L’educazione come prevenzione dell’intolleranza alimentare

Le cause dell’intolleranza alimentare

In questi anni si parla molto della intolleranza alimentare, definita spesso a ragione la causa di numerosi disturbi intestinali o extra intestinali, ma senza sapere davvero di cosa si tratti.

Tali disturbi sono legati ad alterazioni transitorie e reversibili, scatenate da reazioni immunitarie che coinvolgono le immunoglobuline di tipo G (al contrario delle allergie, che coinvolgono le IgE).

Sono state ipotizzate diverse cause alla base dell’eziologia dell’intolleranza alimentare, sebbene un ruolo preponderante è dato, come in molte patologie dallo stile di vita, dalla epigenetica e dall’ambiente.

Infatti i fattori esogeni a cui oggi molti di noi sono sottoposti nella quotidianità sembrano essere determinanti nello sviluppo di tali fenomeni.

Tra questi ricordiamo sicuramente l’inquinamento, la vita frenetica, la cattiva respirazione, la bassa ossigenazione, le difficoltà respiratorie (legate ad ansia, stress, depressione e alterazioni che coinvolgono la respirazione diaframmatica), la sedentarietà, la bassa qualità del sonno e non ultima la cattiva alimentazione.

In realtà parlare di buona o cattiva alimentazione è molto difficile, soprattutto in tempi nei quali comunicare la scienza e i risultati degli studi scientifici sembra essere davvero una impresa ardua.

Questo perché ci troviamo in una società nella quale esiste una babele di informazioni, spesso pilotate da frange pseudoscientifiche che alimentano la disinformazione e il terrorismo alimentare.

Sicuramente avere una alimentazione monotona e ripetitiva aiuta a sviluppare intolleranze alimentari dovute all’accumulo di sostante verso cui l’organismo crea reazioni infiammatorie.

Come anche mangiare cibo di bassa qualità, senza conoscerne la provenienza, il modo in cui sono state prodotte determinate derrate alimentari e mangiando senza criterio, ad esempio con una corretta masticazione.

Come ben sappiamo infatti, la digestione inizia dalla bocca, grazie alla presenza di enzimi capaci di digerire il cibo che mangiamo ogni giorno. Oppure grazie ad essa è possibile spezzare le fibre contenute nelle verdure, nella frutta e nei cereali, permettendo di digerirli senza problemi e senza creare una aumentata permeabilità intestinale.

L’educazione e la prevenzione dell’intolleranza alimentare

educazione_alimentareUno degli obiettivi principali dell’educazione alimentare sarebbe far comprendere bene la differenza tra mangiare e nutrirsi.

Oggi non abbiamo bisogno di mangiare molti cibi, ma dobbiamo orientarci soprattutto verso una alimentazione cellulare, capace di fornirci i nutrienti necessari, come la scienza ha ormai chiaramente dimostrato.

In un mondo che vive di ricchezza e malattie legate alla iperalimentazione è paradossale che ci sia ancora chi dice di mangiare un po’ di tutto.

Perché la scienza ha dimostrato che è possibile seguire anche delle alimentazioni privative o restrittive quando seguite dagli esperti, come avviene per motivi etici o religiosi, ma ha dimostrato anche che vi sono alimenti utili e altri dannosi (contenenti all’interno antinutrienti e sostanze tossiche per l’uomo).

Del resto siamo in continua evoluzione. E la tanto decantata dieta mediterranea non è mai esistita come entità unica. Soprattutto perché in quel tempo le persone erano denutrite e avevano una aspettativa di vita bassa.

Oggi l’aspettativa di vita è molto elevata, grazie al miglioramento delle tecnologie, alla scoperta di strumenti quali il frigorifero e il congelatore, al miglioramento della sicurezza alimentare, ma si sta riducendo la qualità della vita e l’aspettativa di vita in salute, a causa di numerosi nostri comportamenti, compresa una cattiva alimentazione.

educazione_alimentare_02E teniamo presente che un corretto comportamento alimentare inizia fin da una buona spesa. Se abbiamo dentro casa cibo scadente, mangeremo quello.

Sta a noi scegliere: curarci con i farmaci o fare prevenzione con cibo e stile di vita. Naturalmente da soli è molto difficili saper fare queste scelte.

Per questo è importante rivolgersi agli esperti che possano guidarci nella quotidianità, insegnandoci cosa è davvero una corretta alimentazione.

Saper ruotare gli alimenti, fare i giusti abbinamenti, saper gestire le porzioni è fondamentale per ottenere lo stato di salute.

A questo è poi importante aggiungere piccole regole di vita, come la riduzione della sedentarietà, il prendersi il proprio tempo e soprattutto cercare di ridurre il proprio stress.

Solo così sarà possibile riuscire ad allontanare le problematiche che attanagliano la nostra società.

Avere delle intolleranze alimentari, senza saperle diagnosticare con certezza e senza saperle davvero curare con una alimentazione mirata, significa cronicizzare i sintomi. A volte ci abituiamo ad avere tali reazioni, abbassando notevolmente la qualità della vita.

Si scrive nutrizione, si legge prevenzione: Natrix a Spazio Nutrizione 2016

La nutrizione come via maestra per la salute e il benessere collettivo

Il concetto che “prevenire è meglio che curare” sta caratterizzando l’approccio alla salute di un numero sempre maggiore di persone, che attribuiscono sempre maggiore importanza alla prevenzione e al ‘mantenimento del benessere’.

Al centro di questo nuovo approccio c’è la nutrizione, perché è sempre più evidente al pubblico il ruolo chiave delle scelte alimentari per la salute e il benessere della persona e per la sostenibilità dell’attuale modello di società.

Natrix parteciperà a Spazio Nutrizione 2016, in programma a Milano dal 5 al 7 maggio 2016, presso lo stand B30, con proposte dedicate ai professionisti della nutrizione all’insegna della qualità e dell’innovazione, nell’ambito della diagnostica, del software, delle macchine medicali e dei servizi di comunicazione per la salute.

Diagnostica, nutrizione e analisi lipidomica

Natrix, che ha da sempre avuto un’attenzione particolare alla corretta alimentazione come strategia efficace e naturale per prevenire le patologie più diffuse, e collabora in tal senso con molti professionisti della nutrizione nella fase diagnostica, presenterà a Spazio Nutrizione 2016:

  • Gluten Sensitivity Test: determina la presenza di marcatori di sensibilità al glutine non celiaca;
  • Benessere Intestinale: l’In Flora Scan è un test completo per la valutazione del microbiota, dello stato infiammatorio dell’intestino, delle capacità digestive e della permeabilità In particolare il Dysbio Check valuta il tipo di disbiosi intestinale rilevando la presenza nelle urine di due metaboliti del triptofano, denominati Indicano e Scatolo;
  • sindrome_metabolicaNuovi test diagnostici con analisi lipidomica: sono ben quattro i test diagnostici basati sulla valutazione qualitativa e quantitativa degli acidi grassi della membrana eritrocitaria:
    1. Lipidomic Profile: valuta l’assetto lipidico delle membrane e permette di capire lo stato di salute generale dell’organismo.
    2. Cardio Omega Test: mediante l’analisi qualitativa e quantitativa degli acidi grassi di membrana, valuta i marcatori molecolari correlati all’insorgenza delle patologie del sistema cardiocircolatorio, per una tempestiva ed efficace azione di prevenzione.
    3. Metabolic Profile Basic: valuta il dosaggio di ormoni strettamente correlati al tessuto adiposo viscerale per rilevare la presenza di eventuali danni indotti da alterazioni al metabolismo.
    4. Cell Skin Profile: mediante l’analisi degli acidi grassi di membrana, insieme a valori espressi dai marker correlati allo stress ossidativo, restituisce un quadro completo della salute del derma, al fine di intraprendere un adeguato protocollo nutrizionale e nutraceutico da associare a un trattamento dermocosmetico.

