Rischio cardiovascolare e nutrizione: un po’ di numeri… e una formula magica.

Eziologia del rischio cardiovascolare.

Le malattie cardiovascolari, causate dall’accumulo di colesterolo e altre sostanze sulle pareti delle arterie (placca arteriosclerotica), sono la prima causa di mortalità al mondo.

Secondo i dati ISTISAN, in Italia 160.000 persone ogni anno sono colpite da un attacco cardiaco, con un’incidenza della mortalità per malattie del sistema cardiocircolatorio che per il 38,7% riguarda soggetti di sesso maschile mentre per il 48,4% quelli di sesso femminile.

L’eziologia di tali patologie è multifattoriale: ci sono cioè più fattori di rischio che contemporaneamente contribuiscono alla loro insorgenza e sviluppo, e in accordo a determinati standard italiani ed europei, NatrixLab propone un test per calcolare il rischio di sviluppare una malattia cardiovascolare nei prossimi 10 anni in un individuo asintomatico.

Diamo ora un’occhiata a questi fattori, alcuni dei quali sono modificabili, ovvero ridimensionabili grazie a mutamenti nello stile di vita o a terapie farmacologiche; altri invece no.

I fattori modificabili sono:

  • Fumo: la nicotina accelera il battito cardiaco, mentre il monossido di carbonio diminuisce la quantità di ossigeno nel sangue, inducendo un aumento di radicali liberi che vanno ad alimentare lo stress ossidativo velocizzando il processo arteriosclerotico;
  • Stili alimentari scorretti: una dieta sbilanciata con un eccessivo apporto di grassi saturi determina un aumento delle concentrazioni plasmatiche delle lipoproteine LDL, che sono alla base della genesi della placca aterosclerotica;
  • Pressione arteriosa: la pressione alta costringe il muscolo cardiaco a un superlavoro e favorisce la formazione di placche arteriosclerotiche sulle pareti delle arterie;
  • Colesterolemia totale: il colesterolo eccessivo aumenta il rischio che si depositi sulle pareti delle arterie;
  • HDL – Colesterolemia: si tratta di una lipoproteina ad alta densità utile per rimuovere il colesterolo in eccesso. Minore è la sua quantità, maggiore è il rischio cardiovascolare;
  • Diabete: favorisce l’arteriosclerosi perché contribuisce all’irrigidimento dell’endotelio vasale delle arterie, e promuove processi ossidativi incrementando il rischio cardiovascolare;
  • Sovrappeso e obesità: l’eccesso di peso aumenta il rischio di ipertensione, ipercolesterolemia e diabete, fattori di rischio per malattie cardiovascolari e ictus;
  • Sedentarietà: l’attività fisica riduce il grasso corporeo, permette un buon controllo della glicemia, aumenta la sensibilità all’insulina, abbassa il colesterolo ‘cattivo’ e aumenta quello ‘buono’.

I fattori non modificabili sono:

  • Sesso: nella donna il rischio di malattie cardiovascolari aumenta sensibilmente dopo la menopausa;
  • Ereditarietà: parenti con dislipidemia, o con eventi cardiovascolari prima dei 60 anni;
  • Età: il rischio aumenta progressivamente con il passare degli anni.

La dieta mediterranea? Una formula magica!

checkup_profiles_testNei due articoli precedenti, parlando prima di Ancel Keys, inventore della dieta mediterranea, poi dei principi di tale stile alimentare, è emerso fin da subito come la dieta mediterranea, interpretata nel senso proprio del termine e inserita nel contesto di uno stile di vita sano, sia una delle leve fondamentali per agire sui fattori modificabili che vanno a ridurre il rischio di contrarre patologie cardiovascolari.

C’è solo l’imbarazzo della scelta nel citare studi in tal senso. Ad esempio, lo studio del 2013 di Joanna Hlebowicz et al., ‘A high diet quality is associated with lower incidence of cardiovascular events in the Malmo diet and cancer cohort’, descrive come i modelli alimentari ad elevato consumo di verdura, legumi, frutta, frutta a guscio, prodotti integrali e grassi mono e polinsaturi riducano il rischio di eventi cardiovascolari nel 32% degli uomini e nel 27% delle donne.

