Non solo intolleranze alimentari: Natrix Group a Cosmofarma 2015.

Due sono stati gli elementi caratterizzanti di Cosmofarma 2015, che ha fatto registrare un +8% di visitatori rispetto all’edizione precedente: l’innovazione tecnologica, in grado di delineare un nuovo modello di farmacia, e la farmacia come primo presidio medico e primo contatto amico per tutti i cittadini, dovunque essi risiedano.

Prerogative, queste, pienamente in linea con le novità presentate da Natrix in seno alla manifestazione. Dopo anni di attività nell’ambito della diagnosi sulle intolleranze alimentari con il Food Intolerance Test, Natrix ha strutturato il proprio patrimonio di conoscenze e professionalità in un Gruppo, scegliendo Cosmofarma per dare modo agli operatori di individuare opportunità nella vasta gamma di servizi dedicati al settore benessere e salute.

In particolare, i visitatori dello stand Natrix hanno particolarmente apprezzato:

  1. Lo sguardo d’insieme sulla gamma dei test diagnostici, che anche grazie ai chiarimenti del personale presente in fiera, ha dato modo di approfondire le correlazioni fra differenti presidi diagnostici, nell’ottica di proporre al paziente un’offerta più ampia;
  2. L’innovazione e le potenzialità di Telenutrizione e dei dispositivi Movita, che oltre a costituire una delle possibili declinazioni del concetto di ‘mobile health’ e una risposta concreta ai bisogni dei pazienti, sono un importante fattore di fidelizzazione dell’utenza e un invito ad approfondire gli altri prodotti e servizi disponibili in farmacia, innescando dinamiche di cross selling;
  3. I servizi di comunicazione dedicati al settore salute e benessere, chiamato in misura sempre maggiore ad affrontare dinamiche di mercato, intraprendere azioni di promozione, e fornire risposte al bisogno di informazioni dei pazienti, sia mediante la comunicazione nel punto vendita sia mediante i canali web e social.

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Avremo cura di tenervi informati sui prossimi appuntamenti e sulle novità del mondo Natrix anche mediante i nostri profili social, che vi invitiamo a seguire:

Facebook: https://www.facebook.com/natrixlab.it

LinkedIn: https://www.linkedin.com/company/natrix-s-r-l-

Natrix si fa in tre… e ti aspetta a Cosmofarma 2015!

Le competenze maturate da Natrix in anni di attività nel settore diagnostico e nutrizionale, e la vocazione all’applicazione delle nuove tecnologie nell’ambito della salute e del benessere, si sono concretizzate nella nascita di tre società e nella costituzione di un Gruppo che si propone come partner globale ai professionisti e alle aziende del settore.

Cosmofarma 2015, in programma a Bologna dal 17 al 19 aprile, sarà una prima occasione dedicata a farmacisti, distributori, operatori della sanità, professionisti della salute per entrare in contatto col mondo Natrix.

Al padiglione 36, presso lo stand L5, potrai parlare con i referenti di ciascuna società, per avere informazioni sui servizi Natrix inerenti a tre diversi ambiti:

NatrixLab

Offre test diagnostici di laboratorio e servizi nutrizionali da proporre ai pazienti del tuo centro.
Al Food Intolerance Test e alla già vasta gamma, di recente si è aggiunto il Gluten Sensitivity Test, che determina la presenza dei marcatori della sensibilità al glutine non celiaca.

Con Telenutrizione avrai a disposizione la telemedicina per offrire servizi nutrizionali in farmacia.

Complementare alla diagnostica è Telenutrizione, il servizio nutrizionale da proporre in abbonamento ai pazienti, che saranno seguiti via telemedicina dai nostri specialisti della nutrizione.

NatrixMed

I concetti di ‘farmacia dei servizi’ e ‘mobile health’ trovano in NatrixMed soluzioni concrete: in linea con le tendenze e i bisogni dei pazienti, troverai presso il nostro stand i dispositivi a marchio Movita per il rilevamento dei parametri vitali dei pazienti.

Novità assoluta in farmacia: offri ai tuoi pazienti servizi di mobile health grazie ai dispositivi Movita!

Specificamente progettati per essere usati con Telenutrizione, i pazienti del tuo centro potranno acquistarli e utilizzarli anche in modalità stand-alone: si tratta del Band, un activity tracker, del Watch, uno smartwatch, e della Balance, una bilancia impedenzometrica.

NatrixIct

Il settore del benessere e della salute sta cambiando profondamente: da un lato le dinamiche di mercato richiedono alle aziende e agli operatori una sempre maggiore efficienza; dall’altro il bisogno di informazione dei pazienti rende imprescindibile dotarsi di strumenti di comunicazione fisici e digitali.
Presso lo stand Natrix, il personale di NatrixIct ti mostrerà servizi e soluzioni per la promozione del tuo centro.

Promuovi i tuoi servizi non solo nel tuo centro, ma anche in rete: fatti trovare da chi ti cerca!

Potrai vedere come funziona B2Share, il totem interattivo per la videocomunicazione nel punto vendita, e avere delucidazioni sui servizi di creazione siti internet, web marketing, social media marketing specificamente ideati per farmacie, centri medici e professionisti della salute.

