Fai fatica a dimagrire? Hai mai pensato a una questione ormonale?

Il concetto di ‘dieta’ è più vasto rispetto a quello comunemente diffuso, che gli attribuisce il significato di ‘regime alimentare’. ‘Dieta’ significa, nell’accezione originaria, ‘modo di vivere’, e comprende non solo il regime alimentare ma anche lo stile di vita.

Da questo punto di vista, il processo di dimagrimento non è solo il risultato di una diminuzione delle calorie assunte mediante l’alimentazione, ma della risposta globale dell’organismo agli stimoli, e in questo gli ormoni giocano un ruolo chiave.

A partire dalla leptina, che regola il senso di fame e di sazietà, per arrivare al cortisolo, l’ormone dello stress, nonché al ciclo di insulina e glucagone: un equilibrio delicato, che occorre testare prima di intraprendere un regime alimentare improntato a privazioni e rinunce.

Nel video, anche mediante la spiegazione del referto, si mostra come il Profilo Ormonale Dimagrimento di NatrixLab sia lo strumento più indicato a rilevare l’equilibrio fra gli ormoni che governano il processo di dimagrimento, al fine di prendere le decisioni conseguenti in termini di alimentazione, integrazione e stile di vita.

Lo stress ossidativo: se lo conosci lo eviti!

Nel nostro organismo c’è un delicato equilibrio fra produzione endogena ed esogena di radicali liberi e il loro smaltimento: lo stress ossidativo consiste nella rottura di questo equilibrio, con una produzione eccessiva di radicali liberi non bilanciata dal potere antiossidante, ovvero dalla capacità di smaltirli.

I radicali liberi, cause dello stress ossidativo, sono atomi o raggruppamenti di atomi in grado di reagire con qualsiasi molecola di cui è costituita una cellula, con conseguenze spesso disastrose: alterazioni funzionali, alterazioni strutturali, morte cellulare.

Il danno è dovuto al fatto che i radicali liberi sono agenti molto “avidi di elettroni” e si stabilizzano, perdendo la potenziale lesività, solo quando riescono a strappare tali particelle dalle molecole con cui vengono a contatto, esplicando in tal modo la loro azione ossidante.

Quali sono i fattori che possono generare una produzione eccessiva di radicali liberi, e quindi ingenerare stress ossidativo? Come fare per quantificare lo stress ossidativo, e contrastare i suoi effetti mediante il giusto apporto di antiossidanti?

In questo video lo spieghiamo.

Invecchiamento precoce della pelle: che c’entrano gli acidi grassi?

Lo stato di salute della pelle rispecchia quello del nostro organismo, e mai come in questo caso, un modo di dire comunemente diffuso ha un fondo di verità.
Per contrastare l’invecchiamento precoce della pelle è essenziale, oltre che astenersi da fattori di rischio come l’eccessiva esposizione ai raggi UV o come il fumo di sigaretta, individuare una corretta alimentazione, soprattutto per quanto riguarda l’equilibrio degli acidi grassi delle membrane cellulari.

Infatti, così come le proteine sono i mattoni che compongono i muscoli, gli acidi grassi sono i mattoni che compongono la membrana cellulare, e il loro giusto equilibrio è fondamentale per il corretto funzionamento delle nostre cellule, incluse quelle della pelle: basti pensare che in certi casi gli acidi grassi vanno a costituire sino il 70% delle membrane cellulari.

Avere sempre la pelle secca, ad esempio, potrebbe derivare da una carenza di acidi grassi essenziali, carenza che potrebbe vanificare gli effetti dell’utilizzo di creme idratanti, e la stessa cosa vale per la pelle opaca o che inizia a mostrare le prime rughe: soprattutto in periodi come questo, nel quale, insieme alla prima abbronzatura, ci si espone al rischio di invecchiamento precoce della pelle.

Il Cell Skin Profile, oltre ad analizzare i radicali liberi e il potere antiossidante dell’organismo, va ad indagare la composizione della membrana dei globuli rossi per stabilire se quantità e qualità degli acidi grassi sono in equilibrio, e di conseguenza la nostra pelle gode di buona salute: in questo video spieghiamo come funziona e perché sarebbe opportuno eseguirlo.

Natrix raccoglie le sfide del self care a Cosmofarma 2017

Il ‘super paziente’: mostro da gestire o opportunità da cogliere?

C’è una creatura teorizzata da tempo nei libri di healthcare marketing, che entra con sempre maggiore frequenza in farmacia, e che a Cosmofarma 2017 è stata oggetto di studio e analisi: il ‘super paziente’.

Tracciamone un identikit, per riconoscerlo al volo al di là del bancone: cerca in internet informazioni sulla salute, decide autonomamente il trattamento, ha una scarsa aderenza alla terapia perché si illude di essere sufficientemente informato e se la aggiusta da sé.