In questo caso si potrebbe addirittura smentire chi afferma che non esista una formula magica per stare bene, perché non sarà certo magica, ma esiste, si chiama Mediterranean Adequacy Index (MAI-IAM), e il valore viene ottenuto dividendo la somma delle percentuali di chilocalorie totali proveniente da gruppi alimentari appartenenti alla dieta mediterranea per la somma delle percentuali di chilocalorie totali fornita da gruppi alimentari non appartenenti a tale regime alimentare, ovvero:

MAI-IAM = (% kcal cereali + patate + legumi + ortaggi + frutta + pesce + oli d’oliva e semi + vino)
(% kcal latte + formaggi + carne + uova + grassi animali e margarine + dolciumi + zucchero)

Se il risultato dell’indice MAI-IAM è compreso fra 5 e 10, significa che ci stiamo prendendo adeguatamente cura del nostro cuore e in ultima analisi della nostra salute: fatti salvi i fattori di rischio non modificabili, è infatti possibile misurare il rischio globale di sviluppare una patologia cardiovascolare e ridurre notevolmente tale indice agendo sul nostro stile di vita.

Quali sono le basi della dieta mediterranea?

I macronutrienti.

Con l’articolo precedente abbiamo iniziato un ciclo di contributi sulla dieta mediterranea: siamo partiti parlando della vita di Ancel Keys, il primo a mettere in relazione la tipologia di alimentazione del sud Italia con la bassa incidenza di malattie cardiovascolari, e proseguiamo parlando dei principi di funzionamento di tale protocollo alimentare.

Innanzitutto definiamo i macronutrienti, che sono i carboidrati, le proteine e i lipidi, ovvero quei nutrienti alimentari che devono essere introdotti nell’organismo in grandi quantità.

I primi, trasformati dall’organismo in glucosio, forniscono l’energia per tutte le funzioni delle cellule e dei tessuti. Le fonti principali di carboidrati sono i cereali, i farinacei (pane, pasta), le patate e la frutta.

Le seconde hanno una funzione plastica, in quanto vengono utilizzate per la costruzione dei tessuti e degli organi, come ad esempio i muscoli: l’assunzione di proteine è quindi fondamentale per i bambini, che devono “costruire” il proprio corpo, ma anche negli adulti per la rigenerazione dei tessuti e per il sistema immunitario e ormonale. Le fonti principali di proteine sono la carne, il pesce, il latte, le uova, i legumi.

Infine i lipidi servono da riserva di energia perché vengono utilizzati più lentamente rispetto ai carboidrati, e sono fondamentali per le membrane cellulari e la sintesi di alcuni ormoni, oltre l’assorbimento di alcune vitamine.

Una questione di qualità.

Alla base della dieta mediterranea c’è una prima indicazione quantitativa sulla distribuzione dei macronutrienti nel regime alimentare, che ripartisce le calorie giornaliere per il 55-65% da carboidrati, per il 30% dai grassi, infine per il 15% dalle proteine.

La ripartizione quantitativa comunque non basta, perché di importanza cruciale è la valutazione qualitativa dei nutrienti, che andiamo qui di seguito a spiegare.