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Nutrizione e mobile health: la piattaforma di telemedicina Telenutrizione Cloud

tncloudGrazie all’integrazione fra conoscenze mediche e competenze informatiche, Natrix ha sviluppato Telenutrizione, una piattaforma di telemedicina per fornire servizi nutrizionali, a disposizione dei professionisti della nutrizione che intendono seguire i propri pazienti in modo efficiente e mirato.

Grazie a Telenutrizione, il professionista della nutrizione potrà incrementare l’efficienza e la qualità delle proprie prestazioni, offrendo un servizio innovativo ai pazienti.

In particolare, Telenutrizione offre:

  • Un filo diretto con lo specialista, col quale interagire mediante televisita, chat, email.
  • movita_nwslUna cartella clinica elettronica, sulla quale riportare dati anagrafici, clinici, antropometrici.
  • Una dieta attiva, mediante la quale il sistema proporrà al paziente le alternative possibili ad ogni pasto in base al protocollo alimentare elaborato dallo specialista.
  • Il calcolo automatico del saldo calorico giornaliero, mediante il quale tenere sotto controllo le calorie ingerite anche a seconda dell’attività svolta.
  • Una reportistica sull’andamento del percorso, per valutare i progressi e i risultati ottenuti.
  • Il rilevamento automatico dei parametri vitali del paziente grazie ai dispositivi Movita, specificamente progettati per l’utilizzo con la piattaforma.

La piattaforma è personalizzabile a seconda delle specifiche esigenze dello specialista della nutrizione.

Newcolon, la macchina per idrocolonterapia

newcolonNatrix propone agli specialisti della nutrizione Newcolon, la macchina per idrocolonterapia progettata con particolare attenzione alla praticità d’uso, sia per quanto riguarda la trasportabilità sia per quanto riguarda il pannello di controllo.

Newcolon è composta infatti di due sezioni separabili tra loro (la parte superiore è il dispositivo vero e proprio, quella inferiore è il carrello di supporto), è di dimensioni compatte, facilmente trasportabile, e non avendo batterie interne di alcun tipo, viene alimentata a bassa tensione, con riduzione al minimo dei rischi per paziente e operatore, da un piccolo alimentatore esterno AC/DC medical grade a doppio isolamento.

Display grafico con touch screen, microprocessore interno che elabora i dati dei trattamenti, telecomando per il controllo dell’irrigazione e dello scarico del paziente, filtro acqua antibatterico monouso sono alcune delle prerogative della macchina.

Comunicare la salute e la nutrizione

L’ambito della nutrizione richiede un’attività formativa e informativa dedicata e professionale: da un lato le informazioni presenti in rete e sui social network sono molte, variegate e talvolta contraddittorie; dall’altro l’interesse del pubblico è molto elevato, e fonti privilegiate di informazione sono i blog a tema e soprattutto i social network.

Per lo specialista della nutrizione diventa quindi molto importante essere nei luoghi virtuali in cui le persone cercano informazioni e contenuti di valore, privilegiando il pubblico nelle vicinanze dello studio medico.

Natrix propone ai professionisti della nutrizione due servizi dedicati:

Siti internet: il servizio Ready Website

webIl Ready Website è pensato per i professionisti che intendono dotarsi rapidamente e con poco dispendio di risorse di un sito internet mediante il quale presentare i propri servizi, senza rinunciare a tutte le prerogative necessarie per avere oggi una buona visibilità in rete.

In particolare, il servizio Ready Website:

  • Permette di essere online in poco tempo
  • È comprensivo di linee guida per la realizzazione del materiale e di un supporto tecnico
  • Permette di inserire nuovi contenuti in autonomia, specie per attività di blogging
  • Non richiede alcun investimento iniziale

Social media marketing

facebook

Una fanpage Facebook professionale, con un palinsesto di contenuti in grado di coinvolgere il maggior numero di persone, è uno strumento dal quale far nascere numerose opportunità, in quanto:

  • I social network permettono di comunicare con il singolo individuo, in modo bidirezionale
  • Grazie ai social network è possibile raggiungere anche un pubblico tradizionalmente difficile da coinvolgere
  • Facebook in particolare permette di profilare in modo molto preciso il target delle comunicazioni in base ad area geografica, età, sesso e preferenze.

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Probiotici e prebiotici: quali scegliere e quando assumerli?

Disbiosi ed eubiosi intestinale

Nella società odierna, la medicina e le neuroscienze hanno dimostrato chiaramente l’importanza dell’intestino come organo centrale nella gestione della salute e della malattie.

Già Ippocrate, 2.500 anni fa, parlava dell’intestino come “secondo cervello” oppure “cervello intestinale”.

Gli studi scientifici più accreditati hanno dimostrato come un’alterazione della flora batterica intestinale, chiamata disbiosi, dovuta ad uno squilibrio dei circa 1013 microbi, possa essere determinante nella genesi di molte patologie non solo a carattere intestinale, ma anche a livello extraintestinale, come accade ad esempio nelle malattie cardiache.

Nella cura della disbiosi intestinale e nel ripristino della normale eubiosi, negli ultimi anni si fa spesso ricorso a delle terapie “naturali”, costituite da integratori, la cui vendita e utilizzo sono stati disciplinati dal Ministero della Salute, con una recente revisione nel maggio 2013.

Si sente ormai parlare di probiotici, prebiotici e simbiotici, si fa largo uso di questi integratori, spesso senza avere una chiara idea della natura, dell’attività e dell’utilità di ciascuno di essi, sebbene l’impiego il loro impiego in Italia risalga a circa 30 anni fa.

Probiotici, prebiotici e simbiotici visti da vicino

Tutto ebbe inizio quando all’inizio dello scorso secolo il premio Nobel Metchnikoff osservò che i batteri assunti con gli alimenti sono capaci di modificare la flora batterica intestinale, sostituendo microrganismi dannosi per l’organismo con altri utili.

Fu osservato infatti che nelle feci di soggetti sani erano assenti batteri presenti in quelle di soggetti con diarrea.

I primi prodotti ad essere autorizzati erano a base di Saccaromyces cerevisiae o fermenti lattici come Streptpcoccus thermophilus e Lactobacillus bulgaricus in associazione con nutrienti, per lo più vitamine del gruppo B, utili a favorire il riequilibrio della flora batterica intestinale.

Oggi si utilizzano prodotti a base di diverse specie di batteri (Lactobacillus, Bifidobacterium, Saccharomyces) e ogni specie è formata da ceppi diversi con benefici differenti. Basti pensare che nell’intestino vi sono 3-500 specie batteriche differenti.

eubioticiIl termine ‘probiotico’ deriva dal greco ‘pro-bios’, che significa ‘a favore della vita’.

Si tratta di microrganismi vivi e attivi (ad esempio batteri), capaci di esercitare un effetto positivo sull’ecosistema intestinale.

Tra questi ricordiamo l’utilizzo di Lactobacillus casei Shirota o Lactobacillus johnsonii, i quali, seppur abbiano un nome simile, hanno un meccanismo d’azione differente e un giusto dosaggio o un sovradosaggio potrebbero causare fenomeni diversi e opposti.

Quando parliamo di ‘probiotici’ infatti ci riferiamo ad alimenti o integratori che contengono in numero sufficientemente elevato microorganismi vivi ed attivi, che riequilibrano l’intestino attraverso una colonizzazione diretta.

Devono essere in grado, qualora assunti per bocca, di sopravvivere all’acidità gastrica e arrivare fino all’intestino.