Come partecipare a Cosmofarma 2015

cosmofarma2015_logo

Come ogni anno, i farmacisti titolari ricevono a domicilio la tessera d’ingresso a Cosmofarma Exhibition, valida per tutti i giorni della manifestazione e comprensiva dell’ingresso per un accompagnatore.
Se sei un altro operatore del settore, ti consigliamo di registrarti sul sito internet di Cosmofarma e stampare il biglietto elettronico per evitare la coda alle casse: trovi tutte le informazioni a questo indirizzo.

Vuoi essere un nostro invitato?
Chiedici il codice invito da inserire in fase di stampa del biglietto scrivendo a: info@natrixlab.it

Ti aspettiamo al padiglione 36, presso lo stand L5!

La dieta a zona: una questione di ormoni

I principi della dieta a zona.

Barry Sears, inventore della dieta a zona, è un biochimico statunitense, e il regime nutrizionale che l’ha reso famoso in tutto il mondo nasce dall’intento di trovare protocolli nutrizionali per i diabetici e diminuire l’incidenza della mortalità per infarto del miocardio, patologie sulle quali molto possiamo fare modificando il nostro stile di vita, come abbiamo già visto in questo articolo su rischio cardiovascolare e alimentazione.

L’assunto di base di Sears è l’aforisma di Ippocratefa’ che il cibo sia la tua miglior medicina, fa’ che la tua migliore medicina sia il tuo cibo‘, nel senso che la chiave per comprendere la dieta a zona non è il computo delle calorie e la loro corretta ripartizione fra i macronutrienti (40% dai carboidrati, 30% dai grassi, 30% dalle proteine), ma gli effetti della dieta sulla secrezione di ormoni del nostro organismo, che in virtù di tale regime alimentare vengono mantenuti entro valori fisiologici ottimali.

Se con il termine ‘dieta’ intendiamo un regime alimentare restrittivo da adottare per un periodo limitato di tempo al fine di perdere peso, per seguire il regime alimentare inventato da Sears occorre utilizzare un altro approccio, e affrontare il percorso con l’obiettivo di cambiare il proprio stile di vita.

Gli ormoni coinvolti

Gli ormoni che vengono maggiormente influenzati dall’alimentazione, e sui quali la dieta a zona va ad influire, sono l’insulina, il glucagone e gli eicosanoidi.

  • L’Insulina
    Detto anche ormone dello stoccaggio, secreto dopo un pasto dalle cellule beta del pancreas, guida i nutrienti nelle cellule, immagazzinando principalmente glucosio, che possiamo definire il carburante dei muscoli e del cervello.
    L’insulina è un ormone dalla doppia faccia, una buona e una cattiva: se la concentrazione in seguito al carico di glucosio è adeguata, arriva la giusta quantità di carburante alle nostre cellule; se invece la concentrazione è troppo elevata, il fegato trasforma gli zuccheri in eccesso in grassi, che vengono poi accumulati nel tessuto adiposo.
    Nella dieta a zona è quindi fondamentale non solo introdurre una quota adeguata di carboidrati (il famoso 40%), ma anche scegliere quelli con un carico glicemico basso, per evitare picchi di insulina.
  • Il Glucagone
    È l’ormone antagonista dell’insulina, e svolge la funzione opposta: aiuta cioè a rilasciare l’energia accumulata dalle cellule.
    Il glucagone è prodotto principalmente quando mangiamo cibi che contengono proteine.
    Aumentando la secrezione di glucagone, possiamo spingere il nostro organismo ad utilizzare l’energia accumulata sotto forma di grassi come carburante per le sue attività.
    La dieta a zona va ad agire sull’asse insulina-glucagone, modulando il rilascio di questi ormoni mediante l’alimentazione.
  • Gli Eicosanoidi
    Sono conosciuti anche come ‘superormoni’ perché controllano tutti gli altri sistemi ormonali dell’organismo e ogni singola funzione fisiologica, come il sistema cardiovascolare, la coagulazione del sangue, la funzione renale, la risposta immunitaria, l’infiammazione.
    Possiamo definire lo stato di salute come l’equilibrio dei costituenti l’organismo, quindi in linea di principio non esistono elementi positivi o elementi negativi, anche se, semplificando, possiamo suddividere gli eicosanoidi in ‘buoni’ o ‘cattivi’ a seconda della funzione anti infiammatoria o pro infiammatoria che svolgono.
    Dal momento che gli acidi grassi essenziali sono precursori degli eicosanoidi, la dieta a zona, nella misura in cui intende modulare la loro produzione attraverso l’alimentazione, prescrive un riequilibrio fra acidi grassi omega-6, precursori degli eicosanoidi ‘cattivi’, e gli omega-3, precursori degli eicosanoidi ‘buoni’: il rapporto fra omega-3 e omega-6 dovrebbe infatti essere 1:4, mentre il valore tipico dei regimi alimentari dei Paesi occidentali industrializzati è in media 1:10.

I benefici della dieta a zona

Alla luce di quanto detto sopra, la dieta a zona è un utile supporto per:

  • Ridurre l’incidenza delle patologie correlate alla sindrome metabolica, come malattie cardiovascolari, diabete mellito di tipo 2, obesità;
  • Avere maggiore lucidità mentale, in quanto mantenendo stabile il livello degli zuccheri nel sangue per tutta la giornata, il cervello, che a differenza dei muscoli non ha la prerogativa di immagazzinare energia, riceve carburante in modo regolare;
  • Avere energia e migliori performance fisiche, perché stabilizzando i livelli di insulina e glucagone, mette in grado l’organismo di utilizzare i grassi immagazzinati nei tessuti adiposi come fonte di energia illimitata;
  • Ridurre il desiderio di cibi dolci, conseguenza di una cattiva modulazione ormonale in seguito all’ultimo pasto;
  • Migliorare l’aspetto fisico, nella misura in cui riduce la massa grassa, riduce la ritenzione idrica e aumenta la massa muscolare.