  1. Carboidrati.
    Pane, pasta e farinacei dovrebbero essere derivati da farine integrali, che non abbiano quindi subito un processo di raffinazione.
    Per frutta e verdura, almeno cinque porzioni al giorno, è necessario scegliere sempre quella fresca di stagione, preferendo le preparazioni a crudo piuttosto che cotte in modo da evitare di perdere durante tale processo nutrienti fondamentali come vitamine, minerali e sostanze antiossidanti.
  2. Proteine.
    Sarebbero da preferire le proteine di origine vegetale, ovvero i legumi, che dovrebbero costituire l’80% delle calorie destinate a questo macronutriente, con il restante 20% da pesce o carni bianche.
  3. Grassi.
    Si tratta di una classe fondamentale di nutrienti che molto spesso a torto gode di cattiva fama nell’opinione comune: ne abbiamo parlato anche in questo articolo.
    Per quanto riguarda di grassi, la dieta mediterranea non può non basarsi sull’olio extravergine di oliva, le cui molecole di base (acidi grassi liberi) sono i principali costituenti delle membrane cellulari.
    Inoltre l’olio extravergine di oliva, proprio per la sua peculiare distribuzione in acidi grassi (povera in saturi e ricca in monoinsaturi come gli omega 9) e per la presenza di acidi grassi essenziali polinsaturi come omega 3 e omega 6 e polifenoli rappresenta, nelle giuste quantità, lo strumento terapico fondamentale per prevenire e migliorare lo stato di salute in pazienti affetti da patologie cardiovascolari e sindromi metaboliche.

È esattamente a questi principi che i nutrizionisti di NatrixLab si sono ispirati per creare protocolli nutrizionali in grado di prevenire e curare le diverse condizioni patologiche, che grazie a Telenutrizione, la piattaforma di telemedicina NatrixLab, possono gestire in contatto diretto con i loro pazienti.

La dieta mediterranea: chi l’ha inventata?

Tutti ne parlano, ma pochi la conoscono.

A seconda del periodo, o degli argomenti che maggiormente catalizzano l’attenzione generale, ci si improvvisa allenatori, economisti, criminologi, e così via.

Ben lungi dal vederci dietro la volontà di millantare competenze non del tutto consolidate, è naturale esprimere opinioni su ciò che in un dato momento riscuote interesse, e alzi la mano chi non si è mai pronunciato, ad esempio, in merito allo spread, al mercato del lavoro o alla geopolitica, pur non essendo un esperto.

Essendo la nutrizione un ambito che riguarda tutti, a prescindere da età, sesso, cultura e area di provenienza, è naturale che sin dalla notte dei tempi siano fioriti precetti e scuole di pensiero su quale sia il regime alimentare più adatto a mantenere un buono stato di salute.

In questo e nei prossimi articoli parleremo della dieta mediterranea, la più menzionata al mondo, nonché dal 16 novembre 2010 iscritta dall’UNESCO nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’Umanità.

Lo facciamo perché a nostro avviso, come accade a quei concetti che a furia di essere nominati perdono la primigenia nitidezza e inglobano elementi spuri, il concetto di ‘dieta mediterranea’, allontanandosi progressivamente dai modelli alimentari tradizionali di Italia, Grecia, Spagna e Marocco, ha finito per designare, nell’immaginario collettivo, un regime alimentare basato soprattutto sul consumo di carboidrati raffinati come pane e pasta; cosa che, come vedremo, non è affatto vera.

In questo articolo parleremo di Ancel Keys, che per primo l’ha definita; nel prossimo ne vedremo i principi metodologici; da ultimo daremo uno sguardo ad alcuni dati sulla dieta mediterranea.

Il papà della dieta mediterranea.

ancel_keysAncel Benjamin Keys, dicevamo, nato a Colorado Springs nel 1904 e deceduto a Minneapolis nel 2004, biologo e fisiologo statunitense, studiando l’epidemiologia delle malattie cardiovascolari, giunse a formulare ipotesi sull’influenza dell’alimentazione in tali patologie, e ad individuare i benefici di un regime alimentare da lui stesso definito ‘dieta mediterranea’.

Già famoso come ideatore della ‘Razione K’, razione da combattimento individuale giornaliera introdotta negli Stati Uniti d’America nel 1942 nel corso della seconda guerra mondiale, nei primi anni ’50, a Roma per il primo ‘Convegno sull’alimentazione’, rimase affascinato dal dato della bassa incidenza di patologie cardiovascolari e di disturbi gastrointestinali nella regione Campania e nell’isola di Creta, e fu il promotore del primo studio pilota per chiarire tale mistero.

