ASSE INTESTINO CERVELLO: IL SUO RUOLO NELLA SALUTE

Cosa si intende per “asse intestino cervello”?

Con il termine asse intestino cervello si intende la delicata comunicazione bidirezionale costante tra il tratto gastrointestinale e il cervello, i quali sono in grado di influenzarsi reciprocamente. Non a caso infatti nel linguaggio di tutti  i giorni si parla di farfalle nello stomaco, sensazione di pancia, parlare di pancia. Nonostante questo, solo recentemente gli scienziati hanno iniziato a studiare a fondo i meccanismi che legano questi due distretti apparentemente lontani. La comunicazione tra intestino e cervello è il fulcro di un’area di ricerca che nell’ultimo trentennio sta prendendo piede, la gastroenterologia, la quale affronta i problemi gastrointestinali anche dal punto di vista dell’interazione tra apparato digerente e sistema nervoso e che sta portando a nuovi sviluppi e nuove opzioni terapeutiche.

Sono sempre più numerose le evidenze scientifiche che sottolineano la stretta correlazione tra microbiota e cervello. Ma facciamo un passo indietro.

Il microbiota intestinale e il suo ruolo nella nostra salute

Nel nostro organismo vivono numerosissime colonie di organismi, come batteri, virus e funghi, che vanno a costituire il microbiota umano (spesso confuso erroneamente con il termine microbioma, il quale, quest’ultimo, sta ad indicare l’insieme del materiale genetico dei microrganismi). La maggior parte di questi organismi risiede nel nostro intestino, sulla pelle, nel cavo orale; ma in realtà ogni distretto del nostro corpo possiede un proprio pool di microrganismi caratteristico. Giusto per dare un’idea: se pesassimo tutti i microrganismi che abitano il nostro corpo arriveremo a circa 1,5-2kg, di cui circa la metà compone il nostro microbiota!

Batteri comunicato nell'asse intestino cervello

Per numerosità di microrganismi e impatto sulle funzioni del nostro corpo, il microbiota intestinale svolge un ruolo fondamentale per la nostra salute, partecipa ad una serie di funzioni importantissime per il nostro organismo. Oggi sappiamo che il microbiota è un super organismo, un super organo che vive in simbiosi con noi nel nostro apparato digerente, dalla bocca all’ano, che ci permette di mantenerci in salute in cambio di ospitalità che noi gli offriamo. Per numerosità di microrganismi e impatto sulle funzioni del nostro corpo, il microbiota intestinale svolge un ruolo fondamentale per la nostra salute. Il microbiota si sviluppa nel corso dei primi giorni di vita, e inizia a colonizzare il neonato fin da subito ma in modo differente in base alla modalità del parto: se avviene per via vaginale, i primi batteri con cui il neonato verrà a contatto saranno quelli vaginali e poi cutanei; con il taglio cesareo, i primi batteri che lo colonizzeranno saranno quelli cutanei della zona periareolare durante l’allattamento.

Come precedentemente descritto, il microbiota intestinale contiene circa 1kg di batteri, poco meno del peso del nostro cervello. Ma quello che è realmente importante per la nostra salute è il numero e il tipo di batteri di cui è costituito. Ci sono infatti batteri che possiamo definire ‘’nostri alleati’’ perché promuovono la risposta immunitaria, sono in grado di ridurre l’infiammazione, prevengono od ostacolano l’insorgenza di molte patologie; altri invece svolgono un ruolo opposto. Inoltre, si parla di intestino eubiotico, in generale di eubiosi, quando tutte le specie batteriche che lo popolano sono in equilibrio tra loro: in questo caso il nostro intestino è in salute, la biodiversità è elevata e dunque è maggiore l’effetto protettivo sul nostro organismo. In caso contrario si parla di disbiosi e l’effetto protettivo che gioca un intestino sano non viene più esplicato, ma, al contrario, può favorire l’insorgenza di alcune patologie non solo intestinali, ma anche immunologiche, metaboliche, oncologiche e neuropsichiatriche.

Come funziona l’ asse intestino cervello?