Dal convegno ‘Le sfide del self care: innovazione, empowerment responsabile, supporto alla sostenibilità del sistema sanitario‘, fra le altre cose è emerso che:

  • La salute è al primo posto fra i 10 argomenti più ricercati sul web, e sono 8,4 milioni gli italiani che usano le tecnologie mobile per cercare informazioni;
  • Il 69% dei pazienti decide autonomamente il proprio trattamento;
  • L’aderenza media alla terapia è del 45,8%.

In sostanza, su 10 persone che entrano in farmacia, 7 sono seguaci del ‘ghe pensi mi in fatto di salute, e data la scarsa fiducia nel Servizio Sanitario Nazionale (gli italiani che si fidano del SSN sono il 17,3%), con buona probabilità abbiamo di fronte una persona che si è già fatta un’idea propria barcamenandosi fra fonti quasi mai affidabili.

Come comportarsi di fronte a persone che, sulla scorta di un complottismo diffuso, tendono a fidarsi poco di professionisti che, in ogni ramo dello scibile umano compresa la salute, potrebbero essere emissari di poteri più o meno occulti, quando non ingranaggi di macchine con l’unico scopo di lucrare sulla buona fede dei cittadini?

Hai voglia di fare la differenza? Fornisci risposte autorevoli con i test di laboratorio!

diagnostica_kitIl ciclo di acquisto di un cliente che entra in farmacia è composto da varie fasi, di cui la prima è l’ispirazione: in base alle informazioni che sono state acquisite su internet, sui mezzi di comunicazione di massa, o tramite il passaparola, si entra in farmacia con l’idea di aver bisogno una serie di rimedi per risolvere un determinato disturbo.

Il ruolo chiave del farmacista, a questo punto, è esplicare la propria competenza e professionalità nell’accompagnare il cliente lungo le fasi successive, che sono la formazione e il paragone.

In sintesi: il farmacista spiega al cliente l’azione del rimedio, e in base alla relazione che riesce a instaurare nel vincere la sua iniziale diffidenza e nell’ascoltarne i reali bisogni (perché siamo consapevoli della differenza fra domanda e bisogno, vero?), lo guida nella scelta del prodotto più appropriato.

È proprio in questa fase del processo che entra in scena la diagnostica: i test diagnostici di laboratorio sono lo strumento definitivo a disposizione del farmacista per acquisire autorevolezza e differenziarsi dalle altre fonti di informazione, nella misura in cui vanno a quantificare con i crismi della scientificità eventuali squilibri o carenze.

bancone_stand

Esempio: alla signora che chiede alimenti senza glutine perché ritiene che la facciano ingrassare e le arrechino disturbi, perché non consigliare un test per la sensibilità al glutine non celiaca, in modo da capire esattamente di quale natura sia il disturbo, quantificarlo, e individuare il corretto regime alimentare?

Altro esempio: allo sportivo che ritiene necessario assumere opercoli di Omega-3 senza sapere bene il perché, non si potrebbe consigliare un test lipidomico, che vada a misurare gli acidi grassi delle membrane cellulari allo scopo di capire di quale integratore abbia effettivamente bisogno?

Lasciamo al lettore applicare tale chiave di lettura alla numerosa casistica del proprio bagaglio di esperienza: ciò che a noi importa, qui, è sottolineare il fatto che la diagnostica apre notevoli opportunità ai professionisti della salute, ed è la chiave per valorizzare il ruolo del farmacista di fronte a una clientela diffidente e disorientata, quando non supponente.

Insomma: col ‘super paziente’, volenti o nolenti, tocca fare amicizia.

Non hai visto il nostro stand? Mettiti comodo, te lo raccontiamo.

A Cosmofarma 2017, nel proprio stand di 64 metri quadrati, Natrix ha voluto ricreare una farmacia, per mettere in scena, rappresentandolo, il ruolo della diagnostica nel lavoro quotidiano del farmacista.

Al centro il bancone; i tre lati aperti per invitare il visitatore a camminare fra scaffali dedicati alla salute della pelle, agli integratori per sportivi, ai probiotici, e così via.

Su ogni scaffale, fra scatole bianche di cartone a simboleggiare i prodotti normalmente presenti sui ripiani, i kit di prelievo Natrix correlati ai rimedi in vendita: il kit Anti Age a fianco dei prodotti dermocosmetici, quello di Biochimica Clinica a fianco dei prodotti per sportivi o per quelli inerenti alla salute cardiovascolare, quello del Benessere Intestinale in corrispondenza di integratori e probiotici, e così via.

Presenza ormai irrinunciabile in farmacia, è stato ricreato anche l’angolo per le consulenze nutrizionali, con le vetrinette con strumenti innovativi quali activity tracker, bilance impedenziometriche, smartwatch. Facendo infatti seguire al test diagnostico la consulenza nutrizionale, grazie a Natrix il farmacista può accreditarsi come soggetto titolato a prendersi cura della salute della propria clientela.