Prese in esame la popolazione di Nicotera, in Calabria, e nel 1962 si trasferì a Pioppi, villaggio di pescatori del comune di Pollica, nel Cilento, dove rimase per 28 anni, e insieme ad alcuni collaboratori (Martti Karvonen, Flaminio e Alberto Fidanza, Jeremiah Stamler) studiò l’alimentazione della popolazione locale.

Dalle anamnesi che estrapolò dalle interviste dei pazienti emerse che nei paesi del sud Italia, viste le precarie condizioni economiche della popolazione, l’alimentazione era basata su cibi poveri come cereali integrali, legumi, frutta, verdura, pesce e pochissima carne.

Dopo avere studiato lo stile alimentare del ceto medio della popolazione campana e calabrese, cominciò a sottoporre i suoi pazienti negli USA allo stesso stile alimentare, riscontrando una notevole riduzione di eventi mortali per patologie cardiovascolari, ma niente di paragonabile alle percentuali nell’Italia meridionale.

Individuò l’elemento chiave nella qualità e nelle proprietà dei grassi impiegati, e in particolare nell’olio extravergine d’oliva, eleggendolo uno dei nutraceutici fondamentali per la prevenzione e la cura delle patologie cardiovascolari.

Insieme alla moglie Margaret, nel 1975 tradusse i suoi studi in forma divulgativa nel volume ‘How to eat well and stay well: the Mediterran way’ (Come mangiare bene e stare bene: lo stile mediterraneo), un libro che fece epoca e che diffuse il concetto di ‘dieta mediterranea’ in tutto il mondo.

E forse, a riprova che Ancel Keys non avesse tutti i torti, sta il fatto che morì a 100 anni compiuti!

Gli acidi grassi? Sono essenziali!

Grassi buoni, grassi cattivi, grassi essenziali

Nel precedente articolo abbiamo sgombrato il campo da un preconcetto largamente diffuso, che vorrebbe identificare i grassi con il Male assoluto: in realtà i grassi sono sostanze indispensabili alla vita dell’organismo, non sono tutti ‘cattivi’, e soprattutto occorre considerare il loro bilanciamento.

Proseguendo l’argomento, andiamo ora ad approfondire il concetto di ‘grassi essenziali’, per capire il ruolo indispensabile dello stile alimentare nel mantenere un profilo lipidico equilibrato.

Gli acidi grassi essenziali sono quegli acidi grassi che il nostro organismo non è in grado di produrre autonomamente a partire da altri precursori: devono pertanto essere introdotti con la dieta per preservare lo stato di salute dell’organismo.

Conosciuti anche come ‘vitamina F’, gli acidi grassi essenziali sono due:

    1. Acido linoleico (precursore degli acidi grassi Omega 6)
      È il più abbondante acido grasso polinsaturo contenuto nei tessuti umani ed è il precursore degli acidi grassi della classe n-6, incluso l’acido arachidonico (contenuto anche nell’olio di arachidi, da cui prende il nome).
      È presente nelle noci, nei cereali, nelle olive e in tutti gli oli vegetali, come l’olio di girasole, l’olio di mais, quello di lino e quello di canapa.
      Bassi livelli di questo acido grasso possono alterare la funzionalità strutturale delle membrane biologiche, con una riduzione nella produzione di eicosanoidi in grado di regolare il processo infiammatorio.
      L’acido linoleico contribuisce ad abbassare i livelli totali di colesterolo ematico e ridurre i fattori di rischio cardiovascolare, una delle principali cause di morte delle società industrializzate.

 

  1. Acido alfa-linolenico (precursore degli acidi grassi Omega 3)
    È considerato il precursore degli acidi grassi della classe n-3.
    Si trova nelle carni e nell’olio di pesci tipici di acque marine fredde come salmone, merluzzo, sgombro, sardine, alici, tonno. È presente inoltre nei semi di lino, di canapa, di colza, nella soia, nelle noci, e nelle verdure a foglia verde scuro.
    L’acido alfa linoleico svolge funzione antiaggregante, vasoprotettiva e antitrombotica, e per questo motivo concorre alla riduzione del rischio cardiovascolare.