NatrixLab, che individua nell’alimentazione e nello stile di vita la via principale per l’equilibrio e la salute dell’organismo, propone a tutti gli ‘zonisti’ alcuni test per misurare la correttezza nel seguire tale protocollo alimentare e il suo impatto sulla produzione di ormoni:

  1. Zona Plus Test
    È un test integrato per valutare, oltre al rapporto tra acidi grassi omega-6 e omega-3 (rapporto AA/EPA), altri due parametri fondamentali, l’insulina e la glicemia, che danno una valutazione più esaustiva della regolazione ormonale del metabolismo.
    Approfondisci qui >>
  2. Hormonal Profiles
    È un test che, mediante analisi su un campione di saliva, va ad indagare il dosaggio degli ormoni nel nostro organismo.
    Approfondisci qui >>

Cinque luoghi comuni sulla nutrizione

Il luogo comune è un’affermazione la cui attinenza al vero è fondata sulla sua diffusione, ricorrenza o familiarità: l’ovvietà dell’affermazione non deriva quindi dal vaglio di alcuna prova, anzi molto spesso non se ne ricorda la fonte, né ci si attende che venga sottoposto a critica o falsificazione.
Con questo non si intende dire che in tali affermazioni non ci sia un fondo di verità: solo occorre accertarsi che tale nucleo originario non sia stato superato dal progredire delle conoscenze, e non sia stato nascosto dalle stratificazioni successive, accumulate nel corso del tempo dall’opinione comune.
In questo articolo prendiamo in esame cinque luoghi comuni sulla nutrizione, che abbiamo notato essere particolarmente diffusi, provando a distinguere in ciascuno il vero dal falso.

  1. I grassi fanno male.
    Considerato che le patologie cardiovascolari sono la prima causa di morte al mondo, e considerata la stretta connessione fra tali patologie, il colesterolo e un’alimentazione troppo ricca di grassi saturi, è opinione comune che i grassi siano sempre e comunque dannosi.
    In realtà i lipidi svolgono negli organismi viventi una serie di ruoli indispensabili: oltre ad essere una riserva di energia, entrano nella costituzione delle membrane biologiche, regolano gli scambi metabolici, proteggono dagli agenti esterni e svolgono una importante funzione ormonale.
    Ci sono quindi grassi buoni e grassi cattivi: quelli buoni, ovvero i mono e poli insaturi, che dovrebbero rientrare nella nostra dieta (specialmente gli omega 3 e omega 6), e quelli cattivi, ovvero i grassi saturi, trans e idrogenati, da evitare in quanto all’origine del colesterolo LDL.
  2. Il Kamut® va bene per i celiaci.
    È opinione piuttosto diffusa che il Kamut® sia un cereale senza glutine, quindi adatto a soggetti affetti da morbo celiaco o da sensibilità al glutine non celiaca.
    Non è vero. Il Kamut® appartiene alla famiglia delle graminacee, ed essendo un antenato del grano duro, contiene glutine eccome.
    Non solo: tralasciando l’ipotesi del ritrovamento in una tomba egizia nella metà del secolo scorso (da qui viene anche chiamato ‘grano del faraone’), il Kamut® è un marchio registrato di proprietà della società statunitense Kamut. In sostanza, per utilizzare il termine nel contesto della denominazione di un prodotto alimentare, si dovrebbe pagare una royalty.
  3. Lo sport fa bene.
    L’attività fisica, a ragione, è associata al prendersi cura di sé e al benessere, in quanto aiuta a tenere sotto controllo il saldo calorico e innesca processi enzimatici e ormonali che inducono allo ‘star bene’.
    Non è sempre vero: se la durata oppure la frequenza degli allenamenti è troppo elevata, si va incontro al sovrallenamento (overtraining), che proprio bene non fa.
    Durante la corsa, ad esempio, circa il 95% dell’ossigeno viene impiegato dalle cellule per produrre energia, mentre la restante parte induce la formazione di radicali liberi.
    E se l’attività fisica fa sì che il nostro organismo aumenti le capacità difensive contro l’aggressione da parte di queste molecole, instaurando una sorta di equilibrio tra la produzione di radicali e la naturale capacità dell’organismo di neutralizzarli, nell’overtraining tale equilibrio vien meno: l’aumento del consumo di ossigeno e quello dei processi infiammatori indotti dai microtraumi muscolari e articolari che si creano durante l’allenamento ingenerano una condizione di stress ossidativo.
    In conclusione possiamo dire che lo sport è come un farmaco: a basse dosi non serve a niente, a dosi eccessive è tossico, a dosi giuste fa bene.
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  4. Mangia tanta frutta.
    Come nel caso dell’attività fisica, anche mangiare frutta fa bene, perché contiene vitamine, fibre e sostanze antiossidanti.
    Attenzione a non esagerare però! La frutta, nella misura in cui contiene fruttosio, se consumata in quantità eccessive potrebbe comportare un’assunzione troppo elevata di carboidrati semplici, in grado di far aumentare i trigliceridi nel sangue.
    Gli zuccheri infatti, al contrario dei lipidi, non hanno un sistema di immagazzinamento efficace, e se presenti in eccesso vengono trasformati in trigliceridi dal fegato.
    Soprattutto in casi di carente attività fisica, ciò potrebbe comportare nel tempo l’instaurarsi di una vera e propria sindrome metabolica.
  5. Il digiuno fa dimagrire.
    Mettersi a dieta significa innanzitutto mangiare meno.
    Attenzione però: il nostro organismo, che ha traghettato sino ad oggi la specie umana attraverso millenni di carestie ed è molto più saggio di noi, al ridursi delle porzioni caloriche abbassa il metabolismo basale, adeguando così il proprio dispendio energetico alle scarse risorse disponibili.
    Inoltre, per sopperire a tale carenza, non attinge solo dalle riserve accumulate nel tessuto adiposo, ma va ad intaccare anche la massa muscolare, maggiore responsabile del consumo calorico “attivo”.
    E visto che l’organismo oltre ad essere saggio è pure previdente, non appena si torna a mangiare normalmente, il surplus energetico tende ad accumularsi sotto forma di grasso: hai visto mai che arrivi di nuovo una carestia…
    Da considerare infine che se tale comportamento alimentare è inutile quando non controproducente al fine di perdere peso, diventa anche pericoloso nella misura in cui si tende a seguire una dieta fortemente sbilanciata e povera in nutrienti essenziali, con sintomi che vanno dalla spossatezza cronica alle alterazioni dell’umore, dal calo delle difese immunitarie alla disbiosi intestinale.
    Prima di mettersi a digiuno quindi, col rischio di non perdere peso e la certezza di diventare meno sani e più infelici, consultate un professionista per avere un programma alimentare personalizzato!