Nell’unico lato chiuso abbiamo voluto ricreare un’ideale vetrina della farmacia dei servizi: al centro un pannello retroilluminato con tutti i servizi che si potrebbero proporre in farmacia grazie alla collaborazione con Natrix, ai lati vetrine con in bella mostra il materiale di merchandising a disposizione dei nostri clienti.

In fiera abbiamo messo in scena cosa possa fare la diagnostica per la farmacia dei servizi: non hai avuto la possibilità di venirci a trovare?

Contattaci, te lo spieghiamo!

Il sole: amico o nemico?

I benefici e i rischi dell’esposizione al sole

Ormai è noto a molti quanto i raggi solari siano benefici. Non solo per l’umore, visto che sono una sorta di antidepressivi naturali, ma anche per la prevenzione dell’osteoporosi, la cura delle patologie reumatiche o il miglioramento di malattie cutanee come la psoriasi e l’acne.

Sappiamo infatti che l’esposizione al sole stimola la sintesi della vitamina D, indispensabile non solo negli anziani o nella menopausa per migliorare il trofismo osseo, ma anche per i bambini in fase di crescita.

Dobbiamo però stare molto attenti a non abusare dell’esposizione al sole o peggio fare senza protezione solare, come capita sempre più spesso agli amanti della tintarella, che durante l’anno aggiungono anche gli effetti negativi delle lampade solari, per seguire le mode.

Ricordiamoci infatti che gli effetti diretti e immediati di un’eccessiva esposizione solare possono provocare diversi problemi cutanei, come eritema, orticaria o scottature (che però predispongono allo sviluppo del melanoma.), che sebbene reversibili possono favorire l’invecchiamento della pelle e aumentare il divario tra l’invecchiamento biologico e anagrafico, portando le persone a mostrare una età maggiore di quella reale.

Il vero problema dell’esposizione al sole riguarda però gli effetti indiretti, la cui comparsa è in genere tardiva e per questo trascurata o presa “sotto gamba”.

Si tratta infatti di patologie che a volte possono rivelarsi molto gravi, e vanno dalle macchie cutanee (oggi rimovibili grazie alla medicina estetica con laser e peeling) fino a alle cheratosi (ispessimenti della cute) e alle alterazioni della struttura del DNA (maggiore in caso di esposizioni prolungate e in assenza di protezione solare) che possono degenerare in forme maligne.

I raggi solari e la loro composizione

esposizione_al_sole_01I raggi del sole che colpiscono il nostro corpo sono formati sia da radiazioni visibili (che hanno una lunghezza d’onda tale da permetterci di vedere e illuminare la Terra) sia da radiazioni infrarosse, che sono quelle che generano calore e il piacere di esporci al sole (ma col tempo possono comportare disidratazione a causa della forte evaporazione, impedendo al corpo di avere la normale capacità di termoregolarsi, come avviene in caso di colpo di calore), sia da raggi ultravioletti, detti UVA e UVB. In realtà esistono anche gli UVC, che però grazie allo strato di ozono che protegge la terra non arrivano a colpirci.

Le radiazioni UVA e UVB sono le responsabili dell’abbronzatura ma, mentre la penetrazione degli UVB si ferma alla superficie dell’epidermide, gli UVA arrivano fino al derma, danneggiando collagene ed elastina e comportando l’insorgenza delle rughe: proprio per questo oggi molti cosmetici presentano al proprio interno una protezione soprattutto nei confronti degli UVA.

Sebbene tutti conoscano il sole per l’abbronzatura, l’eccessiva esposizione alle sue radiazioni rimane uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo dei tumori meno aggressivi, ovvero i carcinomi baso e spinocellulari, mentre per il melanoma, più aggressivo e potenzialmente mortale, i fattori di rischio sono conosciuti solo in parte, tra cui rientra la genetica e la predisposizione al cambiamento di forma dei nei cutanei.

Il sole a volte… stressa!

invecchiamento_cutaneo_testUno dei problemi più comuni legati all’esposizione ai raggi solari rimane l’invecchiamento cutaneo precoce e lo stress ossidativo, dati da un eccesso di radicali liberi su cellule e tessuti, ovvero particelle che creano ossidazione, reagendo con l’ossigeno.

Naturalmente i radicali liberi sono aumentati da varie cause tra cui ricordiamo anche cause interne all’organismo, come lo sforzo fisico intenso e protratto, la sedentarietà e numerose malattie (tra cui obesità e diabete), oppure una cattiva alimentazione che provoca queste situazioni, come un eccesso di zuccheri.

Ricordiamoci che in condizioni di buona salute, il nostro organismo riesce a prevenire il danno da radicali liberi, ma in genere, una vita stressante, l’inquinamento, il poco movimento e una alimentazione di bassa qualità o squilibrata alterano i meccanismi di riparazione.

Tutto questo porta ad un aumentato processo di invecchiamento, che avviene attraverso 4 principali fenomeni biochimici, chiamati glicazione, ossidazione, metilazione, infiammazione.