Gli studi scientifici si sono spinti oltre, andando a svelare i meccanismi che stanno alla base della profonda connessione dell’ asse intestino cervello. Ebbene, questi hanno dimostrato come il nostro microbiota sia in grado di modulare la risposta allo stress, lo stato infiammatorio del nostro organismo, il tono dell’umore, l’ansia, l’appetito ed alcune funzioni cognitive. Infatti il microbiota produce alcune sostanze, come ad esempio acidi grassi a catena corta, citochine e neurotrasmettitori, che modulano l’attività cerebrale in modo diretto, ma anche indirettamente attraverso gli effetti sul sistema immunitario. Allo stesso modo, anche il cervello è in grado di influenzare il microbiota, sia attraverso molecole prodotte dal sistema immunitario, sia attraverso il rilascio di ormoni.

Non si può non citare il ruolo importantissimo che gioca il nervo vago in questa interconnessione dell’ asse intestino cervello. Il nervo vago è un componente del sistema nervoso parasimpatico e via di comunicazione fondamentale tra cervello e intestino, che partecipa attivamente alle interazioni bidirezionali che avvengono tra i due (perturbazioni del vago possono comportare disfunzioni del sistema nervoso centrale, come disturbi dell’umore o malattie neurodegenerative oppure alcune patologie gastrointestinali come la sindrome dell’intestino irritabile).

Come valutare l’equilibrio del proprio intestino?

Per valutare la salute intestinale è fondamentale eseguire un semplice test delle feci e delle urine che permette di valutare la presenza di disbiosi, infiammazione, permeabilità intestinale, composizione del microbiota, presenza parassiti ed efficacia digestiva. Oltre a questo in aggiunta è possibile anche valutare l’intolleranza o l’allergia a qualche alimento (o composti alimentari). Questo perché, se si è intolleranti a un alimento o se quest’ultimo è elaborato o addizionato di sostanze chimiche nocive, o se è un alimento che infiamma, il GALT (il sistema immunitario associato all’intestino) reagisce contrastando l’entrata in circolo e verrà attivata una risposta di tipo infiammatorio e immunologica.

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Come posso agire per migliorare il mio equilibrio?

mamma e figlia seguono stile di vita sano per il microbiota intestinale
Questi test diagnostici consentono di agire in modo specifico sul problema attraverso il miglioramento del corretto stile di vita (dieta corretta, attività fisica, rispetto dei ritmi circadiani) e l’assunzione eventuale di integratori così da ripristinare il corretto equilibrio. Da ricordare, infine, vi è il fatto che i fattori che determinano la composizione del nostro microbiota sono molteplici, alcuni dei quali non modificabili (età, fattori genetici, allattamento al seno, modalità di parto), ma i principali determinanti della composizione microbica intestinale vi sono la dieta e lo stile di vita. La western diet (dieta occidentale ricca di prodotti trasformati) ed uno stile di vita sedentario, sono associati allo sviluppo di obesità e patologie metaboliche, nonché a microrganismi che promuovono l’infiammazione. Una dieta che esclude tutti gli alimenti considerati ‘’junk food’’ e un consumo corretto di fibre, è, al contrario, associato ad un basso rischio di patologie metaboliche e infiammatorie. Svolgere regolarmente attività fisica e seguire i corretti ritmi circadiani (7-8 ore di sonno e cena non troppo tardi per mantenere le 12 ore di digiuno), sono anch’essi associati ad una riduzione dell’infiammazione.

 

In conclusione, gli studi fino ad oggi condotti sull’ asse intestino cervello ci hanno portato a sostenere che l’apparato digerente è ‘’un secondo cervello’’ o ‘’cervello pancia’’ per tutti i motivi sopra descritti; ecco perché, se il nostro intestino sta male, anche l’umore ne risente.

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SIBO: SINTOMI, DIAGNOSI E CURE

Che cos’è la SIBO?

La SIBO (acronimo di small intestinal bacterial overgrowth o sovracrescita batterica intestinale dell’intestino tenue) è una condizione clinica caratterizzata da una sindrome di malassorbimento determinata da un aumento di concentrazione di microorganismi nell’intestino tenue.

