinale? Chiariamoci le idee

La barriera intestinale

rappresentazione permeabilità intestinale

L’intestino rappresenta l’ultima porzione del nostro apparato digerente e viene definito anche secondo cervello, grazie alla presenza di un vero e proprio sistema nervoso presente nello spessore della sua parete. E’ l’area più estesa dell’organismo (lungo circa 7 metri), ed è sede della più importante stazione immunitaria del corpo, in quanto rappresenta la principale interfaccia di passaggio dall’ambiente esterno a quello interno dell’organismo. La parete del lume intestinale è organizzata come un sistema a più strati, che ha il compito di prevenire l’adesione batterica, regolare la diffusione para cellulare verso i tessuti dell’ospite sottostanti, e di discriminare tra i microorganismi commensali e quelli patogeni, organizzando la tolleranza immunologica verso i commensali e la risposta immune verso i patogeni. La barriera superficiale inizia dal microbiota residente che compete con i patogeni per guadagnarsi spazio e risorse energetiche, elaborare le molecole necessarie all’integrità mucosale e modulare il comportamento immunologico della barriera profonda. Il livello successivo è rappresentato dallo strato di muco, che separa il contenuto endoluminale dagli strati più interni e contiene prodotti antimicrobici e IgA secretorie. Al di sotto del muco, è presente un monostrato di cellule epiteliali gli Enterociti, unite strettamente tra loro da giunzioni serrate (in inglese tight junction), e che gli permettono di costituire una barriera fisica efficace nell’assorbire i nutrienti, ma altrettanto efficace nell’ impedire alla maggior parte delle molecole e dei germi più grandi di passare dall’interno dell’intestino nel flusso sanguigno e potenzialmente causare così diverse problematiche.

La permeabilità intestinale

Molteplici fattori, legati per lo più allo stile di vita e all’alimentazione, sono in grado di ridurre la selettività della barriera intestinale, determinando così l’insorgenza della cosiddetta “sindrome dell’intestino gocciolante”, leaky gut syndrome (1). In questa condizione, le strette giunzioni delle cellule intestinali subiscono un’alterazione tale da consentire il passaggio di molecole non self e quindi potenzialmente pericolose, che possono causare o contribuire alla comparsa dei seguenti sintomi:

  • diarrea cronica, costipazione o gonfiore;
  • infezioni genitourinarie ricorrenti;
  • Fatica cronica;
  • problemi della pelle, come acne, eruzioni cutanee o eczema;
  • dolori articolari;
  • infiammazione diffusa;
  • Reazioni di ipersensibilità e Intolleranze.
rappresentazione stato permeabilità intestinale

Patologie associate alla sindrome dell’intestino permeabile

La letteratura scientifica ha confermato che la presenza di processi infiammatorio cronici in seguito all’aumento della permeabilità intestinale, si pone come base, in persone predisposte, per l’istaurarsi di diverse condizioni patologiche(2),(3),(4), come:

  • Morbo Celiaco
  • Diabete mellito di tipo 1
  • Asma
  • Sclerosi multipla
  • Malattie infiammatorie croniche intestinali
  • Spondilite anchilosante
  • Obesità
  • Epatopatia steatosica non-alcolica (Non-Alcoholic Fatty Liver Disease, NAFLD)
  • Psoriasi

Insomma si verifica un effetto domino con conseguenze a volte irrimediabili.

Fattori che portano all’instaurarsi della permeabilità intestinale

Le principali cause di un’alterazione della funzionalità della barriera intestinale sono:

  • Diete squilibrate;
  • il cambiamento nella composizione del microbiota (disbiosi);
  • l’uso dei farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS);
  • i chemio e radioterapici;
  • l’alcol;
  • lo stress;
  • l’infiammazione sistemica;
  • le infezioni.

Come identificare e misurare la permeabilità intestinale?

Partendo da studi sul colera e poi, successivamente a quelli, sul morbo celiaco, il medico italiano Alessio Fasano ha scoperto l’esistenza di una proteina chiamata zonulina (5) un precursore dell’aptoglobina 2, una molecola antichissima prodotta solo dalla specie umana che innesca una  serie  di  modificazioni  che  conducono al riarrangiamento  del  citoscheletro,  con conseguente segnale di apertura delle giunzioni strette (tight junctions). Questa scoperta ci ha permesso di sviluppare un Test in grado di misurare questo metabolita nelle feci la cui concentrazione oltre i limiti è misura diretta della presenza di permeabilità intestinale.

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Cosa fare in caso di permeabilità intestinale?