Rischio cardiovascolare e nutrizione: un po’ di numeri… e una formula magica.

Eziologia del rischio cardiovascolare.

Le malattie cardiovascolari, causate dall’accumulo di colesterolo e altre sostanze sulle pareti delle arterie (placca arteriosclerotica), sono la prima causa di mortalità al mondo.

Secondo i dati ISTISAN, in Italia 160.000 persone ogni anno sono colpite da un attacco cardiaco, con un’incidenza della mortalità per malattie del sistema cardiocircolatorio che per il 38,7% riguarda soggetti di sesso maschile mentre per il 48,4% quelli di sesso femminile.

L’eziologia di tali patologie è multifattoriale: ci sono cioè più fattori di rischio che contemporaneamente contribuiscono alla loro insorgenza e sviluppo, e in accordo a determinati standard italiani ed europei, NatrixLab propone un test per calcolare il rischio di sviluppare una malattia cardiovascolare nei prossimi 10 anni in un individuo asintomatico.

Diamo ora un’occhiata a questi fattori, alcuni dei quali sono modificabili, ovvero ridimensionabili grazie a mutamenti nello stile di vita o a terapie farmacologiche; altri invece no.

I fattori modificabili sono:

  • Fumo: la nicotina accelera il battito cardiaco, mentre il monossido di carbonio diminuisce la quantità di ossigeno nel sangue, inducendo un aumento di radicali liberi che vanno ad alimentare lo stress ossidativo velocizzando il processo arteriosclerotico;
  • Stili alimentari scorretti: una dieta sbilanciata con un eccessivo apporto di grassi saturi determina un aumento delle concentrazioni plasmatiche delle lipoproteine LDL, che sono alla base della genesi della placca aterosclerotica;
  • Pressione arteriosa: la pressione alta costringe il muscolo cardiaco a un superlavoro e favorisce la formazione di placche arteriosclerotiche sulle pareti delle arterie;
  • Colesterolemia totale: il colesterolo eccessivo aumenta il rischio che si depositi sulle pareti delle arterie;
  • HDL – Colesterolemia: si tratta di una lipoproteina ad alta densità utile per rimuovere il colesterolo in eccesso. Minore è la sua quantità, maggiore è il rischio cardiovascolare;
  • Diabete: favorisce l’arteriosclerosi perché contribuisce all’irrigidimento dell’endotelio vasale delle arterie, e promuove processi ossidativi incrementando il rischio cardiovascolare;
  • Sovrappeso e obesità: l’eccesso di peso aumenta il rischio di ipertensione, ipercolesterolemia e diabete, fattori di rischio per malattie cardiovascolari e ictus;
  • Sedentarietà: l’attività fisica riduce il grasso corporeo, permette un buon controllo della glicemia, aumenta la sensibilità all’insulina, abbassa il colesterolo ‘cattivo’ e aumenta quello ‘buono’.

I fattori non modificabili sono:

  • Sesso: nella donna il rischio di malattie cardiovascolari aumenta sensibilmente dopo la menopausa;
  • Ereditarietà: parenti con dislipidemia, o con eventi cardiovascolari prima dei 60 anni;
  • Età: il rischio aumenta progressivamente con il passare degli anni.

La dieta mediterranea? Una formula magica!

checkup_profiles_testNei due articoli precedenti, parlando prima di Ancel Keys, inventore della dieta mediterranea, poi dei principi di tale stile alimentare, è emerso fin da subito come la dieta mediterranea, interpretata nel senso proprio del termine e inserita nel contesto di uno stile di vita sano, sia una delle leve fondamentali per agire sui fattori modificabili che vanno a ridurre il rischio di contrarre patologie cardiovascolari.