Sintomatologia

I sintomi associati alla SIBO includono forme lievi come un’alternanza tra stipsi e diarrea e quelle più gravi caratterizzate da malassorbimento intestinale, carenze vitaminiche (come vitamina D e B12), anemia e denutrizione. Le variazioni di sintomatologia sono dovute a diversi fattori tra cui: l’entità della contaminazione (carica batterica), l’estensione del tratto intestinale interessato, le specie batteriche implicate e le condizioni di base responsabili. I sintomi più frequenti sono:

  • diarrea
  • flatulenza
  • gonfiore addominale
  • dolore addominale cronico

Quali sono le possibili cause di SIBO?

Tale situazione clinica può avere cause multifattoriali come alterazioni dell’anatomia intestinale, della motilità gastrointestinale o mancanza della secrezione acida gastrica. Ma, ad oggi, la causa più frequente appare quella associata alla terapia a lungo termine con inibitori della pompa protonica (PPI). Le alterazioni anatomiche dello stomaco e/o dell’intestino tenue promuovono la stasi del contenuto intestinale, con conseguente proliferazione batterica. Le condizioni che causano o richiedono alterazioni anatomiche comprendono la diverticolosi del piccolo intestino, le anse cieche chirurgiche, gli stati postgastrectomia (soprattutto nell’ansa afferente di una Billroth II), le stenosi o l’ostruzione parziale. La clearance batterica può essere compromessa anche dai disturbi della motilità intestinale associati a neuropatia diabetica, sclerosi sistemica, amiloidosi, ipotiroidismo e pseudo-ostruzioni intestinali idiopatiche. L’anacloridria e le modificazioni idiopatiche della motilità intestinale possono causare sovracrescita batterica nei soggetti anziani. Le specie più frequenti nella SIBO comprendono gli streptococchi, Bacteroides, Escherichia, Lactobacillus, Klebsiella e Aeromonas. I batteri in eccesso consumano i nutrienti, compresi i carboidrati e la vitamina B12, causando una deprivazione calorica e un deficit di vitamina B12. Tuttavia, siccome i batteri producono folati, tale deficit è raro. I batteri deconiugano i sali biliari, impedendo la formazione delle micelle con conseguente malassorbimento dei grassi. Una grave sovracrescita batterica danneggia anche la mucosa intestinale. Il malassorbimento dei grassi e il danno alla mucosa possono causare diarrea. La SIBO, inoltre, si trova frequentemente associata a condizioni patologiche intestinali quali la celiachia e l’intolleranza al lattosio.
lente su intestino per sibo

Come si effettua la diagnosi di SIBO?

I test diagnostici per la diagnosi di SIBO sono:

  • Breath Test (test del respiro)
  • Coltura quantitativa del succo intestinale
  • Diagnostica per immagini

Nel caso del Breath test, è possibile eseguire due tipologie di esame a seconda del caso:

  • il Breath test al Glucosio che analizza l’idrogeno e il metano contenuti nell’aria espirata prima e dopo avere assunto una soluzione contenente glucosio.
  • Il Breath test al Lattulosio che analizza sempre l’idrogeno e il metano contenuti nell’aria espirata ma prima e dopo avere assunto una soluzione contenente lattulosio.

Prima di eseguire il test del respiro, si raccomanda ai pazienti di evitare l’uso di antibiotici, lassativi e fermenti lattici per almeno 10 giorni. Inoltre bisogna rispettare una dieta specifica il giorno precedente e presentarsi a digiuno il giorno dell’esame.

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L’esame colturale quantitativo dell’aspirato delle secrezioni intestinali invece, da esito positivo quando si misura una conta batterica > 103/mL. Questa metodica, comunque, richiede un esame endoscopico invasivo. Se le alterazioni anatomiche non sono dovute a un precedente intervento chirurgico, bisogna eseguire uno studio radiologico contrastografico del tratto gastrointestinale superiore con tenue seriato per identificare le lesioni anatomiche predisponenti.