L’alimentazione è la prima arma in nostro possesso per la gestione o il miglioramento della sintomatologia legata alla permeabilità intestinale.  Esistono cibi che promuovono l’infiammazione e cibi che la attenuano:  tra questi ultimi citiamo la carne magra e il pesce, le patate, il riso, la frutta e la verdura (da preferire quella ricca di fibre solubili come carote, melanzane, zucchine, mele, pere, susine e la frutta secca), cereali integrali tra cui l’avena, e tanta acqua. I cibi pro infiammatori sono invece: tutto ciò che è lievitato o fermentato, compresi gli alcolici, il caffè, il tè, i cibi grassi. Inoltre risulta opportuno monitorare le allergie alimentari e le intolleranze, inclusa la sensibilità al glutine non celiaca in modo da poter seguire la dieta più adatta alle proprie esigenze. Per chi soffre di permeabilità  intestinale  è  sempre  utile  integrare  anche  con  probiotici  o prebiotici (6) (fibre a base di Frutto-Oligo-Saccaridi e Inulina) per migliorare l’equilibrio della flora batterica. Altri integratori utili possono essere quelli a base di L-Glutammina (7) che concorre a migliorar la riparazione e  il ricambio  cellulare, insieme  a  importanti  vitamine  e  minerali  come  zinco,  iodio,  selenio, vitamine  del  gruppo  B  e vitamina A che contribuisce al mantenimento di mucose sane; da non dimenticare l’utilità degli antiossidanti e di antiinfiammatori naturali (Aloe, curcuma, ecc.) . E’ inoltre importante scegliere la giusta attività fisica, per migliorare il transito intestinale (camminata, yoga, pilates, shiatsu, ad esempio).

“Il primo passo per contrastare questa condizione è sapere di esserne affetto!” Rivolgiti al centro specialistico più vicino a te.

BIBLIOGRAFIA

  1. Green P, Jones R. Celiac Disease: A Hidden Epidemic. New York, NY: Harper Collins; 2006:98.
  2. Barbara G. et al., Mucosal permeability and immune activation as potential therapeutic targets of probiotics in irritable bowel syndrome. J Clin Gastroenterol. 2012 Oct;46 Suppl:S52-5.
  3. Lerner A, Matthias T. Changes in intestinal tight junction permeability associated with industrial food additives explain the rising incidence of autoimmune disease. Autoimmun Rev. 2015;14(6):479-489.
  4. TEDDY Study Group. The Environmental Determinants of Diabetes in the Young (TEDDY) Study. Ann N Y Acad Sci. 2008 Dec;1150:1-13. doi: 10.1196/annals.1447.062.
  5. Fasano A. Intestinal permeability and its regulation by zonulin: diagnostic and therapeutic implications. Clin Gastoenterol H. 2012;10(10):1096-1100.
  6. Lamprecht M, Bogner S, Schippinger G, Steinbauer K, Fankhauser F, Hallstroem S, et al. Probiotic supplementation affects markers of intestinal barrier, oxidation, and inflammation in trained men; a randomized, double-blinded, placebo-controlled trial. J Int Soc Sports Nutr (2012) 9(1):45. doi:10.1186/1550-2783-9-45
  7. RadhaKrishna Rao and Geetha Sama. Role of Glutamine in Protection of Intestinal Epithelial Tight Junctions. J Epithel Biol Pharmacol. 2012 Jan; 5(Suppl 1-M7): 47–54.Published online 2011 Aug 22. doi: 10.2174/1875044301205010047

I consigli alimentari e fitoterapici presenti nell’articolo devono intendersi al solo scopo formativo. Tali informazioni non devono mai sostituire la consulenza personalizzata di un medico. Pertanto, ogni decisione presa sulla base di queste indicazioni dev’essere intesa come personale e secondo propria responsabilità.

Intestino sano con l’esame del Microbiota Intestinale

Alterazione della flora batterica intestinale

Sono miliardi gli organismi che popolano il nostro intestino. Stiamo parlando di un’area che ha un’estensione di circa 300 metri quadrati e che, nel corso di una vita, viene attraversata da circa 30 tonnellate di cibo e 50 mila litri di liquidi. Numeri che danno la dimensione dell’importanza del microbiota intestinale sul nostro stato di salute.

foto microbiota intestinaleL’insieme della popolazione di microrganismi, soprattutto batteri, che colonizza il nostro apparato digerente costituisce la cosiddetta flora batterica intestinale, oggi chiamata anche microbiota intestinale. All’interno del microbiota intestinale si concentra circa il 70% del nostro sistema immunitario ed esso svolge una miriade di funzioni vitali, prima fra tutte quella appunto di agire come barriera difensiva, creando un ambiente inospitale agli agenti patogeni, modificando il pH intestinale e riducendo i substrati che favoriscono la proliferazione di questi batteri nocivi. Questi batteri, di cui si contano 500 specie differenti, si possono dividere in “buoni” (non patogeni) e nocivi (patogeni). Nell’intestino le specie buone sono prevalenti e ne assicurano l’equilibrio nonostante la presenza di quelle nocive. Questo stato di equilibrio prende il nome di eubiosi, letteralmente “benefico per l’organismo”, mentre per disbiosi si intende un’alterazione della flora batterica intestinale dovuta a un aumento indisturbato dei ceppi patogeni e a una diminuzione di quelli salutari.