Misurare e correggere il rapporto fra gli acidi grassi

Una volta individuati gli acidi grassi essenziali, è importante misurare il loro rapporto: i grassi Omega-6 e Omega-3 infatti competono per l’utilizzo degli enzimi coinvolti nella loro desaturazione, con la conseguenza che una eccessiva assunzione di Omega-6 può compromettere la formazione degli Omega-3 e viceversa.

In generale, nella dieta del mondo Occidentale più industrializzato, oltre a un importante incremento dell’assunzione di grassi saturi di origine animale, si registra una riduzione dell’apporto di acidi grassi Omega-3 in favore degli Omega-6.

In base ai dati LARN (Livelli di Assunzione Raccomandata di Nutrienti per la popolazione italiana), anche a causa di un regime alimentare ricco di carboidrati, nel nostro Paese il rapporto tra Omega-6 e Omega-3 è di circa 13:1, laddove le giuste proporzioni dovrebbero essere 4:1.

Per misurare la concentrazione e il rapporto fra gli acidi grassi e intervenire mediante la dieta, NatrixLab propone due presidi, uno in fase diagnostica e l’altro in fase di gestione di un protocollo alimentare adeguato:

    1. Lipidomic Profile
      Il Lipidomic Profile di NatrixLab misura la concentrazione degli acidi grassi nell’organismo e ne rileva gli eventuali squilibri, mettendo così in grado il paziente di provvedere, mediante l’aiuto del medico, a ristabilire una condizione di equilibrio.
    2. Telenutrizione
      Telenutrizione è una piattaforma telematica di telemedicina, pensata per essere l’interfaccia fra paziente e nutrizionista: rilevato lo squilibrio in fase diagnostica, mediante Telenutrizione il paziente avrà uno strumento a supporto del proprio protocollo alimentare, nella misura in cui potrà essere in contatto diretto e costante con il nutrizionista.

Il buono, il brutto, il cattivo …e il grasso

Grassi, calorie e luoghi comuni

‘Io dormirò tranquillo, perché so che il mio peggior nemico veglia su di me’, dice un Clint Eastwood semidisidratato a Eli Wallach ne ‘Il buono, il brutto, il cattivo’, quando dopo aver vagato nel deserto è convalescente nel letto di una missione cattolica, e da vittima diventa carnefice, in uno di quei rovesciamenti di ruolo che Sergio Leone riesce sempre a regalarci nel dipingere un mondo di Frontiera amorale e cinico.

E noi, siamo sicuri che i grassi siano sempre così ‘cattivi’ per la nostra salute, e vadano eliminati dalla dieta? Non è che a guardarli meglio, andando oltre la forte caratterizzazione negativa e i luoghi comuni, potrebbero riservarci qualche sorpresa?

In realtà i lipidi, più comunemente detti grassi, sono una classe di sostanze organiche molto diffusa in natura che svolge negli organismi viventi una serie di ruoli biologici sia di tipo strutturale sia energetico e metabolico, ovvero:

  • Entrano nella costituzione delle membrane biologiche;
  • Regolano gli scambi metabolici;
  • Rappresentano la più abbondante fonte di riserva energetica dell’organismo accumulandosi come tessuto adiposo;
  • Costituiscono un efficace sistema di protezione nei confronti di agenti esterni, traumi e variazioni di temperatura;
  • Svolgono una importante funzione ormonale in quanto sono i precursori degli eicosanoidi.

Detto questo, proviamo a guardare i grassi da vicino, e a fare una distinzione fra ‘buoni’ e ‘cattivi’.