Una buona alimentazione e una buona dose di antiossidanti è molto utile a prevenire questi danni.

Omega 3: quando, come e perché assumerli

I grassi buoni

Nella società della finta prevenzione e del ricorso ai medicamenti che possano supplire ad uno stile di vita frenetico e poco salutare, dominato dalle malattie metaboliche e dalle problematiche del finto benessere, i grassi, a lungo demonizzati dalla scienza dell’alimentazione sono tornati in voga.

Naturalmente non si tratta di lipidi in generale, ma le recenti scoperte della lipidomica e gli studi sul rischio cardiovascolare hanno permesso di individuare i cosiddetti grassi buoni e cattivi.

Tra quelli di interesse nutrizionale grande enfasi hanno avuto i grassi polinsaturi, rispettivamente chiamati acido linoleico o LA (18:2) e acido alfa-linolenico o ALA (18:3), che sono detti essenziali, poiché, considerata l’impossibilità dell’organismo di sintetizzarli, devono obbligatoriamente essere introdotti con la dieta.

Una volta assunti attraverso gli alimenti, l’acido linoleico viene convertito per via enzimatica in acidi grassi della serie Omega 6, mentre a partire dall’acido alfa-linolenico si ottengono gli analoghi della serie Omega 3, così definiti a seconda della posizione dei doppi legami rispetto alla porzione metilica del composto.

Nell’alimentazione esistono buone fonti di questi acidi grassi. Per gli Omega 6 ricordiamo soprattutto oli di semi, la frutta secca ed i legumi. Le migliori fonti alimentari di Omega 3 sono i pesci dei mari freddi, l’olio ed i semi di lino.

La capacità di sintetizzare questi acidi grassi purtroppo si riduce con l’avanzare dell’età, come avviene per molte altre funzioni dell’organismo.

Alimentazione, integrazione e bilanciamento Omega 3 Omega 6

omega_3_capsuleÈ molto importante controllare il bilanciamento di queste sostanze attraverso l’alimentazione, infatti una squilibrata quantità di Omega 6 oppure Omega 3 può sbilanciare anche il loro rapporto. Ancora non si conosce il corretto rapporto tra i due, ma di certo, nell’alimentazione Occidentale, a causa di una ridotta assunzione di pesce azzurro, ricco di Omega 3, si ha un rapporto sbilanciato a favore di Omega 6, con conseguente carenza di Omega 3.

Nella letteratura scientifica sono molti gli studi a breve e medio termine eseguiti con questi due acidi grassi, anche se i risultati, come accade spesso sono contrastanti.

Di sicuro sappiamo che un equilibrio tra questi due acidi grassi assicura una prevenzione nei confronti delle patologie coronariche, ipertensione, diabete di tipo 2, disordini immunitari e infiammatori, dato che gli Omega 6 abbassano la colesterolemia, riducendo i livelli plasmatici di LDL e aumentando HDL, mentre gli Omega 3 abbassano i livelli plasmatici di trigliceridi, interferendo con la loro incorporazione a livello epatico nelle VLDL, con il risultato di una importante azione a livello di coagulazione e prevenzione dei trombi.

Diversi studi hanno inoltre dimostrato che gli Omega 3 riducono l’arteriosclerosi e la formazione di placche di colesterolo sulle arterie e riducono l’infiammazione, spesso conseguenza di stress ossidativo che promuove invecchiamento e malattie metaboliche.

Naturalmente tutte queste scoperte non sono passate inosservate, e l’industria farmaceutica si è profusa per pubblicizzare i tanto effetti benefici di tali acidi grassi.

Per questo la moda degli Omega 3 da qualche anno impazza sul mercato, pubblicizzata da promotori dell’elisir di lunga vita, spesso senza capirne l’utilità e senza sapere che a volte possono anche far male.

A questi si aggiunge la moda dei cibi arricchiti, che si contrappone alla scarsità di nutrienti assenti nel cibo industriale di massa.

omega_3_tonnoMa a farla da padrone è senz’altro l’utilizzo degli integratori, una delle tante abitudini che molti italiani spesso si auto prescrivono e comprano per la paura di essere colpiti da possibili malattie legate al terrorismo alimentare dilagante.

Bisogna però stare attenti. Altrettanti studi portano a considerare l’olio di pesce come il falso elisir di lunga vita rispetto a quanto si riteneva finora.

È stata dimostrata una correlazione con il cancro alla prostata (Brasky, 2011), con le aritmie cardiache (Raitt, 2005), diabete mellito (Kaushik, 2009) e sono inefficaci nella prevenzione del cancro (MacLean, 2006), della mortalità totale e gli eventi cardiovascolari (Hooper, 2006).

Inoltre sembrano addirittura inefficaci nei confronti della degenerazione cerebrale e non hanno mostrato alcun beneficio aggiuntivo, sulle funzioni cognitive, rispetto ai soggetti che assumevano l’olio di oliva (Dangour, 2010).