Quali sono i sintomi della disbiosi intestinale?

Ecco un breve elenco dei “campanelli d’allarme” utili a riconoscere la disbiosi intestinale:

  • Stitichezza
  • Diarrea
  • Gonfiore o dolore addominale
  • Reflusso gastroesofageo
  • Aria e ed eccessiva produzione di gas intestinali
  • Presenza di muco nelle feci
  • Infezioni genitali ricorrenti come la candidosi vaginale
  • Prurito e sfoghi della pelle come acne, psoriasi, rosacea
  • Carenze nutritive soprattutto di vitamine e minerali
  • Intolleranze alimentari
  • Aumentata suscettibilità ad infezioni e allergie
  • Malattie autoimmuni (Artrite reumatoide, Tiroidite di Hashimoto, Celiachia, Diabete tipo 1…)
  • Stress cronico
  • Scarsa concentrazione e malessere generale senza apparente motivo
  • Disturbi del sonno e cambiamenti dell’umore
  • Ridotta efficienza fisica

Nel caso si avvertano alcuni dei sintomi sopra citati è importante non trascurarli ma fare una verifica dello stato di salute del proprio benessere intestinale. Il test Inflora Scan risponde a questa esigenza.

Inflora Scan: il test del microbiota intestinale per il tuo benessere

campagna test microbiota intestinaleL’Inflora Scan consente di indagare lo stato di salute dell’intestino attraverso la valutazione di:

  • Equilibrio del microbiota intestinale attraverso l’analisi microbiologica delle feci
  • Infiammazioni intestinali: attraverso il marker della Calprotectina
  • Capacità digestiva per sapere in quale funzione del processo vi siano eventuali alterazioni e avere un’idea precisa di come intervenire in caso di disturbi digestivi.
  • Permeabilità intestinale per indagare se la parete dell’intestino ha subito danni ripetuti nel tempo che non le consentono di riuscire più né ad assorbire propriamente i nutrienti né a trattenere al suo interno le varie sostanze tossiche.
  • Presenza di parassiti per capire vi siano parassiti intestinali che impediscono il corretto assorbimento dei nutrienti e smaltimento delle tossine ed infezioni gravi che possono causare una occlusione intestinale.

L’esame del microbiota intestinale viene eseguito su campioni di feci e urine e i referti presentano, oltre ai risultati analitici, anche un’accurata e sicura interpretazione medica con i consigli alimentari e un protocollo specifico di riequilibrio della flora batterica da seguire. Vengono invece rimandate al medico curante le decisioni terapeutiche.

Allergie e intolleranze alimentari: è tempo di fare chiarezza!

Cosa sono le allergie e intolleranze alimentari? C’è differenza? Come riconoscere i sintomi? Quali sono i test da fare per capire se si è allergici o intolleranti a uno specifico alimento? In questo articolo proveremo a fare un po’ di chiarezza. In un mondo popolato da opinionisti di ogni cosa, è importante risolvere i sempre più frequenti dubbi che regnano in campo alimentare attorno ai concetti di allergie e intolleranze alimentari.

Differenza fra allergie e intolleranze alimentari: Scopriamo le differenze!

Nonostante la crescente diffusione, c’è ancora molta confusione fra il concetto di ‘allergia’ e quello di ‘intolleranza alimentare’: in realtà si tratta di due disturbi nettamente distinti sia per quanto riguarda la sintomatologia, sia per quanto riguarda il meccanismo d’azione e la relativa diagnostica; vediamole nel dettaglio.

Allergie e intolleranze alimentari fanno parte di un vasto gruppo di disturbi definiti come ‘reazioni avverse al cibo’, i cui sintomi sono scatenati dall’ingestione di uno o più alimenti.

È possibile distinguere tra due tipi di reazioni avverse al cibo: tossiche o non tossiche. Mentre le prime sono legate soprattutto a intossicazioni alimentari o alla presenza di microorganismi patogeni che si sviluppano a seguito di una errata produzione o conservazione, le ultime dipendono dalla suscettibilità dell’individuo e si dividono in reazioni immunomediate e reazioni non immunomediate.

Tra le reazioni non immunomediate troviamo le intolleranze enzimatiche, conseguenza di difetti congeniti che impediscono di metabolizzare alcune sostanze presenti nell’organismo, come avviene ad esempio per la lattasi nell’intolleranza al lattosio (diagnosticabile con il Breath test), o per le reazioni legate alla celiachia (intolleranza permanente al glutine), la cui diagnosi viene effettuata in maniera predittiva con la ricerca nel sangue di anticorpi anti gliadina, anti endomisio e anti transglutaminasi, ma la cui diagnosi definitiva deve necessariamente avvenire attraverso una biopsia intestinale, che permette di valutare le tipiche alterazioni della malattia a livello della membrana intestinale.