Per essere efficaci, i probiotici dovrebbero essere assunti sempre e solo a stomaco vuoto, per un tempo medio di 3-4 settimane e in un quantitativo di almeno un miliardo di batteri al giorno.

È difficile assumerli con la dieta, per cui l’unica soluzione è l’integrazione in caso di necessità.

Oltre ai probiotici, abbiamo invece i ‘prebiotici’, che favoriscono la crescita di batteri “buoni”, ma sono sostanze indigeribili e non assorbibili. Essi rappresentano infatti il nutrimento dei probiotici e ne stimolano l’attività nel tratto gastro-intestinale.

aglioSecondo quanto stabilito dal Ministero della Salute, si tratta di ‘sostanze di origine alimentare non digeribili che, se somministrate in quantità adeguata, portano beneficio al consumatore grazie alla promozione selettiva della crescita e/o dell’attività di uno o più batteri già presenti nel tratto intestinale, o assunti contestualmente al prebiotico’.

Tra queste sostanze ricordiamo fibre idrosolubili, beta-glucani, fructani, oligofruttosaccaridi (o FOS), inulina, lattulosio, e molti altri che promuovono la crescita, nel colon, di una o più specie batteriche utili allo sviluppo della microflora probiotica.

Assumere prebiotici attraverso la dieta è fondamentale. Molti sono i cibi che li contegono: frumento, miele, germe di grano, aglio e cipolla, legumi.

Sono presenti anche in molti alimenti fermentati come il pane o la pizza con il lievito o pasta madre, lo yogurt (meglio quello preparato in casa con i fermenti), il kefir, i crauti, il miso, il tempeh, il kombucha, i formaggi fermentati.

Oltre a prebiotici e probiotici, vi sono i ‘simbiotici’, un mix dei primi due con una azione sinergica.

Gli studi scientifici hanno mostrato la loro capacità di migliorare i probiotici e rappresentare un substrato specifico alla flora batterica intestinale già residente.

Sono molto utili in caso di intolleranza al lattosio (dove tra l’altro i soli prebiotici spesso falliscono), e in caso di necessità di assorbimento di alcuni minerali (come il ferro), a seguito di diarrea, di assunzione di antibiotici oppure nella riduzione dell’infiammazione dell’intestino, spesso causata da una cattiva alimentazione, inquinamento, e stress.

Naturalmente, prima di scegliere da soli cosa fare, sarebbe utile rivolgersi al medico per una corretta diagnosi ed effettuare un test di valutazione del benessere intestinale.

 

Disbiosi intestinale: parliamone!

Disbiosi intestinale e microbiota

La disbiosi intestinale non è una patologia, ma è uno stato fisio-patologico che predispone, secondo numerosi studi, a un gran numero di patologie.

Consiste in una alterazione degli enzimi e della flora batterica che vive all’interno dell’intestino, chiamata anche microbiota intestinale, che causa una serie di sintomi a carattere non solo intestinale ma anche extraintestinale. Tra questi, spiccano per frequenza gonfiore, stitichezza, diarrea, riduzione della forza, malessere generale, cambiamenti dell’umore, disturbi del sonno, fino ad arrivare nelle donne a cistiti frequenti e candida vaginale.

Viviamo purtroppo in una società in cui le patologie degenerative, in primis quelle cardiache, metaboliche e neoplastiche costituiscono la prima causa di morbilità e mortalità.

L’incidenza crescente di sindrome metabolica è stata posta in relazione con un eccesso di nutrienti, conseguenza di un aumentato consumo di cibo e un ridotto fabbisogno, associato a ridotti livelli di attività fisica.

Gli studi scientifici più recenti e accreditati focalizzano però la loro attenzione anche su quella che viene considerata oggi la principale causa di numerose malattie, ovvero l’alterazione del microbiota intestinale, aprendo alla possibilità di curarle in futuro con un suo trapianto.

Si tratta di circa 2000 specie di batteri, tra cui Firmicules e Bacteroides, che hanno un metabolismo molto attivo in quanto degradano polisaccaridi come la cellulosa e producono acidi grassi e oligosaccaridi, vitamine, idrogeno, metano e prodotti solforati, oltre a intervenire nelle regolazioni a livello della barriera mucosa.

Hanno un peso totale di circa 1,5 kg, colonizzano l’intestino umano e si integrano perfettamente con esso in quantità di circa 9×1013 microrganismi, arrivando a costituire un vero e proprio organo in grado di influenzare lo stato di salute o di malattia di ogni individuo.

L’intestino costituisce infatti un ambiente idoneo per la loro crescita in quanto la lentezza del transito e l’abbondanza di residui alimentari agevolano la loro proliferazione. La loro presenza è fondamentale per numerose funzioni definite fin dalla nascita e condizionate non solo dal tipo di allattamento che riceve il bambino ma anche dallo stile di vita, tra cui spicca l’alimentazione. Agiscono, infatti, come barriera contro i patogeni, regolano l’assorbimento dei nutrienti, la produzione dell’energia e lo sviluppo del sistema immunitario.

Ogni cambiamento (detto disbiosi) dell’equilibrio della popolazione batterica intestinale (definito eubiosi) influisce negativamente sull’insorgenza e sull’andamento di molte malattie, tra cui obesità, allergie e intolleranze alimentari, patologie infiammatorie, cardiovascolari e metaboliche. Pertanto, l’analisi del microbiota intestinale può essere considerata come un nuovo e olistico target per il trattamento nutrizionale e non farmacologico di una serie di condizioni patologiche, anche attraverso l’integrazione con probiotici e prebiotici.

Le cause della disbiosi intestinale

benessere_intestinaleLe cause della disbiosi intestinale vanno ricercate soprattutto nello stile di vita, tra cui ricordiamo una alimentazione non equilibrata e ricca di prodotti industriali, oppure una cattiva masticazione conseguente alla voracità.

Per questo uno dei principali rimedi a questa alterazione è correggere il proprio stile alimentare, non attraverso una dieta bensì attraverso un vero e proprio cambio di abitudini alimentari.

Gli specialisti di NatrixLab, attraverso la piattaforma Telenutrizione infatti, permettono di modificare la propria alimentazione e riportare alla normalità la capacità funzionale dell’intestino.

Oltre alla cattiva alimentazione, contribuiscono a questo stato patologico anche ritmi di vita e di lavoro stressanti, abitudine al fumo, alcool e altri vizi, sedentarietà e uso ed abuso di farmaci, tra cui ricordiamo soprattutto i lassativi, abitualmente utilizzati per la stipsi, oppure le terapie antibiotiche.

Una cattiva gestione del sonno e un alterato ritmo sonno-veglia comportano una riduzione dei batteri buoni presenti all’interno del nostro intestino e uno squilibrio a favore dei batteri patogeni. L’aumento del cortisolo infatti, conseguente a un sonno poco riposante e allo stress, comporta questa condizione patologica anche nelle forme non lievi. Per questo sarebbe utile indagare il livello del proprio stress con appositi test diagnostici.

disbiosi_intestinale_testPerfino i metalli pesanti (alluminio, mercurio, cadmio), che possono arrivare nell’intestino attraverso la catena alimentare o attraverso la respirazione di aria inquinata, possono danneggiare la flora batterica.

Attualmente le ricerche scientifiche si stanno orientando sempre più sugli studi di epigenetica, che hanno da tempo dimostrato uno stretto legame tra la flora batterica intestinale e l’allattamento al seno.

Tutto inizia dalla nascita, infatti quando un bambino nasce con parto naturale, nel passaggio dal canale vaginale si nutre ed assimila con la sua bocca e la sua pelle i batteri vaginali (e fecali) che sua madre gli regala producendogli le basi batteriche immunitarie per eccellenza.