Dobbiamo renderci conto che oggi tutto ha un costo e viene promosso dalla pubblicità e da chi produce. Chi sostiene il contrario fa solo pubblicità. Ingannevole.

Sia chiaro, non bisogna demonizzare gli Omega 3. Anzi, il consumo di pesce, ricco di questi grassi, può essere utile a prevenire le malattie cardiovascolari e questi benefici superano i rischi connessi alle problematiche affrontate in precedenza. Ma è ben diverso assumerli attraverso il cibo (che rappresenta la via preferenziale) e per via di una pillola.

Non bisogna però trascurare il fatto che l’inquinamento dei mari mette a serio rischio la salute a causa della contaminazione di mercurio e altri metalli pesanti.

Per questo la soluzione è sicuramente evitare il fai da te, rivolgendosi per una corretta alimentazione agli esperti, che possono costruire un corretto piano nutrizionale e valutare, attraverso test diagnostici specifici, la reale necessità di ricorrere a una supplementazione.

Solstizio d’inverno, ritmi circadiani e… caffè

Cosa sono i ritmi circadiani

Nell’articolo precedente, parlando del cortisolo, ‘l’ormone dello stress’, abbiamo accennato al fatto che il nostro organismo lo secerne basandosi sul ritmo circadiano sonno-veglia: approfittiamo dell’approssimarsi del solstizio d’inverno, la notte più lunga dell’anno, per capire cosa siano i ritmi circadiani e in quale misura vengano influenzati da stimoli esterni come l’alternanza luce/buio, con qualche curiosità legata alle nostre abitudini quotidiane.

Il termine ‘circadiano’ deriva dal latino circa diem, e va a definire un ciclo di 24 ore durante il quale si ripetono regolarmente certi processi fisiologici: oltre alla secrezione del cortisolo e alle fasi di sonno-veglia, rientrano nei ritmi circadiani anche la pressione sanguigna e la temperatura corporea, governati dagli ormoni il cui dosaggio andiamo a testare con il nostro Hormonal Profile.

Di base, i ritmi circadiani sono endogeni e vengono regolati da una sorta di orologio biologico interno, che però si mantiene sincronizzato con il ciclo del giorno grazie a stimoli esogeni di genere naturale o sociale (chiamati zeitgebers, che in tedesco significa letteralmente ‘donatori di tempo’): il più importante zeitgeber è la luce solare, a cui possiamo aggiungere ad esempio la temperatura ambientale oppure, a livello sociale, gli orari dei pasti.

Posso offrirti un caffè? Beh dipende… dal cortisolo!

Vi è mai capitato di avere la sensazione che il caffè non faccia effetto?
Molto probabilmente non dipende solo dalla pertinacia nel concedersi notti brave, ma dal sovrapporsi, nel ritmo circadiano del cortisolo, di fattori endogeni, vale a dire il nostro orologio biologico, e stimoli esogeni, ovvero la tazzina di caffè, in questo caso ottimo esempio di zeitgeber.

Il nostro organismo secerne cortisolo in base a un andamento giornaliero che prevede picchi massimi e picchi minimi: senza considerare particolari situazioni di stress oppure sessioni di intensa attività fisica, nelle prime ore del mattino abbiamo la produzione massima, che si riduce dalle 9,30 alle 11,30, risale dalle 12,00 alle 13,00, e subisce un’altra riduzione dalle 13,30 alle 17,00.

Un ultimo picco massimo si registra dalle 17,30 alle 18,30, infine il livello decresce nelle ore notturne per ricominciare il ciclo il mattino successivo.

Chiediamo venia per l’affermazione tutt’altro che scientifica, ma se definiamo il cortisolo una sorta di ‘caffeina endogena’, appare chiaro che i momenti del giorno nei quali il nostro organismo avrebbe maggiormente bisogno di una tazzina di caffè sono fra le 9,30 e le 11,30 e a metà pomeriggio.

Detto questo, nessuno potrà mai toglierci il piacere di una tazza di caffè di prima mattina, solo non lamentiamoci se a volte ci sembra che non faccia effetto!
A parziale consolazione, teniamo anche presente che la colpa non è necessariamente da attribuire allo scarso grado di compatibilità fra la serata trascorsa e gli impegni lavorativi del giorno dopo.

Le feste di Natale fra riposo, stress e cortisolo

Stress e cortisolo

Il Natale si avvicina a grandi passi, e se la nostra immaginazione raffigura una scena illuminata da luci calde, con la tavola rallegrata dalle bacche rosse del pungitopo e dai riflessi dorati del servizio buono, il profumo delle bucce d’arancia nell’aria, un’atmosfera di rilassata e cordiale convivialità, e soprattutto la messa al bando dei sensi di colpa per un saldo calorico esagerato, il percorso per arrivare alla meta si presenta alquanto accidentato.