C’è solo l’imbarazzo della scelta nel citare studi in tal senso. Ad esempio, lo studio del 2013 di Joanna Hlebowicz et al., ‘A high diet quality is associated with lower incidence of cardiovascular events in the Malmo diet and cancer cohort’, descrive come i modelli alimentari ad elevato consumo di verdura, legumi, frutta, frutta a guscio, prodotti integrali e grassi mono e polinsaturi riducano il rischio di eventi cardiovascolari nel 32% degli uomini e nel 27% delle donne.

In questo caso si potrebbe addirittura smentire chi afferma che non esista una formula magica per stare bene, perché non sarà certo magica, ma esiste, si chiama Mediterranean Adequacy Index (MAI-IAM), e il valore viene ottenuto dividendo la somma delle percentuali di chilocalorie totali proveniente da gruppi alimentari appartenenti alla dieta mediterranea per la somma delle percentuali di chilocalorie totali fornita da gruppi alimentari non appartenenti a tale regime alimentare, ovvero:

MAI-IAM = (% kcal cereali + patate + legumi + ortaggi + frutta + pesce + oli d’oliva e semi + vino)
(% kcal latte + formaggi + carne + uova + grassi animali e margarine + dolciumi + zucchero)

Se il risultato dell’indice MAI-IAM è compreso fra 5 e 10, significa che ci stiamo prendendo adeguatamente cura del nostro cuore e in ultima analisi della nostra salute: fatti salvi i fattori di rischio non modificabili, è infatti possibile misurare il rischio globale di sviluppare una patologia cardiovascolare e ridurre notevolmente tale indice agendo sul nostro stile di vita.

Quali sono le basi della dieta mediterranea?

I macronutrienti.

Con l’articolo precedente abbiamo iniziato un ciclo di contributi sulla dieta mediterranea: siamo partiti parlando della vita di Ancel Keys, il primo a mettere in relazione la tipologia di alimentazione del sud Italia con la bassa incidenza di malattie cardiovascolari, e proseguiamo parlando dei principi di funzionamento di tale protocollo alimentare.

Innanzitutto definiamo i macronutrienti, che sono i carboidrati, le proteine e i lipidi, ovvero quei nutrienti alimentari che devono essere introdotti nell’organismo in grandi quantità.

I primi, trasformati dall’organismo in glucosio, forniscono l’energia per tutte le funzioni delle cellule e dei tessuti. Le fonti principali di carboidrati sono i cereali, i farinacei (pane, pasta), le patate e la frutta.

Le seconde hanno una funzione plastica, in quanto vengono utilizzate per la costruzione dei tessuti e degli organi, come ad esempio i muscoli: l’assunzione di proteine è quindi fondamentale per i bambini, che devono “costruire” il proprio corpo, ma anche negli adulti per la rigenerazione dei tessuti e per il sistema immunitario e ormonale. Le fonti principali di proteine sono la carne, il pesce, il latte, le uova, i legumi.

Infine i lipidi servono da riserva di energia perché vengono utilizzati più lentamente rispetto ai carboidrati, e sono fondamentali per le membrane cellulari e la sintesi di alcuni ormoni, oltre l’assorbimento di alcune vitamine.

Una questione di qualità.

Alla base della dieta mediterranea c’è una prima indicazione quantitativa sulla distribuzione dei macronutrienti nel regime alimentare, che ripartisce le calorie giornaliere per il 55-65% da carboidrati, per il 30% dai grassi, infine per il 15% dalle proteine.

La ripartizione quantitativa comunque non basta, perché di importanza cruciale è la valutazione qualitativa dei nutrienti, che andiamo qui di seguito a spiegare.

  1. Carboidrati.
    Pane, pasta e farinacei dovrebbero essere derivati da farine integrali, che non abbiano quindi subito un processo di raffinazione.
    Per frutta e verdura, almeno cinque porzioni al giorno, è necessario scegliere sempre quella fresca di stagione, preferendo le preparazioni a crudo piuttosto che cotte in modo da evitare di perdere durante tale processo nutrienti fondamentali come vitamine, minerali e sostanze antiossidanti.
  2. Proteine.
    Sarebbero da preferire le proteine di origine vegetale, ovvero i legumi, che dovrebbero costituire l’80% delle calorie destinate a questo macronutriente, con il restante 20% da pesce o carni bianche.
  3. Grassi.
    Si tratta di una classe fondamentale di nutrienti che molto spesso a torto gode di cattiva fama nell’opinione comune: ne abbiamo parlato anche in questo articolo.
    Per quanto riguarda di grassi, la dieta mediterranea non può non basarsi sull’olio extravergine di oliva, le cui molecole di base (acidi grassi liberi) sono i principali costituenti delle membrane cellulari.
    Inoltre l’olio extravergine di oliva, proprio per la sua peculiare distribuzione in acidi grassi (povera in saturi e ricca in monoinsaturi come gli omega 9) e per la presenza di acidi grassi essenziali polinsaturi come omega 3 e omega 6 e polifenoli rappresenta, nelle giuste quantità, lo strumento terapico fondamentale per prevenire e migliorare lo stato di salute in pazienti affetti da patologie cardiovascolari e sindromi metaboliche.

È esattamente a questi principi che i nutrizionisti di NatrixLab si sono ispirati per creare protocolli nutrizionali in grado di prevenire e curare le diverse condizioni patologiche, che grazie a Telenutrizione, la piattaforma di telemedicina NatrixLab, possono gestire in contatto diretto con i loro pazienti.