Nelle reazioni invece immunomediate è doveroso effettuare un’ultima distinzione che consiste nelle reazioni IgE mediate (allergie) e quelle non IgE mediate (erroneamente dette ‘intolleranze alimentari’) in cui il carattere diagnostico distintivo è rappresentato dalla ricerca di reazioni immunomediate, cioè modulate dal nostro sistema immunitario.

La principale differenza tra allergie e intolleranze alimentari sta nel fatto che nelle prime si ha un’ipersensibilità di tipo I, mediata dalle IgE, mentre nelle seconde abbiamo un’ipersensbilità di tipo III IgG mediata.

Un’ulteriore differenza consiste nel fatto che le allergie sono reazioni immediate, non dose dipendente e la sintomatologia si presenta in acuto, con dei sintomi che possono essere spesso eclatanti come rossore, edema, secrezione di muco e in alcuni casi broncocostrizione e laringospasmo.

Al contrario, le ‘intolleranze alimentari’ sono reazioni ritardate, dose dipendente e per questo i sintomi possono comparire dopo un certo periodo di tempo dal consumo dell’alimento responsabile.

Anche la sintomatologia è completamente diversa in quanto ha un carattere più cronico: oltre a stanchezza cronica, sonnolenza, ritenzione idrica, aumento della sudorazione, linfoadenopatia tonsillare, obesità possono colpire differenti apparati, oltre al gastro-enterico:

  • Apparato cutaneo (orticaria, acne, eczema, dermatite)
  • Sistema nervoso (cefalea, emicrania, alterazione dell’equilibrio, ansia, depressione, irritabilità, torpore mentale, scarsa memoria, difficoltà di concentrazione)
  • Apparato uro-genitale (infiammazioni uro-genitali)
  • Sistema muscolo-articolare (crampi, spasmi, debolezza muscolare, dolori articolari e muscolari, infiammazioni muscolo-tendinee)

I test per le allergie e intolleranze alimentari

Test intolleranze alimentari

Campagna test allergie e intolleranze alimentariMentre ad oggi, mancano dati scientifici che validino test finora molto conosciuti quali il Cytotest o il Vegatest, il Dria o altri sistemi che commercialmente hanno spopolato nel corso di questi anni, la ricerca scientifica e gli studi prodotti nel campo hanno evidenziato invece una buona attendibilità per la ricerca delle immunoglobuline IgG nei confronti degli alimenti, con risultati clinicamente significativi, tenendo conto anche che le IgG hanno un’elevata emivita e rappresentano circa il 75% del pool delle immunoglobuline del siero totale. Il dosaggio di questi anticorpi viene effettuato attraverso un prelievo di sangue venoso o capillare e il risultato ottenuto con la metodica standardizzata ELISA offre inoltre un alto grado di ripetibilità (> 90%).

A questo proposito Natrix ha ideato il “Food Intolerance Test” (test per intolleranze alimentari, abbreviato F.I.T.), che, come dicevamo prima, utilizza la metodica standardizzata ELISA, che offre un alto grado di ripetibilità, per misurare i livelli sierici di IgG specifici nei confronti delle frazioni proteiche degli alimenti, eseguibile con un prelievo di sangue venoso o capillare.

Il test può valutare fino a 184 alimenti, e permette di costruire un successivo protocollo nutrizionale per il recupero della tolleranza.

Infatti, mentre le allergie non vanno incontro ad un processo di guarigione, per le intolleranze alimentari è possibile tornare ad una remissione dei sintomi e delle alterazioni, grazie ad un percorso nutrizionale personalizzato.

Test allergie alimentari e respiratorie

Campagna test allergie e intolleranze alimentariA proposito delle allergie invece, Natrix ha ideato i Profili Aller, che sono test semi-quantitativi in vitro che permettono di rilevare nel sangue la presenza di anticorpi di ­classe IgE, specifici per ogni singolo allergene (IgE). Anche per questi test basta un semplice prelievo capillare oppure venoso.

I profili Aller si dividono in 6 pannellature a seconda degli allergeni testati:

Aller I 30 (30 allergeni inalanti), Aller A 33 (33 allergeni alimentari), Aller M.I.A. 33 (33 allergeni misti alimentari e inalanti), Aller M.I.A. 54 (54 allergeni misti alimentari e inalanti), Aller I.A. 63 (63 allergeni misti alimentari e inalanti), Aller M.I.A.P. 27 (27 allergeni misti alimentari e inalanti in chiave pediatrica).

Bibliografia

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