Fra sprint finale al lavoro per chiudere le attività in sospeso, ansia da regalo per parenti prossimi o remoti, fondati timori di finire seduti a tavola proprio di fronte al cugino antipatico, più che con le calorie potremmo avere qualche problema col cortisolo.

Il cortisolo è detto anche ‘ormone dello stress’, perché livelli aumentati si riscontrano in caso di forte stress psico-fisico, vita frenetica e irregolare o dopo attività fisica molto intensa, e in generale il suo ruolo è inibire le funzioni corporee non indispensabili nel breve periodo, garantendo il massimo sostegno agli organi vitali: aumenta la gittata cardiaca, la glicemia, incrementa la gluconeogenesi epatica, stimola la secrezione di glucagone e riduce l’attività dell’insulina. Inoltre, riduce le difese immunitarie.

La secrezione del cortisolo è controllata dall’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, e viene regolata dal ritmo circadiano del ciclo sonno-veglia, con un picco massimo nelle prime ore del mattino, tra le 6 e le 9, seguito da un progressivo rallentamento lungo la giornata per raggiungere il minimo verso mezzanotte.

Fin qui tutto bene. Ma cosa succede quando siamo sottoposti a una condizione prolungata di stress, che forza il nostro organismo a secernere cronicamente elevati livelli di cortisolo?

Come effetto collaterale di un aumento cronico di cortisolo si ha l’accelerazione dell’insorgenza dell’osteoporosi; in assenza di zuccheri, favorisce il catabolismo proteico e la mobilitazione e l’utilizzo degli acidi grassi, ma in alcuni distretti stimola la lipogenesi: stimola lo sviluppo del tessuto adiposo sottocutaneo, soprattutto nel tronco e nell’addome.

Una condizione stabile di ipercortisolismo può portare a ipertensione, alopecia, debolezza muscolare, alterazioni del ciclo mestruale, infezioni ricorrenti, calo della libido, osteoporosi, cefalea, depressione, invecchiamento precoce.

Misurare e controllare il cortisolo

Ipersensibilità al dolore, come ad esempio mal di schiena e dolori muscolari, difficoltà a prendere sonno e stanchezza cronica, accumulo di tessuto adiposo intorno all’addome, vulnerabilità a raffreddore e infezioni, calo del desiderio sessuale sono sintomi di una eccessiva produzione di cortisolo.

Quantificare la presenza di cortisolo nell’organismo è molto facile: il test di valutazione degli equilibri ormonali di NatrixLab si basa sul prelievo salivare, che innanzitutto… non sottopone a stress da prelievo!

A parte questo non trascurabile vantaggio, dal punto di vista biologico occorre sapere che gli ormoni sono in grado di oltrepassare passivamente la membrana delle ghiandole salivari, raggiungendo la saliva.

La quota di ormone che vi si ritrova corrisponde a all’ormone “libero”, quindi non legato ad altre proteine: la percentuale, appunto, che corrisponde alla parte attiva degli ormoni circolanti.

Se, dopo aver fatto il test, riscontriamo livelli troppo elevati di cortisolo, oltre a quanto abbiamo detto parlando di radicali liberi e stress ossidativo, sarebbe buona norma:

  • Evitare il cibo spazzatura e prediligere i carboidrati non raffinati, le proteine (pesce, bianco d’uovo, carne bianca), le fibre alimentari;
  • Ridurre al minimo il consumo di sigarette, alcol, caffè, farmaci e sostanze stupefacenti;
  • Fare attività fisica;
  • Dormire bene e a orari regolari.

Anche concentrarsi più sulla bontà del cibo che sul commensale antipatico potrebbe essere d’aiuto, non foss’altro per mantenere vivo l’antico detto che ‘a tavola non si invecchia mai’.

Il buono, il brutto, il cattivo …e il grasso

Grassi, calorie e luoghi comuni

‘Io dormirò tranquillo, perché so che il mio peggior nemico veglia su di me’, dice un Clint Eastwood semidisidratato a Eli Wallach ne ‘Il buono, il brutto, il cattivo’, quando dopo aver vagato nel deserto è convalescente nel letto di una missione cattolica, e da vittima diventa carnefice, in uno di quei rovesciamenti di ruolo che Sergio Leone riesce sempre a regalarci nel dipingere un mondo di Frontiera amorale e cinico.

E noi, siamo sicuri che i grassi siano sempre così ‘cattivi’ per la nostra salute, e vadano eliminati dalla dieta? Non è che a guardarli meglio, andando oltre la forte caratterizzazione negativa e i luoghi comuni, potrebbero riservarci qualche sorpresa?

In realtà i lipidi, più comunemente detti grassi, sono una classe di sostanze organiche molto diffusa in natura che svolge negli organismi viventi una serie di ruoli biologici sia di tipo strutturale sia energetico e metabolico, ovvero:

  • Entrano nella costituzione delle membrane biologiche;
  • Regolano gli scambi metabolici;
  • Rappresentano la più abbondante fonte di riserva energetica dell’organismo accumulandosi come tessuto adiposo;
  • Costituiscono un efficace sistema di protezione nei confronti di agenti esterni, traumi e variazioni di temperatura;
  • Svolgono una importante funzione ormonale in quanto sono i precursori degli eicosanoidi.