I bambini che nascono con parto cesareo invece non vanno incontro a questa importante situazione, riducendo la possibilità da parte di numerosi batteri di colonizzare l’apparato digerente e la pelle del neonato.

Gli studi hanno dimostrato che questo comporta una riduzione delle difese immunitarie e una maggiore possibilità di sviluppare in futuro infezioni e disbiosi.

A tutto questo si aggiunge l’importante contributo dell’allattamento al seno. Infatti il colostro (che si ha alla prima poppata) ed il latte materno vanno ad accrescere questo importante ed unico patrimonio di batteri intestinali.

Per questo oggi l’allattamento al seno è consigliato anche molto tempo dopo l’inizio dello svezzamento, fino ai 2 anni di vita del bambino.

Quando si verifica una alterazione della flora batterica intestinale, l’intestino viene a perdere il ruolo di barriera protettiva dell’organismo, facilitando l’ingresso di batteri patogeni e sviluppando diversi sintomi. Anche per questo, negli anni, si è sviluppata la possibilità di migliorare la pulizia dell’intestino e dei batteri patogeni attraverso il trattamento con idrocolonterapia.

Anche i fermenti lattici sono utili per la sua regolazione. Naturalmente è bene sapere che questi integratori non hanno nulla a che fare con il latte, la cui ingestione in pazienti con disbiosi intestinale potrebbe provocare non pochi sintomi. Vengono chiamati infatti fermenti lattici, perché il prodotto di degradazione principale è l’acido lattico.

Sensibilità al glutine: che c’è di nuovo?

Sensibilità al glutine vs celiachia

Ormai da qualche anno sia nella letteratura scientifica sia in ambito gastroenterologico e nutrizionale, si parla di una nuova patologia, che prende il nome di sensibilità al glutine (Gluten Sensitivity).

Si tratta di una nuova entità clinica, simile alla malattia celiaca (per reazione al glutine e sintomatologia), ma che colpisce persone sane con mucose intestinali del tutto normali, che non mostrano i danni tipici intestinali e sistemici della celiachia.

Si tratta di una patologia difficile da inquadrare e riconoscere con assoluta certezza, in quanto i soggetti colpiti non risultano essere né allergici al grano né celiaci.

Nonostante ciò, l’ingestione di cibi contenenti anche poche quantità di glutine scatenano sintomi che possono avere carattere sia intestinale che extraintestinale, tra cui stanchezze, perdita di forza, difficoltà di concentrazione oppure cefalea, nausea e gonfiore addominale.

Quando questo accade, e si verifica la concomitante insorgenza dei sintomi in presenza del glutine, è importante innanzitutto escludere la celiachia, che è la più conosciuta tra le malattie glutine correlate, è una patologia a carattere autoimmune (e con una importante componente genetica), che si sviluppa nei confronti del glutine.

È infatti caratterizzata da una infiammazione cronica dell’intestino tenue in seguito alla reazione immunitaria a livello della mucosa intestinale che genera gravi danni, quali l’atrofia dei villi intestinali, e provoca un alterato assorbimento che porta a carenza alimentare.

Può comparire sia nell’infanzia sia nell’età senile, per cui si distinguono una forma classica e una tardiva, ma soprattutto ci possono essere delle forme quasi asintomatiche, se non fosse per l’insorgenza di sintomi quali osteoporosi o anemia da carenza di ferro, che sono una conseguenza delle alterazioni dell’assorbimento della mucosa intestinale.

Nonostante la percezione della popolazione, la sua incidenza non è aumentata nel corso degli anni. Infatti, l’aumento delle persone colpite è legato da una parte ad un maggiore numero di diagnosi e alla possibilità di avere una diagnosi precoce, dall’altra ad un aumento della popolazione.

Attualmente colpisce circa l’1% della popolazione italiana e nell’ultimo anno, secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute i nuovi casi ufficialmente diagnosticati sono stati poco più di 200 mila.

La sensibilità al glutine questa sconosciuta

pasta_celiachiaRicerche recenti si stanno invece concentrando su soggetti sospetti di sensibilità al glutine non celiaca o gluten sensitivity, termine che fino a poco tempo fa era addirittura confuso con il termine di celiachia e portava a confondere anche molti medici, i quali in caso di diagnosi negativa per la celiachia, consigliavano al paziente di continuare a seguire una dieta contenente glutine.

Un’interpretazione certa e acclarata dei meccanismi alla base del problema non c’è, ma esiste senza dubbio la necessità di fare una diagnosi certa, finora difficile in assenza di strumenti in grado per esempio di distinguere l’ipersensibilità dal colon irritabile, un disturbo diffuso che spesso si presenta con sintomi simili e sovrapponibili.

Di certo sappiamo che viene coinvolta quasi esclusivamente l’immunità innata (si ha una positività solo agli anticorpi IgA/IgG AntiGliadina e gli altri marker sono negativi) come avviene nei confronti di virus e batteri o veleni, mentre l’immunità adattativa, che viene coinvolta in presenza di celiachia, nel caso della sensibilità al glutine non viene attivata, con sintomi di minore intensità: nella gluten sensitivity ad esempio non si verifica l’atrofia dei villi intestinali.

A questa difficoltà diagnostica contribuisce infatti soprattutto una sintomatologia spesso aspecifica, legata alla tossicità della gliadina.

Naturalmente, come hanno ipotizzato alcuni medici ricercatori, questo complesso proteico non è tossico per tutti, ma la maggior parte delle persone sviluppa un meccanismo di protezione che mette al riparo i villi intestinali dalla sua azione.

Ad oggi c’è ancora molto lavoro da fare per una definizione corretta di tutti i parametri clinici, immunologici e genetici della sensibilità al glutine, ma il forte aumento di soggetti predisposti a questa patologia, necessita di provvedimenti.

La terapia, dopo una diagnosi e un inquadramento clinico dei sintomi, che escluda la celiachia, viene fatta attraverso l’alimentazione, che sarà simile a quella di un soggetto non celiaco, attraverso una attenzione alla tipologia di cereali utilizzati.

Attraverso Telenutrizione, sarà possibile iniziare un percorso di corretta alimentazione e di recupero della tolleranza, che avrà una durata di almeno 6-8 mesi, attraverso l’eliminazione di cereali contenenti glutine: frumento, orzo, segale, avena, farro, kamut, spelta, triticale e derivati, che verranno sostituiti con cereali o pseudocereali quali riso, mais, manioca, miglio, lupino, grano saraceno, amaranto, quinoa, teff, sorgo.

Grande importanza stanno assumendo in tal senso i grani antichi, il cui glutine ha delle caratteristiche completamente differenti da quelli più recenti, e che risultano tollerati anche in presenta di tali alterazioni non celiache.

Bisogna poi prestare molta attenzione agli alimenti confezionati, non solo perché potrebbero contenere glutine, specie se si tratta di sughi o salse, ma per via del gran numero di conservanti, additivi, grassi, coloranti e dolcificanti, che poco si sposano con una sana alimentazione.

Sicuramente in futuro grazie alla ricerca avremo nuove risposte e continue conferme alle attuali conoscenze, ma nel frattempo, in presenza di tali sintomi è bene effettuare dei test diagnostici che ci escludano delle condizioni cliniche debilitanti per una vita serena.

 

Intolleranze alimentari e allergie: trova le differenze!

Intolleranze alimentari e allergie

Attualmente viviamo in un mondo in cui la maggior parte delle persone, nonostante i numerosi e crescenti canali di comunicazione, è sempre più confusa e disinformata.

Questo perché da un lato c’è troppa disinvoltura nella divulgazione di argomenti spesso ostici e specialistici, e dall’altro eccessiva leggerezza nell’attribuire autorevolezza, complice anche la facile reperibilità, a informazioni che spesso non provengono da fonti accreditate né sono frutto di studi scientifici, ma scaturiscono da un approccio dogmatico che porta a schierarsi da una parte o dall’altra anziché informare.