In alternativa, si può eseguire l’enterografia TC o l’enterografia a RM. L’esame colturale quantitativo risulta di difficile applicabilità a causa di diversi limiti: presenta una scarsa sensibilità diagnostica scarsa a causa dell’impossibilità a raggiungere i tratti digiuno-ileali distali, è invasiva e scarsamente riproducibile, è soggetta a contaminazione da parte di batteri del cavo orofaringeo ed è penalizzata dalla possibilità di colonizzazione da parte di batteri non coltivabili.

Il breath test quindi, pur essendo un test diagnostico “indiretto”, ha il grande vantaggio di non essere invasivo, di essere riproducibile, poco costoso e di possedere sensibilità e specificità ottime ai fini clinici.

Come trattare questa problematica?

Il trattamento della SIBO deve essere eseguito sotto controllo medico, generalmente può prevedere:

  • Antibiotici somministrati per via orale
  • Modificazione della dieta

Il trattamento con antibiotici può essere ciclico, se i sintomi tendono a ripresentarsi, e può essere modificato in base alla coltura e alla sensibilità. Tuttavia, cambiare il trattamento antibiotico può essere difficile a causa della coesistenza di diversi ceppi batterici. Poiché i batteri metabolizzano soprattutto i carboidrati nel lume intestinale anziché i grassi, una dieta ricca di grassi e povera di carboidrati e fibre può essere d’aiuto. Le condizioni sottostanti e i deficit nutrizionali (p. es., vitamina B12) devono essere corretti. Un approccio terapeutico complementare utile è un trattamento con probiotici di 2-3 settimane successivo al trattamento con antibiotico.

 

Bibliografia

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Correlazione Microbiota Intestinale – Autismo

I Disturbi dello spettro autistico

I disturbi dello spettro autistico (ASD) rappresentano una grave compromissione del neurosviluppo con un’incidenza notevolmente elevata e costituiscono una grande sfida per la salute pubblica. Il Ministero della Salute ha stimato che in Italia 1 bambino su 77 (età 7-9 anni) è affetto da autismo. Le tradizionali caratteristiche diagnostiche e cliniche degli ASD sono rappresentate da difficoltà nelle abilità comunicative e sociali e dalla presenza di interessi limitati e comportamenti ripetitivi. Da studi recenti, è emerso che i bambini con ASD spesso presentano risposte comportamentali insolite a stimoli sensoriali (fino all’87% degli individui). Le problematiche di elaborazione sensoriale possono assumere molte forme e sono generalmente suddivise in tre modelli principali:

  • iper-sensibilità sensoriale (reazioni negative a bassi livelli di stimoli ambientali generalmente considerati innocui)
  • ipo-sensibilità sensoriale (risposte diminuite o assenti agli stimoli, compreso il dolore)
  • ricerca sensoriale (forte desiderio di un particolare tipo di esperienza sensoriale)

In particolare, disturbi legati alla percezione tattile, olfattiva e di comportamento alimentare sono caratteristici nei bambini affetti da tale patologia.

Autismo e disturbi intestinali

Le problematiche in ambito nutrizionale legate agli ASD includono anche disturbi a carico dell’apparato digerente. In particolare, molti studi hanno dimostrato l’esistenza dell’associazione tra autismo e disturbi gastrointestinali (GI) sebbene la natura di tale associazione sia ad oggi poco chiara. I bambini ASD risultano essere da sei a otto volte più sensibili a dolore addominale, diarrea, flatulenza e stitichezza rispetto ai soggetti con normale sviluppo cognitivo. La prevalenza di tali sintomatologie varia tra il 24 e il 70%, a seconda del range dell’età dei partecipanti e dei criteri di diagnosi. In particolare tali sintomi vengono a loro volta utilizzati come diagnosi dei cosiddetti disordini funzionali gastrointestinali (DFGI). I DFGI sono ad oggi riconosciuti come disordini dell’interazione cervello-intestino, caratterizzati da anormalità fisiologiche e morfologiche che spesso si verificano in combinazione e includono disturbi di motilità, ipersensibilità viscerale, alterata funzione mucosale e immune, alterato microbiota intestinale e alterata elaborazione del Sistema Nervoso Centrale (SNC).
batteri legame microbiota e autismo