Detto questo, proviamo a guardare i grassi da vicino, e a fare una distinzione fra ‘buoni’ e ‘cattivi’.

Grassi “buoni” (mono e poli insaturi).
I grassi “buoni” svolgono importantissimi ruoli nel nostro organismo e sono i precursori di sostanze ad azione pro ed antinfiammatoria.
In particolare gli acidi grassi essenziali della serie omega 3 ed omega 6, che possono essere assunti soltanto con la dieta, rivestono un interesse sempre maggiore poiché è necessario mantenerli nel giusto equilibrio per garantire un’azione antinfiammatoria in grado di proteggerci da numerose patologie.
L’alimentazione di oggi, molto più ricca di carne e latticini piuttosto che di pesce, apporta molti più omega 6 rispetto agli omega 3. Da questo si evince come sia fondamentale valutare il loro rapporto, per poter intervenire per tempo e correggerne lo squilibrio.

Grassi “cattivi” (saturi, trans e idrogenati).
I grassi “cattivi”, introdotti in dosi eccessive con la dieta, al contrario sono alla base dello sviluppo e dell’evoluzione di diverse patologie cardiovascolari (principale causa di morte nei paesi industrializzati) come aterosclerosi, ipertensione, infarto del miocardio ed ictus. Questo perché costituiscono il maggior costituente del colesterolo LDL che ha un grande potere aterogeno.

Il Lipidomic profile di NatrixLab

Proseguendo nell’ambito della metafora da cui siamo partiti, così come ‘il cattivo’ è necessario allo sviluppo della trama tanto quanto ‘il buono’, per quanto riguarda i grassi è importante testare il loro bilanciamento, e proprio a questo serve il Lipidomic profile di NatrixLab, che va a verificare la combinazione degli acidi grassi.

In particolare, un equilibrio tra i vari componenti:

  • Favorisce una maggiore fluidità e permeabilità della membrana plasmatica;
  • Favorisce gli scambi metabolici all’interno dell’organismo;
  • Modera le risposte infiammatorie;
  • Riduce lo stress ossidativo;
  • Riduce l’insorgenza di patologie cardiovascolari;
  • Ha effetti sulla genesi dei tumori in fase preventiva, andando a ridurre le condizioni predisponenti la comparsa della patologia;
  • Ha effetti sull’evoluzione dei tumori, andando a ridurre i substrati che sono nutrimento per le metastasi.

E se il test riscontrasse uno squilibrio?

L’unico trattamento efficace ad oggi conosciuto per riequilibrare il profilo degli acidi grassi consiste nel seguire una corretta alimentazione che tenga conto delle eventuali carenze e ove necessario integrare con fitoterapici.

Nella tabella sottostante diamo qualche indicazione di carattere generale sui valori testati dal Lipidomic profile di NatrixLab, non prima di aver avvertito che è necessario valutare caso per caso, tenendo conto della storia clinica del paziente, di patologie e di stati fisiologici particolari, come gravidanza, allattamento, età avanzata.
Per questi motivi è sempre consigliabile rivolgersi ad uno specialista in nutrizione per valutare l’integrazione più giusta sia in termini qualitativi che quantitativi.

Lista acidi grassi Potenziale rimedio
in seguito ad alterazioni
Omega-3 Polinsaturi
Alfa Linolenico (ALA)
Eicosapentanoico (EPA)
Docosapentanoico (DPA)
Docosaesanoico (DHA)
Aggiungere alla dieta grassi di origine vegetale e olio di pesce.
Omega-6 Polinsaturi
Linoleico (LA)
Gamma linolenico (DLA)
Diomo-gamma-linolenico (DGLA)
Arachidonico (AA)
Docosatetraenoico (DTA)
Aggiungere alla dieta grassi di origine vegetale, ridurre carni rosse e/o latticini.
Omega-9 Monoinsaturi
Oleico
Nervonico
Aggiungere alla dieta olio extravergine di oliva a crudo.
Omega-7 Monoinsaturi
Palmitoleico Aumentare l’intake di acidi grassi essenziali.
Saturi
Palmitico
Stearico
Arachidico
Beenico
Lignocerico
Margarico
Se eccessivi, ridurre grassi saturi e niacina.
Rapporti
LA/DGLA
Omega-3/Omega-6
Indice Omega-3
Integrare con l’acido grasso carente.

Stress ossidativo, radicali liberi e antiossidanti d’autunno

Radicali liberi e stress ossidativo

I radicali liberi sono agenti in grado di ossidare, cioè di sottrarre uno o più equivalenti elettroni o atomi di idrogeno, a un gran numero di molecole organiche, rendendole a loro volta reattive e compromettendone la funzione.