Il campo delle intolleranze alimentari e allergie probabilmente è quello che necessita di maggiore chiarezza, soprattutto alla luce della crescente incidenza delle reazioni avverse agli alimenti, che oggi colpiscono gran parte della popolazione.

Il motivo di tali reazioni avverse non è solo da individuare nel cibo e nella sua qualità, sebbene esistano oggi sul mercato alimenti con caratteristiche nutrizionali largamente inadeguate: è infatti altrettanto vero che mai come ora, grazie al miglioramento delle tecnologie produttive e di controllo, sono disponibili alimenti di qualità largamente superiore a quelli di qualunque altra epoca.

Le cause scatenanti di tali reazioni sono da ricercare anche in fattori estrinseci al cibo, come ad esempio l’aria che respiriamo, lo stress quotidiano, la cattiva masticazione, le alterazioni a carico dell’intestino e del microbiota intestinale.

Differenze fra allergie e intolleranze alimentari: diagnosi e sintomi

intolleranza_uovaNonostante la crescente diffusione, c’è ancora molta confusione fra il concetto di ‘allergia’ e quello di ‘intolleranza alimentare’: in realtà si tratta di due disturbi nettamente distinti sia per quanto riguarda la sintomatologia sia per quanto riguarda la relativa diagnostica; vediamole nel dettaglio.

Allergie e intolleranze alimentari fanno parte di un vasto gruppo di disturbi definiti come ‘reazioni avverse al cibo’, i cui sintomi sono scatenati dall’ingestione di uno o più alimenti.

È possibile distinguere tra due tipi di reazioni avverse al cibo: tossiche o non tossiche. Mentre le prime sono legate soprattutto a intossicazioni alimentari o alla presenza di microorganismi patogeni che si sviluppano a seguito di una errata produzione o conservazione, le ultime dipendono dalla suscettibilità dell’individuo, e si suddividono in allergie e intolleranze alimentari, in cui il carattere diagnostico distintivo è rappresentato dalla ricerca di reazioni immunomediate, cioè modulate dal nostro sistema immunitario, la cui funzionalità è strettamente legata alla regolarità dei batteri intestinali.

Una adeguata funzionalità della parete intestinale è fondamentale nell’assorbimento del cibo e nella regolazione del sistema immunitario, per questo una delle cause alla base delle intolleranze alimentari consiste nell’alterato assorbimento e nella sensibilizzazione al cibo.

intolleranza_latteLa principale differenza tra allergie e intolleranze alimentari sta nel fatto che nelle prime si ha un’ipersensibilità di tipo I, mediata dalle IgE e da componenti cellulari primari quali mastcellule (per le quali le IgE hanno elevata affinità) o basofili in risposta a determinati allergeni.

Si tratta di reazioni immediate, sistemiche e intense, potenzialmente mortali, quando alla seconda esposizione all’allergene per cui si è sensibilizzati, si ha il legame dell’antigene con gli anticorpi IgE presenti sulle mastcellule e sui basofili sensibilizzati e si verifica la reazione, a seguito del rilascio di sostanze farmacologicamente attive e del rilascio di mediatori primari come istamina, o secondari come le prostaglandine e i mediatori dell’infiammazione.

Per questo, a seguito di una allergia, che può verificarsi anche solamente con il contatto dell’antigene verso cui si è sensibilizzati, compaiono sintomi spesso eclatanti come rossore, edema, secrezione di muco e in alcuni casi broncocostrizione e laringospasmo.

Le allergie alimentari non colpiscono una gran fetta della popolazione, e nonostante le stime siano spesso discordanti, sono altrettanto concordi sulla loro bassa incidenza; al contrario, le reazioni ‘non IgE mediate’, chiamate anche ‘intolleranze alimentari’, sono molto diffuse: sebbene oggi si stimi che gran parte delle persone che pensano di avere delle intolleranze alimentari abbiano in realtà solamente delle alterazioni intestinali quali la disbiosi intestinale (la cui diagnosi sarebbe facilmente effettuata con un test specifico), si stima che il 20% della popolazione ne sia affetta.

La difficoltà di diagnosi è legata al fatto che i sintomi possono comparire dopo un certo periodo di tempo dal consumo dell’alimento responsabile, non come avviene per le allergie, in cui la reazione si verifica nel breve periodo.

Anche la sintomatologia è completamente diversa, in quanto le intolleranze alimentari possono esordire con i sintomi di colon irritabile, cefalea o emicrania, stanchezza, orticaria.

Si tratta quasi sempre di sintomi dose-dipendenti, di entità meno grave e insorgenza meno acuta rispetto alle allergie: sintomi che nel tempo compaiono ogni volta che si ingerisce l’alimento verso cui si ha reazione.

I test per le intolleranze alimentari

kit_immunologiaAttualmente sono molti i test utilizzati nella diagnosi delle intolleranze alimentari, ed è necessario distinguere queste reazioni avverse al cibo da quelle che sono le intolleranze enzimatiche, conseguenza di difetti congeniti che impediscono di metabolizzare alcune sostanze presenti nell’organismo, come avviene ad esempio per la lattasi nell’intolleranza al lattosio (diagnosticabile con il Breath test), o per le reazioni legate alla celiachia (intolleranza permanente al glutine), la cui diagnosi viene effettuata in maniera predittiva con la ricerca nel sangue di anticorpi anti gliadina, anti endomisio e anti transglutaminasi, ma la cui diagnosi definitiva deve necessariamente avvenire attraverso una biopsia intestinale, che permette di valutare le tipiche alterazioni della malattia a livello della membrana intestinale.

Quando si parla di intolleranze alimentari, oggi ci si riferisce però a quelle dette anche ‘non IgE mediate’, con molte discussioni sull’affidabilità dei test per diagnosticarle.

Ad oggi, mancano dati scientifici che validino test finora molto conosciuti quali il Cytotest o il Vegatest, il Dria o altri sistemi che commercialmente hanno spopolato nel corso di questi anni.

La ricerca scientifica e gli studi prodotti nel campo hanno evidenziato invece una buona attendibilità per la ricerca delle immunoglobuline IgG nei confronti degli alimenti, con risultati clinicamente significativi, tenendo conto anche che le IgG hanno un’elevata emivita e rappresentano circa il 75% del pool delle immunoglobuline del siero totale.

recupero_tolleranzaIl dosaggio di questi anticorpi viene effettuato attraverso un prelievo di sangue venoso o capillare e il risultato ottenuto con la metodica standardizzata ELISA offre inoltre un alto grado di ripetibilità (> 90%), valutando fino a 184 alimenti, e permettendo di costruire una successiva prescrizione nutrizionale ad esclusione per il totale ripristino della tolleranza.

Infatti, mentre le allergie non vanno incontro ad un processo di guarigione, per le intolleranze alimentari è possibile tornare ad una remissione dei sintomi e delle alterazioni, grazie ad un percorso nutrizionale personalizzato.

Alcuni ricercatori stanno anche valutando una associazione tra i test di ricerca delle IgG con l’idrocolonterapia, che viene proposta come trattamento complementare, integrativo e naturale per sottrarre gli apteni, gli allergeni o le sostanze tossiche, responsabili del danno leucocitario, in quanto favorisce la detossinazione, insieme alla rimozione di scorie dal lume intestinale, infatti è stato dimostrato che anticorpi IgG aumentano la permeabilità della parete dell’intestino tenue e portare ad allergia alimentare.