La dieta mediterranea: chi l’ha inventata?

Tutti ne parlano, ma pochi la conoscono.

A seconda del periodo, o degli argomenti che maggiormente catalizzano l’attenzione generale, ci si improvvisa allenatori, economisti, criminologi, e così via.

Ben lungi dal vederci dietro la volontà di millantare competenze non del tutto consolidate, è naturale esprimere opinioni su ciò che in un dato momento riscuote interesse, e alzi la mano chi non si è mai pronunciato, ad esempio, in merito allo spread, al mercato del lavoro o alla geopolitica, pur non essendo un esperto.

Essendo la nutrizione un ambito che riguarda tutti, a prescindere da età, sesso, cultura e area di provenienza, è naturale che sin dalla notte dei tempi siano fioriti precetti e scuole di pensiero su quale sia il regime alimentare più adatto a mantenere un buono stato di salute.

In questo e nei prossimi articoli parleremo della dieta mediterranea, la più menzionata al mondo, nonché dal 16 novembre 2010 iscritta dall’UNESCO nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’Umanità.

Lo facciamo perché a nostro avviso, come accade a quei concetti che a furia di essere nominati perdono la primigenia nitidezza e inglobano elementi spuri, il concetto di ‘dieta mediterranea’, allontanandosi progressivamente dai modelli alimentari tradizionali di Italia, Grecia, Spagna e Marocco, ha finito per designare, nell’immaginario collettivo, un regime alimentare basato soprattutto sul consumo di carboidrati raffinati come pane e pasta; cosa che, come vedremo, non è affatto vera.

In questo articolo parleremo di Ancel Keys, che per primo l’ha definita; nel prossimo ne vedremo i principi metodologici; da ultimo daremo uno sguardo ad alcuni dati sulla dieta mediterranea.

Il papà della dieta mediterranea.

ancel_keysAncel Benjamin Keys, dicevamo, nato a Colorado Springs nel 1904 e deceduto a Minneapolis nel 2004, biologo e fisiologo statunitense, studiando l’epidemiologia delle malattie cardiovascolari, giunse a formulare ipotesi sull’influenza dell’alimentazione in tali patologie, e ad individuare i benefici di un regime alimentare da lui stesso definito ‘dieta mediterranea’.

Già famoso come ideatore della ‘Razione K’, razione da combattimento individuale giornaliera introdotta negli Stati Uniti d’America nel 1942 nel corso della seconda guerra mondiale, nei primi anni ’50, a Roma per il primo ‘Convegno sull’alimentazione’, rimase affascinato dal dato della bassa incidenza di patologie cardiovascolari e di disturbi gastrointestinali nella regione Campania e nell’isola di Creta, e fu il promotore del primo studio pilota per chiarire tale mistero.

Prese in esame la popolazione di Nicotera, in Calabria, e nel 1962 si trasferì a Pioppi, villaggio di pescatori del comune di Pollica, nel Cilento, dove rimase per 28 anni, e insieme ad alcuni collaboratori (Martti Karvonen, Flaminio e Alberto Fidanza, Jeremiah Stamler) studiò l’alimentazione della popolazione locale.

Dalle anamnesi che estrapolò dalle interviste dei pazienti emerse che nei paesi del sud Italia, viste le precarie condizioni economiche della popolazione, l’alimentazione era basata su cibi poveri come cereali integrali, legumi, frutta, verdura, pesce e pochissima carne.

Dopo avere studiato lo stile alimentare del ceto medio della popolazione campana e calabrese, cominciò a sottoporre i suoi pazienti negli USA allo stesso stile alimentare, riscontrando una notevole riduzione di eventi mortali per patologie cardiovascolari, ma niente di paragonabile alle percentuali nell’Italia meridionale.

Individuò l’elemento chiave nella qualità e nelle proprietà dei grassi impiegati, e in particolare nell’olio extravergine d’oliva, eleggendolo uno dei nutraceutici fondamentali per la prevenzione e la cura delle patologie cardiovascolari.

Insieme alla moglie Margaret, nel 1975 tradusse i suoi studi in forma divulgativa nel volume ‘How to eat well and stay well: the Mediterran way’ (Come mangiare bene e stare bene: lo stile mediterraneo), un libro che fece epoca e che diffuse il concetto di ‘dieta mediterranea’ in tutto il mondo.

E forse, a riprova che Ancel Keys non avesse tutti i torti, sta il fatto che morì a 100 anni compiuti!

Solstizio d’inverno, ritmi circadiani e… caffè

Cosa sono i ritmi circadiani

Nell’articolo precedente, parlando del cortisolo, ‘l’ormone dello stress’, abbiamo accennato al fatto che il nostro organismo lo secerne basandosi sul ritmo circadiano sonno-veglia: approfittiamo dell’approssimarsi del solstizio d’inverno, la notte più lunga dell’anno, per capire cosa siano i ritmi circadiani e in quale misura vengano influenzati da stimoli esterni come l’alternanza luce/buio, con qualche curiosità legata alle nostre abitudini quotidiane.

Il termine ‘circadiano’ deriva dal latino circa diem, e va a definire un ciclo di 24 ore durante il quale si ripetono regolarmente certi processi fisiologici: oltre alla secrezione del cortisolo e alle fasi di sonno-veglia, rientrano nei ritmi circadiani anche la pressione sanguigna e la temperatura corporea, governati dagli ormoni il cui dosaggio andiamo a testare con il nostro Hormonal Profile.