Si parla di ‘stress ossidativo’ quando la quantità di radicali liberi, comunque necessari al nostro organismo, diventa eccessiva: inquinamento, fumo attivo e passivo, alcol, farmaci, stress psicofisico prolungato, temperature troppo alte o troppo basse, additivi e sostanze tossiche presenti negli alimenti o sviluppate durante la cottura sono fattori importanti di incremento della quantità di radicali liberi.

Se le molecole bersaglio sono parti fondamentali della cellula, come ad esempio il DNA, i radicali liberi possono portare, in seguito ad esposizione prolungata e costante nel tempo, a mutazioni genetiche che in molti casi possono provocare conseguenze più gravi come il cancro.

Circa trent’anni fa il premio Nobel per la chimica Linus Pauling avanzò la tesi, rimasta sempre molto controversa, che una significativa supplementazione nella dieta con vitamina C fosse in grado di prevenire il cancro.

L’idea più accreditata circa il possibile meccanismo di azione antitumorale della vitamina C e di altri antiossidanti fa infatti riferimento alla capacità di queste sostanze di inattivare i radicali liberi e di prevenire quindi i danni che essi possono provocare al DNA.

Ora sembra che i benefici degli antiossidanti possano diventare alleati importanti nella lotta al cancro.

Era già stato dimostrato che le persone che mangiano molta frutta e verdura, ricche di polifenoli e antocianine, hanno un minor rischio di andare incontro a tumori, malattie cardiovascolari e neurodegenerative.

Il nesso fra il contrastare lo stress cellulare con gli antiossidanti e ridurre il volume delle masse tumorali è stato trovato dagli scienziati della Thomas Jefferson University, Philadelphia, Usa, che hanno svelato il meccanismo con cui il tumore si auto-alimenta proprio con le scorie prodotte dall’ossidazione cellulare.

In uno studio pubblicato su Cancer Biology & Therapy da Michael Lisanti, gli studiosi hanno dimostrato che la perdita di una proteina, controllata dal gene Cav1, alimenta lo stress ossidativo dei mitocondri, che sono le strutture che nella cellula si occupano di fornire energia.

Questo meccanismo si traduce in un aumento delle specie reattive dell’ossigeno, i radicali liberi, che sono il nutrimento per i tumori. Meccanicamente, le cellule tumorali inducono autofagia in fibroblasti associati al cancro attraverso la perdita di caveolin-1 (Cav-1), che è sufficiente a promuovere lo stress ossidativo in fibroblasti stromali.

Nel loro studio, i ricercatori hanno applicato un modello genetico trattabile per il cancro umano associato a fibroblasti usando un sh-RNA mirato.

Si è scoperto in questo modo come la mancanza della Cav-1 aumenti lo stress ossidativo e porti la massa tumorale a crescere di circa quattro volte.

Michael Lisanti ha affermato: “questo studio fornisce la prova genetica che ridurre lo stress ossidativo nell’organismo diminuisce la crescita del tumore“.

Misurare e gestire lo stress ossidativo

antiaging_profile_postMisurare la presenza di radicali liberi nell’organismo è molto facile: esistono test che misurano l’impatto dei fattori pro-ossidanti e quantificano il nostro stress ossidativo.

Per tenere sotto controllo il livello di radicali liberi, è importante introdurre nella nostra dieta alimenti ricchi di sostanze antiossidanti, che insieme a quelle endogene (prodotte autonomamente dal nostro organismo), sono essenziali per tenere sotto controllo il livello di stress ossidativo: ci si riferisce alla vitamina C (acido ascorbico), ai fenoli (e ai flavonoidi), ai carotenoidi, alla vitamina E e ad alcuni minerali come selenio, zinco, rame, manganese.

Così come l’autunno e il cambio di stagione presentano fattori che inducono l’aumento dello stress ossidativo, d’altra parte, proprio in questo periodo abbiamo a disposizione una grande varietà di alimenti in grado di favorire nel nostro organismo la formazione di una barriera antiossidante.

È proprio in autunno che i frutti della terra ci donano due tra i maggiori rimedi naturali per contrastare l’insorgenza dei radicali liberi: da una parte l’uva, che è ricca di sostanze antiossidanti come i tannini, presenti soprattutto nella buccia, oltre che di polifenoli e di resveratolo; dall’altra l’olio extravergine d’oliva, che oltre a contenere buone quantità di acidi grassi essenziali, ha un forte potere antiossidante grazie a polifenoli come l’oleupropeina e al contenuto di vitamine liposolubili.

Questi alimenti fondamentali dal punto di vista antiossidante sono tuttavia da assumere nelle dosi consigliate, in modo da acquisirne solo gli effetti benefici. A coadiuvare l’azione antiossidante di questi due importantissimi alimenti, intervengono anche una grande quantità di frutta e verdura di stagione come gli agrumi, i fichi, i cachi.