Come depurare il fegato: esempio di un percorso alimentare

Gli alimenti che maggiormente “affaticano” il fegato

Nell’articolo precedente abbiamo visto i presupposti per un approccio corretto a un percorso depurativo per l’organismo, come rimedio agli eccessi alimentari delle trascorse festività natalizie: affrontiamo ora il caso concreto di affaticamento epatico, andando prima a vedere quali sostanze hanno un particolare impatto negativo, e tracciando poi alcune linee guida per depurare il fegato.

Grassi saturi: sono presenti nelle carni grasse, insaccati, fritture, burro, strutto, uova. Hanno un impatto negativo sul fegato perché una quantità eccessiva di grassi saturi, determina un aumento del colesterolo LDL, ovvero il colesterolo “cattivo” circolante. Infatti gli acidi grassi saturi formando le VLDL sono fondamentali per il trasporto del colesterolo in circolo. Questo significa che maggiore è il quantitativo di acidi grassi in circolo, maggiore il trasporto di colesterolo.

Zuccheri semplici: affaticano il fegato perché i grassi (ovvero i trigliceridi) non provengono direttamente dai grassi assunti con l’alimentazione, ma vengono prodotti nel fegato dagli zuccheri in eccesso che non sono stati utilizzati per produrre energia. La fonte di questi zuccheri in eccesso è qualsiasi alimento contenente carboidrati, in particolare lo zucchero raffinato e la farina bianca.

Alcol: l’abuso di alcol è particolarmente negativo per il fegato perché attiva meccanismi che portano alla produzione di sostanze tossiche per l’organo, come l’acetaldeide. Metaboliti che inducono alterazioni del tessuto epatico, dovute alla produzione di radicali liberi dell’ossigeno, come la steatosi epatica, e attivano pericolosi meccanismi infiammatori. Tutto ciò favorisce la formazione di fibrosi, cioè una “cicatrizzazione” progressiva del tessuto epatico che nel tempo può portare allo sviluppo di cirrosi, una malattia in cui il fegato perde progressivamente la capacità di esplicare le sue funzioni in modo corretto.

Caffè: troppa caffeina diventa molto difficile da smaltire a livello epatico, e in combinazione con l’acido cloridrico presente nello stomaco, produce una tossina chiamata caffeina cloridrato, la quale, assorbita dal fegato, viene neutralizzarla ed eliminata. Un eccesso di tale tossina espone il fegato ad un cattivo funzionamento e ad una riduzione delle altre funzionalità.

Farmaci: il fegato ha un ruolo centrale nel metabolismo (gran parte dei farmaci vengono metabolizzati grazie all’azione degli enzimi epatici del citocromo P450) e nell’escrezione dei farmaci, e per questo è particolarmente esposto agli eventuali effetti tossici di tali sostanze. Molti sono i farmaci (quasi 1000) che hanno manifestato effetti tossici sul fegato, ed è per questo che molti vengono ritirati dal commercio. Molte sostanze provocano al fegato un danno subclinico (senza sintomi o segni clinici), evidenziabile solo dagli esami ematochimici specifici, ma si calcola che le epatopatie da farmaci siano responsabili del 5% dei ricoveri ospedalieri e del 50% dei casi di insufficienza epatica acuta.

I parametri che indicano la salute del fegato

Grazie al Check up fegato di NatrixLab è possibile ottenere un quadro completo dello stato di salute del fegato.

I parametri principali indagati da questo test sono:

Transaminasi: sono enzimi che trasformano gli aminoacidi in energia (zuccheri), soprattutto durante uno sforzo fisico lungo e impegnativo. In genere valori più bassi rispetto alla norma non dovrebbero prestare molta preoccupazione, perché non indicano la presenza di una malattia. Le transaminasi basse si registrano in gravidanza, quando ci si sottopone a dialisi e in caso di diabete. Valori superiori alla norma indicano invece una cattiva funzionalità del fegato, perché sono possibili indicatori di patologie quali epatite (da alcool, farmaci), aumento del grasso viscerale e steatosi epatica, calcolosi della colecisti, ipotiroismo, infarto o patologie tumorali. In genere, se le cellule del fegato sono danneggiate, l’ALT è sempre superiore all’AST.

Albumina: è una delle proteine più importanti dell’organismo, viene prodotta dal fegato e serve a regolare la pressione corporea necessaria per la corretta distribuzione dei liquidi corporei nel sistema vascolare e nei tessuti (che è chiamata pressione oncotica). È la proteina più presente nel sangue ed è un importante indice di funzionalità renale. Infatti, normalmente, grazie a dei meccanismi biochimici, non può avvenire il passaggio dell’albumina nell’urina. L’albumina, per questo, è considerata un importante marcatore di disfunzioni renali, perché in questo caso si ha una sua presenza nelle urine.

Livelli bassi di albumina si hanno in caso di gravidanza, sia perché la capacità renale della donna cambia lievemente, sia perché il feto potrebbe sottrarre alla mamma un po’ di proteine, specie se l’alimentazione non è adeguata. Anche le diete con poche proteine possono portare ad una sua riduzione. In casi patologici è possibile ritrovarla nelle malattie epatiche e renali, oppure in patologie autoimmuni come morbo di Crohn, artrite reumatoide ed il Lupus. Livelli alti di albumina si possono avere in caso di eccesso di proteine nella dieta, uso eccessivo di integratori proteici, disidratazione (es. per vomito o diarrea, ustioni), diabete, ipertensione, morbo di Addison (insufficienza surrenalica) o altre patologie autoimmuni come la malattia di Burger che colpisce i vasi sanguigni.

Fosfatasi alcalina: è un enzima presente in diversi tessuti del corpo, fra i quali il fegato e le ossa. Valori elevati di fosfatasi alcalina, fatta eccezione per i casi in cui se ne verifica un aumento fisiologico (gravidanza, bambini e adolescenti durante la crescita), possono indicare malattie epatiche come epatite o cirrosi.

Bilirubina: è un composto giallo-arancione che deriva dalla distruzione dei globuli rossi invecchiati o danneggiati. Si tratta quindi di un prodotto di scarto, nel cui processo di eliminazione il fegato ha un ruolo centrale. In caso di carenze nella funzionalità epatica, la bilirubina si accumula nei tessuti causando una colorazione gialla della cute e delle sclere oculari: tale fenomeno è chiamato ittero.

Linee guida per un percorso depurativo

aglioIn caso di affaticamento epatico dovuto a una alimentazione scorretta, ferma restando la necessità di valutare i singoli parametri espressi dal Check up e inquadrarli in un contesto generale di salute dell’organismo, ecco una serie di alimenti consigliati:

Aglio: contiene selenio e allicina, due sostanze naturali che contribuiscono alla depurazione del fegato.

Agrumi, ricchi di vitamina C.

Frutta e verdura di colore giallo-arancione, ricca di flavonoidi e di betacarotene.

Te’ verde, contenente le catechine (epigallocatechin gallato), un componente noto per la capacità di contribuire al funzionamento generale del fegato.

Ortaggi di colore verde scuro, ricchi di clorofilla, che facilitano l’eliminazione di prodotti di scarto del metabolismo, con un’azione di tipo protettivo nei confronti del fegato.

Mele, ricche di pectina, che facilitano la digestione.

Olio extravergine d’oliva, ricco di vitamina E.

Cereali integrali, ricchi di vitamine del gruppo B, che regolano il metabolismo dei grassi.

Alimenti della famiglia delle crucifere, come cavolfiori e broccoli, che contengono lo zolfo, utile per migliorare funzionalità epatica.

Frutta secca, contenente arginina, utile nel contrastare sostanze tossiche come l’ammoniaca.

Utile anche l’integrazione con il cardo mariano, contenente >silimarina (silibina + silidianina + silicristina), che incrementa l’attività del ribosoma RNA.