Grassi “buoni” (mono e poli insaturi).
I grassi “buoni” svolgono importantissimi ruoli nel nostro organismo e sono i precursori di sostanze ad azione pro ed antinfiammatoria.
In particolare gli acidi grassi essenziali della serie omega 3 ed omega 6, che possono essere assunti soltanto con la dieta, rivestono un interesse sempre maggiore poiché è necessario mantenerli nel giusto equilibrio per garantire un’azione antinfiammatoria in grado di proteggerci da numerose patologie.
L’alimentazione di oggi, molto più ricca di carne e latticini piuttosto che di pesce, apporta molti più omega 6 rispetto agli omega 3. Da questo si evince come sia fondamentale valutare il loro rapporto, per poter intervenire per tempo e correggerne lo squilibrio.

Grassi “cattivi” (saturi, trans e idrogenati).
I grassi “cattivi”, introdotti in dosi eccessive con la dieta, al contrario sono alla base dello sviluppo e dell’evoluzione di diverse patologie cardiovascolari (principale causa di morte nei paesi industrializzati) come aterosclerosi, ipertensione, infarto del miocardio ed ictus. Questo perché costituiscono il maggior costituente del colesterolo LDL che ha un grande potere aterogeno.

Il Lipidomic profile di NatrixLab

Proseguendo nell’ambito della metafora da cui siamo partiti, così come ‘il cattivo’ è necessario allo sviluppo della trama tanto quanto ‘il buono’, per quanto riguarda i grassi è importante testare il loro bilanciamento, e proprio a questo serve il Lipidomic profile di NatrixLab, che va a verificare la combinazione degli acidi grassi.

In particolare, un equilibrio tra i vari componenti:

  • Favorisce una maggiore fluidità e permeabilità della membrana plasmatica;
  • Favorisce gli scambi metabolici all’interno dell’organismo;
  • Modera le risposte infiammatorie;
  • Riduce lo stress ossidativo;
  • Riduce l’insorgenza di patologie cardiovascolari;
  • Ha effetti sulla genesi dei tumori in fase preventiva, andando a ridurre le condizioni predisponenti la comparsa della patologia;
  • Ha effetti sull’evoluzione dei tumori, andando a ridurre i substrati che sono nutrimento per le metastasi.

E se il test riscontrasse uno squilibrio?

L’unico trattamento efficace ad oggi conosciuto per riequilibrare il profilo degli acidi grassi consiste nel seguire una corretta alimentazione che tenga conto delle eventuali carenze e ove necessario integrare con fitoterapici.

Nella tabella sottostante diamo qualche indicazione di carattere generale sui valori testati dal Lipidomic profile di NatrixLab, non prima di aver avvertito che è necessario valutare caso per caso, tenendo conto della storia clinica del paziente, di patologie e di stati fisiologici particolari, come gravidanza, allattamento, età avanzata.
Per questi motivi è sempre consigliabile rivolgersi ad uno specialista in nutrizione per valutare l’integrazione più giusta sia in termini qualitativi che quantitativi.

Lista acidi grassi Potenziale rimedio
in seguito ad alterazioni
Omega-3 Polinsaturi
Alfa Linolenico (ALA)
Eicosapentanoico (EPA)
Docosapentanoico (DPA)
Docosaesanoico (DHA)
Aggiungere alla dieta grassi di origine vegetale e olio di pesce.
Omega-6 Polinsaturi
Linoleico (LA)
Gamma linolenico (DLA)
Diomo-gamma-linolenico (DGLA)
Arachidonico (AA)
Docosatetraenoico (DTA)
Aggiungere alla dieta grassi di origine vegetale, ridurre carni rosse e/o latticini.
Omega-9 Monoinsaturi
Oleico
Nervonico
Aggiungere alla dieta olio extravergine di oliva a crudo.
Omega-7 Monoinsaturi
Palmitoleico Aumentare l’intake di acidi grassi essenziali.
Saturi
Palmitico
Stearico
Arachidico
Beenico
Lignocerico
Margarico
Se eccessivi, ridurre grassi saturi e niacina.
Rapporti
LA/DGLA
Omega-3/Omega-6
Indice Omega-3
Integrare con l’acido grasso carente.