Di base, i ritmi circadiani sono endogeni e vengono regolati da una sorta di orologio biologico interno, che però si mantiene sincronizzato con il ciclo del giorno grazie a stimoli esogeni di genere naturale o sociale (chiamati zeitgebers, che in tedesco significa letteralmente ‘donatori di tempo’): il più importante zeitgeber è la luce solare, a cui possiamo aggiungere ad esempio la temperatura ambientale oppure, a livello sociale, gli orari dei pasti.

Posso offrirti un caffè? Beh dipende… dal cortisolo!

Vi è mai capitato di avere la sensazione che il caffè non faccia effetto?
Molto probabilmente non dipende solo dalla pertinacia nel concedersi notti brave, ma dal sovrapporsi, nel ritmo circadiano del cortisolo, di fattori endogeni, vale a dire il nostro orologio biologico, e stimoli esogeni, ovvero la tazzina di caffè, in questo caso ottimo esempio di zeitgeber.

Il nostro organismo secerne cortisolo in base a un andamento giornaliero che prevede picchi massimi e picchi minimi: senza considerare particolari situazioni di stress oppure sessioni di intensa attività fisica, nelle prime ore del mattino abbiamo la produzione massima, che si riduce dalle 9,30 alle 11,30, risale dalle 12,00 alle 13,00, e subisce un’altra riduzione dalle 13,30 alle 17,00.

Un ultimo picco massimo si registra dalle 17,30 alle 18,30, infine il livello decresce nelle ore notturne per ricominciare il ciclo il mattino successivo.

Chiediamo venia per l’affermazione tutt’altro che scientifica, ma se definiamo il cortisolo una sorta di ‘caffeina endogena’, appare chiaro che i momenti del giorno nei quali il nostro organismo avrebbe maggiormente bisogno di una tazzina di caffè sono fra le 9,30 e le 11,30 e a metà pomeriggio.

Detto questo, nessuno potrà mai toglierci il piacere di una tazza di caffè di prima mattina, solo non lamentiamoci se a volte ci sembra che non faccia effetto!
A parziale consolazione, teniamo anche presente che la colpa non è necessariamente da attribuire allo scarso grado di compatibilità fra la serata trascorsa e gli impegni lavorativi del giorno dopo.

Le feste di Natale fra riposo, stress e cortisolo

Stress e cortisolo

Il Natale si avvicina a grandi passi, e se la nostra immaginazione raffigura una scena illuminata da luci calde, con la tavola rallegrata dalle bacche rosse del pungitopo e dai riflessi dorati del servizio buono, il profumo delle bucce d’arancia nell’aria, un’atmosfera di rilassata e cordiale convivialità, e soprattutto la messa al bando dei sensi di colpa per un saldo calorico esagerato, il percorso per arrivare alla meta si presenta alquanto accidentato.

Fra sprint finale al lavoro per chiudere le attività in sospeso, ansia da regalo per parenti prossimi o remoti, fondati timori di finire seduti a tavola proprio di fronte al cugino antipatico, più che con le calorie potremmo avere qualche problema col cortisolo.

Il cortisolo è detto anche ‘ormone dello stress’, perché livelli aumentati si riscontrano in caso di forte stress psico-fisico, vita frenetica e irregolare o dopo attività fisica molto intensa, e in generale il suo ruolo è inibire le funzioni corporee non indispensabili nel breve periodo, garantendo il massimo sostegno agli organi vitali: aumenta la gittata cardiaca, la glicemia, incrementa la gluconeogenesi epatica, stimola la secrezione di glucagone e riduce l’attività dell’insulina. Inoltre, riduce le difese immunitarie.

La secrezione del cortisolo è controllata dall’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, e viene regolata dal ritmo circadiano del ciclo sonno-veglia, con un picco massimo nelle prime ore del mattino, tra le 6 e le 9, seguito da un progressivo rallentamento lungo la giornata per raggiungere il minimo verso mezzanotte.

Fin qui tutto bene. Ma cosa succede quando siamo sottoposti a una condizione prolungata di stress, che forza il nostro organismo a secernere cronicamente elevati livelli di cortisolo?

Come effetto collaterale di un aumento cronico di cortisolo si ha l’accelerazione dell’insorgenza dell’osteoporosi; in assenza di zuccheri, favorisce il catabolismo proteico e la mobilitazione e l’utilizzo degli acidi grassi, ma in alcuni distretti stimola la lipogenesi: stimola lo sviluppo del tessuto adiposo sottocutaneo, soprattutto nel tronco e nell’addome.

Una condizione stabile di ipercortisolismo può portare a ipertensione, alopecia, debolezza muscolare, alterazioni del ciclo mestruale, infezioni ricorrenti, calo della libido, osteoporosi, cefalea, depressione, invecchiamento precoce.

Misurare e controllare il cortisolo

Ipersensibilità al dolore, come ad esempio mal di schiena e dolori muscolari, difficoltà a prendere sonno e stanchezza cronica, accumulo di tessuto adiposo intorno all’addome, vulnerabilità a raffreddore e infezioni, calo del desiderio sessuale sono sintomi di una eccessiva produzione di cortisolo.

Quantificare la presenza di cortisolo nell’organismo è molto facile: il test di valutazione degli equilibri ormonali di NatrixLab si basa sul prelievo salivare, che innanzitutto… non sottopone a stress da prelievo!