 

Nel caso si desiderasse intraprendere un percorso depurativo mirato a ristabilire la corretta funzionalità epatica, NatrixLab offre uno specifico servizio nutrizionale volto a depurare l’organismo dalle tossine e intraprendere un corretto stile alimentare.

No checkup… no detox! L’importanza di un trattamento alimentare mirato dopo le feste

Sicuri che qualche chilo in più sia l’unico effetto delle abbuffate natalizie?

Durante le feste sono molteplici i fattori che concorrono a un aumento ponderale: non solo pasti più ricchi e abbondanti, ma anche un periodo di generale pausa nelle attività lavorative e spesso sportive causa in media un aumento di peso di 3 chili.

Depurare l’organismo, e più in generale ‘mettersi a dieta’, è quindi in cima alla lista degli imperativi morali che solitamente accompagnano l’anno nuovo: proposito buono e giusto nelle intenzioni, ma che rischia di ritorcersi contro chi lo mette in pratica, se non viene attuato correttamente.

Questo perché l’aumento di peso causato dall’eccessivo introito di grassi e zuccheri semplici è solo l’effetto esteriore delle abbuffate natalizie, che va ad innestarsi su una serie di fattori strettamente correlati a specificità individuali.

Tralasciando l’ovvietà di fattori come l’età anagrafica o la presenza di patologie, occorre infatti considerare che:

  • Mangiamo 365 giorni all’anno (nel 2016 saranno 366!), non solo durante le feste: è chiaro che, a parità di stravizi e libagioni, l’impatto su un individuo che di solito si alimenta correttamente è radicalmente diverso rispetto a quello su un individuo che invece si alimenta in modo scorretto.
  • Lo stile di vita non include solo le scelte alimentari: un fisico allenato, poco stressato, non sottoposto a fattori altamente ossidanti come ad esempio il fumo di sigaretta, ha una superiore capacità di smaltire i radicali liberi rispetto a un organismo già debilitato da abitudini sbagliate.
  • Ognuno di noi ha particolari vulnerabilità: le conseguenze degli eccessi natalizi sono differenti in termini di aumento del colesterolo ematico, affaticamento dei reni o del fegato, irritazione dell’intestino.

Attenzione quindi a propositi in sé buoni, ma concretizzati alla cieca: mettersi a stecchetto seguendo unicamente il classico ‘buon senso’, o peggio prendendo come riferimento una delle tante diete ‘per tutti’, non solo potrebbe avere esiti deludenti in termini di perdita di peso (obiettivo peraltro secondario di un percorso alimentare depurativo), ma aggravare il sovraccarico dei nostri organi nel caso venissero a mancare nutrienti essenziali, con effetti peggiorativi sullo stato di salute.

Il corretto approccio a un percorso nutrizionale depurativo

Un percorso nutrizionale depurativo può favorire lo stato di salute e benessere se:

  • È concepito come uno degli elementi di uno stile di vita sano, e quindi inserito in un contesto più articolato, che prevede l’acquisizione di abitudini che non si risolvono e non terminano con l’esaurirsi del periodo di trattamento.
  • Viene intrapreso in assenza di patologie che renderebbero tale percorso nutrizionale un ulteriore elemento di affaticamento per l’organismo.
  • Viene elaborato in modo personalizzato, alla luce di indagini diagnostiche in grado di individuare e quantificare lo stato di reale affaticamento degli organi emuntori e dell’organismo in generale, al fine di stabilire il corretto apporto di macronutrienti e nutraceutici necessari a ristabilire lo stato di equilibrio.

A questo proposito, NatrixLab propone un ‘Percorso Detox’ composto da due fasi, una diagnostica e una nutrizionale, allo scopo di intraprendere un percorso depurativo adeguato alle reali esigenze dell’organismo.

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  1. Fase diagnostica
    I Check Up Profiles sono una serie di test pensati appositamente per valutare l’impatto sul nostro organismo delle abitudini alimentari tipiche della società Occidentale, caratterizzate da un elevato consumo di grassi saturi, carboidrati raffinati e zuccheri semplici.
    Indagare la quantità di colesterolo ematico e di trigliceridi, oppure lo stato di salute di reni e fegato, è essenziale per elaborare un percorso depurativo efficace.
  1. Fase nutrizionale
    Un percorso nutrizionale Detox è caratterizzato da sostanze antiossidanti e alimenti drenanti per aiutare il microcircolo, oltre a cereali integrali e cibi ricchi di fibre che aiutano il corretto funzionamento dell’intestino liberandolo da gonfiore, stress e pesantezza.

Nel prossimo articolo affronteremo il caso concreto di un ‘Percorso Detox’ per ristabilire il corretto funzionamento di un fegato affaticato.

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Idrocolonterapia, un congresso a Bologna il 25 e 26 ottobre 2014

Idrocolonterapia è pratica medica

L’idrocolonterapia è un metodo efficace di lavaggio dell’intestino che avviene inoculandovi delicatamente acqua dolce filtrata.

Tale metodica si basa sulla logica che, se l’intestino non funziona bene, il corpo trattiene sostanze tossiche (scarti e prodotti del metabolismo alimentare) con il rischio di un accumulo di tossine nell’organismo.

NatrixLab, i cui punti di forza sono la produzione di test specifici per la valutazione del benessere intestinale, interverrà al congresso ‘Idrocolonterapia è pratica medica’, organizzato a Bologna il 25 e 26 ottobre dalla Società Italiana di Idrocolonterapia, dove presenterà in anteprima nazionale Newcolon, la nuova apparecchiatura per l’idrocolonterapia.

Si tratta di un dispositivo progettato considerando tutti gli elementi tecnici utili all’operatore nel rispetto del massimo comfort del paziente: composto di due sezioni separabili tra loro (la parte superiore è il dispositivo vero e proprio, quella inferiore è il carrello di supporto), è di dimensioni compatte, facilmente trasportabile, e non avendo batterie interne di alcun tipo, viene alimentato a bassa tensione, con riduzione al minimo dei rischi per paziente e operatore, da un piccolo alimentatore esterno AC/DC medical grade, a doppio isolamento.

Display grafico con touch screen, microprocessore interno che elabora i dati dei trattamenti, telecomando per il controllo dell’irrigazione e dello scarico del paziente, filtro acqua (PALL mod. AQIN) monouso sono alcune delle prerogative del nuovo macchinario che verrà presentato al congresso SICT.

In tema di idrocolonterapia, abbiamo chiesto qualche informazione al Dott. Antonio Pacella, Medico Chirurgo, specialista in Scienza dell’Alimentazione, che sabato 25 ottobre interverrà con una relazione dal titolo ‘Gluten Sensitivity e intestino’.

Conversazione con il Dott. Antonio Pacella

antonio_pacellaDi recente sul nostro sito internet siamo intervenuti sulla relazione fra sistema immunitario e benessere intestinale. Come si inserisce l’idrocolonterapia in tale contesto?
L’idrocolonterapia è una pratica che risale alla notte dei tempi: basti pensare che ha origine da pratiche risalenti alla medicina egizia del XVI secolo a.C.

Occorrerà attendere il XIX secolo prima che la procedura diventi abbastanza simile a quella praticata oggi.

Se vuole qualche riferimento preciso, posso citare Hervey Kellog, noto gastroenterologo statunitense che nel 1906 pubblicò un trattato sull’idrocolonterapia, e due studiosi di igiene sempre statunitensi, James A. Wiltsie e Joseph E. G. Waddington, che ritenevano esistesse uno stretto collegamento fra cattiva salute intestinale e cattiva salute generale.