Il legame tra microbiota intestinale e autismo

Negli ultimi anni la ricerca si è incentrata sull’alterazione della comunità microbica del tratto gastrointestinale e la relazione con l’autismo. I batteri che popolano l’intestino, infatti, possono influenzare alcune attività del cervello attraverso la secrezione di sostanze o la regolazione del sistema immunitario, agendo proprio sull’asse intestino-cervello. Dai risultati di diversi studi è emerso che i trapianti di microbiota fecale da individui con normale sviluppo cognitivo a persone con ASD sembrano migliorare i tratti comportamentali e psicologici di questi ultimi. Sembrerebbe che la presenza di carenze enzimatiche in bambini con ASD non permetterebbe loro di metabolizzare alcune sostanze tossiche dell’ambiente esterno. Le modificazioni della comunità batterica e l’incapacità di eliminare dal corpo tali composti nocivi potrebbe contribuire a causare una disfunzione mitocondriale correlata ad alterazioni del cervello e altri tessuti.

L’efficacia terapeutica dell’impiego di probiotici nel trattamento di malattie intestinali e non, è ormai già nota, infatti anche alcune ricerche recenti hanno evidenziato il loro potenziale nel modificare positivamente l’equilibrio del microbiota intestinale, grazie alla produzione di sostanze in grado di interagire con il sistema immunitario e nervoso.  Partendo da questa basi, numerosi studi hanno studiato e stanno tuttora valutando gli effetti dell’assunzione di batteri probiotici da parte di bambini con autismo, sia sulla composizione della comunità batterica intestinale che su altri biomarker associati al SNC. I risultati promettenti ottenuti potrebbero essere d’aiuto per lo sviluppo di nuove terapie non farmacologiche a base di batteri probiotici, complementari a quelle già disponibili per i soggetti autistici basate sul supporto psicologico e sull’uso di farmaci, attraverso l’asse intestino-cervello.

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Il Microbiota Intestinale e le sue correlazioni

Cos’è il Microbiota?

Il microbiota intestinale è considerato un “organo invisibile” del corpo umano essenziale per la salute dell’ospite. Diversi compartimenti dell’organismo umano sono popolati da comunità microbiche. Il tratto gastrointestinale (GI) è il compartimento con più alta densità di microrganismi che vanno a costituire il “microbiota” di quel tratto, che essendo quello maggiormente rappresentato, ad oggi, è anche quello più studiato. Il genoma del microbiota intestinale è almeno 100 volte superiore a quello umano e si definisce “microbioma”.

Grazie a questo immenso patrimonio di geni, il microbiota intestinale svolge, con le sue funzioni costitutive e funzionali, un ruolo cruciale nell’impatto sullo stato di salute, agendo come barriera nei confronti dei microrganismi patogeni, modulando la risposta immunitaria ed esercitando funzioni metaboliche centrali nell’organismo ospite.

Come si origina?

L’ipotesi che alla nascita l’intestino del neonato sia sterile (“sterile womb paradigm“) è stata recentemente rivisitata (“in utero colonization“). Oggi si ritiene che l’intestino del neonato sia colonizzato da batteri provenienti prevalentemente dalla madre attraverso il parto naturale, ma anche dall’ambiente esterno, in caso di parto cersareo. La formazione del microbiota intestinale è un processo complesso ma continuo, influenzato da vari determinanti di variabilità sia endogeni che esogeni, che producono effetti immediati al momento del parto e possono protrarsi, almeno in parte, per diversi anni durante l’infanzia. In seguito all’inoculo batterico acquisito alla nascita avviene la differenziazione dei diversi ecosistemi microbici, in diversi distretti dell’organismo ospite, ma come tale differenziazione avvenga è argomento di grande discussione nella comunità scientifica. Sembra che gli ecosistemi microbici dell’ospite supportino la selezione di un gruppo di comunità ben adattate, differenziate a partire dalla comunità dell’inoculo colonizzante, mentre la genetica dell’ospite, insieme ad altre condizioni quali la modalità di parto, allattamento, svezzamento ecc. ne influenzino la composizione successiva, modulando le caratteristiche ambientali della nicchia ecologica. I primi colonizzatori (Enterobatteri) sono progressivamente sostituiti dai Bifidobatteri e da batteri appartenenti ai phyla Firmicutes e Bacteroidetes. L’introduzione di cibi solidi determina la comparsa dei beta-Proteobatteri.