A parte questo non trascurabile vantaggio, dal punto di vista biologico occorre sapere che gli ormoni sono in grado di oltrepassare passivamente la membrana delle ghiandole salivari, raggiungendo la saliva.

La quota di ormone che vi si ritrova corrisponde a all’ormone “libero”, quindi non legato ad altre proteine: la percentuale, appunto, che corrisponde alla parte attiva degli ormoni circolanti.

Se, dopo aver fatto il test, riscontriamo livelli troppo elevati di cortisolo, oltre a quanto abbiamo detto parlando di radicali liberi e stress ossidativo, sarebbe buona norma:

  • Evitare il cibo spazzatura e prediligere i carboidrati non raffinati, le proteine (pesce, bianco d’uovo, carne bianca), le fibre alimentari;
  • Ridurre al minimo il consumo di sigarette, alcol, caffè, farmaci e sostanze stupefacenti;
  • Fare attività fisica;
  • Dormire bene e a orari regolari.

Anche concentrarsi più sulla bontà del cibo che sul commensale antipatico potrebbe essere d’aiuto, non foss’altro per mantenere vivo l’antico detto che ‘a tavola non si invecchia mai’.

Gli acidi grassi? Sono essenziali!

Grassi buoni, grassi cattivi, grassi essenziali

Nel precedente articolo abbiamo sgombrato il campo da un preconcetto largamente diffuso, che vorrebbe identificare i grassi con il Male assoluto: in realtà i grassi sono sostanze indispensabili alla vita dell’organismo, non sono tutti ‘cattivi’, e soprattutto occorre considerare il loro bilanciamento.

Proseguendo l’argomento, andiamo ora ad approfondire il concetto di ‘grassi essenziali’, per capire il ruolo indispensabile dello stile alimentare nel mantenere un profilo lipidico equilibrato.

Gli acidi grassi essenziali sono quegli acidi grassi che il nostro organismo non è in grado di produrre autonomamente a partire da altri precursori: devono pertanto essere introdotti con la dieta per preservare lo stato di salute dell’organismo.

Conosciuti anche come ‘vitamina F’, gli acidi grassi essenziali sono due:

    1. Acido linoleico (precursore degli acidi grassi Omega 6)
      È il più abbondante acido grasso polinsaturo contenuto nei tessuti umani ed è il precursore degli acidi grassi della classe n-6, incluso l’acido arachidonico (contenuto anche nell’olio di arachidi, da cui prende il nome).
      È presente nelle noci, nei cereali, nelle olive e in tutti gli oli vegetali, come l’olio di girasole, l’olio di mais, quello di lino e quello di canapa.
      Bassi livelli di questo acido grasso possono alterare la funzionalità strutturale delle membrane biologiche, con una riduzione nella produzione di eicosanoidi in grado di regolare il processo infiammatorio.
      L’acido linoleico contribuisce ad abbassare i livelli totali di colesterolo ematico e ridurre i fattori di rischio cardiovascolare, una delle principali cause di morte delle società industrializzate.

 

  1. Acido alfa-linolenico (precursore degli acidi grassi Omega 3)
    È considerato il precursore degli acidi grassi della classe n-3.
    Si trova nelle carni e nell’olio di pesci tipici di acque marine fredde come salmone, merluzzo, sgombro, sardine, alici, tonno. È presente inoltre nei semi di lino, di canapa, di colza, nella soia, nelle noci, e nelle verdure a foglia verde scuro.
    L’acido alfa linoleico svolge funzione antiaggregante, vasoprotettiva e antitrombotica, e per questo motivo concorre alla riduzione del rischio cardiovascolare.

Misurare e correggere il rapporto fra gli acidi grassi

Una volta individuati gli acidi grassi essenziali, è importante misurare il loro rapporto: i grassi Omega-6 e Omega-3 infatti competono per l’utilizzo degli enzimi coinvolti nella loro desaturazione, con la conseguenza che una eccessiva assunzione di Omega-6 può compromettere la formazione degli Omega-3 e viceversa.

In generale, nella dieta del mondo Occidentale più industrializzato, oltre a un importante incremento dell’assunzione di grassi saturi di origine animale, si registra una riduzione dell’apporto di acidi grassi Omega-3 in favore degli Omega-6.

In base ai dati LARN (Livelli di Assunzione Raccomandata di Nutrienti per la popolazione italiana), anche a causa di un regime alimentare ricco di carboidrati, nel nostro Paese il rapporto tra Omega-6 e Omega-3 è di circa 13:1, laddove le giuste proporzioni dovrebbero essere 4:1.

Per misurare la concentrazione e il rapporto fra gli acidi grassi e intervenire mediante la dieta, NatrixLab propone due presidi, uno in fase diagnostica e l’altro in fase di gestione di un protocollo alimentare adeguato:

    1. Lipidomic Profile
      Il Lipidomic Profile di NatrixLab misura la concentrazione degli acidi grassi nell’organismo e ne rileva gli eventuali squilibri, mettendo così in grado il paziente di provvedere, mediante l’aiuto del medico, a ristabilire una condizione di equilibrio.
    2. Telenutrizione
      Telenutrizione è una piattaforma telematica di telemedicina, pensata per essere l’interfaccia fra paziente e nutrizionista: rilevato lo squilibrio in fase diagnostica, mediante Telenutrizione il paziente avrà uno strumento a supporto del proprio protocollo alimentare, nella misura in cui potrà essere in contatto diretto e costante con il nutrizionista.