Mi pare di capire che ci stiamo riferendo a un approccio olistico al paziente: è corretto?
Sì, è corretto. A questo proposito mi piace citare il Dott. Anthony Bassler, Professore di Gastroenterologia a New York, che a conclusione dell’osservazione di oltre 5.000 casi clinici studiati per circa 25 anni, negli anni ’30 affermò la disbiosi intestinale essere il più importante fattore primario e favorente di molti disordini e malattie del corpo umano.

L’idrocolonterapia viene sempre associata a istruzioni igieniche e dietetiche che interessano tutta la sfera di vita del malato, chiamato in prima persona ad essere responsabile di uno stato di pulizia generale che deve essere mantenuto anche dopo il trattamento.

Questo è un terreno un po’ insidioso…
Sì, anche all’epoca di Kellog, ad esempio, l’American Medical Association screditò l’idrocolonterapia, e anche oggi le posizioni in ambito medico sono tutt’altro che concordi: si tratta infatti di una delle terapie che si basano sul concetto di ‘intossicazione’ del corpo, concetto molto affascinante ma ad oggi scarsamente provato.

In generale, quindi, perché si fa l’idrocolonterapia?
Ogni giorno siamo esposti a tossine indotte dall’alimentazione, dallo stress, dall’inquinamento, che si depositano nel nostro colon e possono essere la causa di numerose patologie che interessano varie regioni del nostro corpo, come le vie respiratorie, la pelle, il sistema nervoso e le vie digestive.

L’idrocolonterapia permette l’eliminazione di tutti i rifiuti che si sono depositati sulle pareti del nostro intestino, facendo ritrovare al colon il suo ottimale funzionamento, in modo da favorire la naturale immunità e riequilibrare il processo di assimilazione ed eliminazione delle sostanze, con il conseguente miglioramento della salute globale dell’individuo.

Nel suo intervento al congresso SICT parlerà di una patologia, la sensibilità al glutine, la cui sintomatologia è assimilabile al colon irritabile. Può darci qui un’anticipazione del suo intervento?
Sì certo. Come avviene per altre condizioni di infiammazione da cibo, anche nella Gluten Sensitivity, i sintomi più comunemente riscontrati riguardano soprattutto l’intestino (permeabilità intestinale, gonfiore, diarrea, sindrome del colon irritabile, gastrite), ma anche, spesso come riflesso, il sistema respiratorio (sinusiti, bronchiti, faringiti, infezioni ripetute, asma), la pelle (eczema, orticaria dermatiti, psoriasi), il sistema nervoso (mal di testa, difficoltà di concentrazione, sindrome da stanchezza cronica, insonnia), quello genito-urinario (cistiti, vaginiti, candidosi) e quello muscolare (dolori articolari e muscolari, crampi, artrite).

È proprio la permeabilità intestinale, anche se in misura attenuata rispetto alla celiachia, a rappresentare un sintomo di grande importanza.

Infatti molti studi sulla permeabilità della barriera gastro-intestinale indicano che, in presenza di un intestino con flora batterica compromessa, viene alterata anche la produzione di enzimi digestivi, determinando la riduzione delle normali funzioni biochimiche relative a Ph, vitamine, peptidi e batteri, causando una infiammazione submucosale secondaria, tale da alterare alcuni pattern enzimatici presenti sulle membrane cellulari, in particolare sui microvilli, che in condizioni di normalità permettono la digestione fisiologica e l’assorbimento dei micronutrienti, mentre in condizioni patologiche favoriscono il passaggio di macro-molecole oltre la barriera gastro-intestinale.

Quando questo avviene, tali macromolecole, possono essere identificate come NON self e scatenare risposte immunologiche.

Per migliorare questa situazione, abbiamo a disposizione diverse terapie, tra cui chiaramente l’alimentazione, l’integrazione nutrizionale e naturalmente l’idrocolonterapia.

Sistema immunitario e benessere intestinale

Cambio di stagione e sistema immunitario

Abbiamo già visto di recente, trattando dello stress ossidativo, come l’autunno metta a dura prova il nostro sistema immunitario e il nostro organismo e allo stesso tempo fornisca il corredo necessario per difenderci: da un lato il cambio di stagione, con la ripresa delle attività e l’abbassamento delle temperature, è un fattore sfavorevole; dall’altro la frutta e i prodotti di stagione, come uva, olio, vino, sono ricchi di antiossidanti che aiutano l’organismo a ritrovare il proprio equilibrio.

Rinforzare il sistema immunitario è fondamentale per difendersi dai cosiddetti ‘mali di stagione’ come le contratture muscolari o le malattie da raffreddamento, ma ciò è possibile solo a patto che il nostro organismo sia in grado da un lato di assimilare correttamente le sostanze benefiche, dall’altro di intercettare ed eventualmente distruggere gli elementi dannosi.

In questo, non avevano tutti i torti i nostri vecchi nel sostenere che un intestino in ordine aiuta a resistere alle malattie, perché l’intestino è la sede della più importante stazione immunitaria del nostro corpo.

Intestino e benessere

Il sistema immunitario, com’è noto, ha la capacità di distinguere tra le sostanze endogene o esogene che non costituiscono un pericolo e che dunque possono o devono essere preservate, e le molecole che invece si dimostrano nocive per l’organismo e che devono quindi essere eliminate.

disbiosi_intestinale_postL’intestino è l’area più estesa dell’organismo sottoposta a costante stimolo antigenico in seguito all’ingestione degli alimenti: per dare un’idea dell’importanza del benessere intestinale sul nostro stato di salute, occorre considerare che l’intestino ha un’estensione di circa 300 metri quadrati, e mediamente, nell’arco della vita di un individuo, il tubo digerente viene attraversato da circa 30 tonnellate di cibo e 50 mila litri di liquidi.

Il nostro apparato digerente, ed in modo particolare l’intestino, è colonizzato da moltissimi microrganismi che, nel loro insieme, costituiscono la flora batterica residente (biota intestinale).

La flora intestinale è costituita da un insieme di batteri i quali, convivendo in un determinato equilibrio contribuiscono allo stato di salute generale: possiamo definirlo un ecosistema costituito da diverse specie di microrganismi che comincia a svilupparsi fin dai primi giorni di vita del neonato.

La condizione di equilibrio tra le varie specie di batteri è definita eubiosi; se invece prevalgono ceppi patogeni, si dice che l’intestino è in uno stato di disbiosi.

In pratica la flora batterica benefica agisce come barriera difensiva, creando un ambiente inospitale agli agenti patogeni, modificando il pH intestinale e riducendo i substrati che favoriscono la proliferazione dei ceppi patogeni.

L’alterazione della flora batterica, ovvero la disbiosi, si ha quando i batteri pro-flora (tra cui Lactobacillus Acidophilus e Biphidus) diminuiscono e quelli nocivi aumentano. Altre volte alcuni tipi di batteri mutano divenendo a loro volta patogeni.

Questo mutamento della flora intestinale rende impossibile la completa elaborazione dei materiali fecali, si generano pertanto fermentazioni anomale e putrefazioni che, oltre a variare la temperatura intestinale, infiammano la mucosa e poi intossicano l’intestino e quindi tutto l’organismo e riducono notevolmente l’efficacia del sistema immunitario.

È possibile valutare la disbiosi intestinale attraverso un semplice test sulle urine, che consente di evidenziare l’eccesso o l’assenza di metaboliti derivati dalle attività metaboliche della flora batterica intestinale.

Il test rileva la presenza nelle urine di due metaboliti del triptofano, denominati indicano e scatolo, consentendo di verificare l’eventuale presenza di fenomeni fermentativi e/o putrefattivi a livello intestinale.

Tornando quindi ai consigli dei nostri vecchi, valutare il benessere intestinale è effettivamente il primo passo per monitorare gli effetti della stagionalità e dello stile di vita sul nostro stato di salute generale.