Problematiche correlate all’equilibrio del microbiota

Variazioni nella composizione e nell’espressione genica del microbiota intestinale sono associate al rischio di insorgenza di varie patologie del tratto gastrointestinale (malattie infiammatorie croniche intestinali, sindrome del colon irritabile, celiachia, ecc.), ma sembrano coinvolte anche nella insorgenza e nella progressione di importanti malattie sistemiche non trasmissibili (allergie, malattie metaboliche, oncologiche, neurodegenerative e neuro-infiammatorie croniche ecc.). Evidenze scientifiche attuali supportano l’idea che composizione e attività del microbiota intestinale abbiano un ruolo cruciale nell’influenzare crescita, sviluppo, invecchiamento e malattia.

La dieta è uno dei fattori chiave responsabile della variabilità delle comunità microbiche intestinali capace di modulare le abbondanze relative dei vari gruppi microbici e le relative funzioni metaboliche. La conoscenza del profilo microbico individuale è dunque essenziale per la definizione di diete personalizzate. Allo stesso modo, è stato dimostrato che il microbiota intestinale può influenzare l’efficacia di trattamenti farmacologici; pertanto, la sua caratterizzazione può essere rilevante anche per il successo di strategie terapeutiche.

Gli studi sul microbiota intestinale evidenziano una elevata variabilità interindividuale e una apparente stabilità intraindividuale della comunità microbica che popolano il tratto gastrointestinale umano. Tali studi hanno consentito di differenziare situazioni di eubiosi, ovvero di microbiota in equilibrio, quindi in salute, da situazioni di disbiosi, ovvero di squilibrio del microbiota. In particolare, è stato possibile caratterizzare i profili disbiotici del microbiota nel contesto di patologie quali:

  • IBS
  • morbo di Crohn
  • coliti ulcerose
  • obesità
  • disfunzioni epatiche non alcol- correlate
  • diabete di tipo 1 e 2

Inoltre, sono oggi indagate potenziali relazioni tra una struttura alterata del microbiota intestinale e altri profili patologici, tra i quali:

  • i disordini dello spettro autistico
  • la sclerosi multipla
  • le patologie neurodegenerative
  • le malattie oncologiche.

Le alterazioni disbiotiche del microbiota generalmente coinvolgono la perdita di microrganismi “buoni” (principalmente produttori di acidi grassi a catena corta SCFA), l’aumento di patogeni opportunisti (come batteri mucolitici, produttori di idrogeno, metano e acido solfidrico, e proteobatteri con aumento dell’endotossina lipopolisaccaride (LPS) e/o un’ampia destrutturazione dell’ecosistema microbico, con conseguenze importanti sullo stato di salute dell’ospite, in termini di compromissione dell’integrità della mucosa intestinale, infiammazione acuta della mucosa stessa con traslocazione dei batteri e dei loro frammenti, effetti tossici sui colonociti, danno ossidativo, alterazione del pattern di citochine prodotte, e altri effetti a livello sistemico. Il riconoscimento di possibili segnali precoci di transizione da eubiosi a disbiosi è auspicabile come strumento preventivo futuro. Tuttavia, recenti meta-analisi suggeriscono che le disbiosi microbiche intestinali possono modificarsi nel tempo e che, pertanto, la caratterizzazione delle loro dinamiche è importante nella definizione di strategie terapeutiche personalizzate.

donna benessere microbiota intestinale

Come caratterizzare il Microbiota Intestinale

Per caratterizzare il microbiota intestinale esistono esami specifici che si possono eseguire attraverso un prelievo fecale, esistono 2 tipologie di esame:

  • Un’analisi quantitativa attraverso una coltura dei microorganismi che abitano fisiologicamente il nostro intestino, per valutare con un metodo diretto un’eventuale presenza di Disbiosi Intestinale
  • Un’analisi genetica ad alto contenuto tecnologico che grazie al sequenziamento massivo di seconda generazione (Next Generation Sequencing) caratterizza tutte le famiglie di batteri intestinali, fornendo indicazioni sullo stato di salute generale dell’individuo, del suo intestino e importanti spunti di approfondimento di tutte quelle che sono le correlazioni fisiopatologiche tra la popolazione microbica intestinale e i diversi organi e sistemi che con l’intestino comunicano costantemente.
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Calprotectina e infiammazioni intestinali

Cos’è la Calprotectina

La calprotectina è una proteina appartenente alla famiglia delle S100 ed è presente in grande quantità nei globuli bianchi (granulociti neutrofili e in quantità minore anche monociti e macrofagi attivati), si lega prevalentemente al calcio e allo zinco.

La struttura della calprotectina è costituita da una catena polipeptidica leggera e da due catene polipeptidiche pesanti e ha un peso molecolare totale di 36,5 kDa. Si tratta di una proteina con attività batteriostatica e micostatica paragonabile a quella degli antibiotici: per questo l’abbondanza di calprotectina nei granulociti neutrofili e la sua attività antimicrobica ne suggeriscono un ruolo rilevante nelle funzioni difensive dell’organismo.

Come valutare questo marcatore?

è possibile eseguire un esame di laboratorio che valuta il dosaggio della calprotectina fecale, che da evidenza della presenza di una eventuale infiammazione gastrointestinale.

La presenza di calprotectina infatti è stata riscontrata in molti materiali biologici: siero, saliva, liquido cerebrospinale, urine e feci ma è soprattutto nelle feci che il suo dosaggio offre notevoli vantaggi. Un aumento significativo della quantità di calprotectina eliminata con le feci è presente nelle persone con infiammazioni intestinali (Inflammatory Bowel Disease: IBD), di cui fanno parte il morbo di Crohn e la colite ulcerosa.

Durante il processo infiammatorio i globuli bianchi (granulociti) del sangue migrano dal circolo sanguigno nel lume intestinale attraverso la mucosa infiammata; rilasciano la calprotectina che, legata al calcio, diventa resistente all’attacco dei batteri intestinali. In questo modo questa proteina è eliminata intatta tramite le feci.

chi dovrebbe eseguire il test della calprotectina e perché è utile?

L’esame della calprotectina viene effettuato generalmente quando il paziente presenta:

  • Sangue nelle feci
  • Malassorbimento dei nutrienti
  • Diarrea, gonfiore e alterata consistenza delle feci
  • Crampi addominali persistenti
  • Febbre associata o meno ai crampi addominali

Il test ci permette di distinguere un’eventuale malattia infiammatoria intestinale (IBD) da altri disturbi intestinali di origine non infiammatoria, di monitorare la progressione di una malattia infiammatoria intestinale già diagnosticata e di individuare uno stato infiammatorio a livello intestinale.

Inoltre, il valore di calprotectina aumenta, oltre che in presenza di malattie infiammatorie intestinali, anche in caso di infezioni parassitarie o batteriche, e di tumori colon-rettali.

Per questo motivo è sempre molto importante eseguire un test specifico per valutarne il dosaggio.
nutrizionista consigli per riequilibrare la calprotectina

Consigli alimentari utili

L’alimentazione è la prima arma in nostro possesso per la gestione o il miglioramento della sintomatologia legata all’infiammazione intestinale. Esistono cibi che promuovono l’infiammazione e cibi che la attenuano: tra questi ultimi citiamo la carne magra e il pesce, le patate, il riso, la frutta e la verdura (da preferire quella ricca di fibre solubili come carote, melanzane, zucchine, mele, pere, susine e la frutta secca), cereali integrali tra cui l’avena, e tanta acqua.

I cibi proinfiammatori sono invece: tutto ciò che è lievitato o fermentato, compresi gli alcolici, il caffè, il tè, i cibi grassi. E’ opportuno ridurre anche il consumo di legumi e di verdura ad alto contenuto di fibre (broccoli, cavoli, lattuga, ad esempio).

Per chi soffre di infiammazione intestinale è sempre utile integrare anche con probiotici o prebiotici (fibre a base di Frutto-Oligo-Saccaridi e Inulina)

Masticare lentamente e gustarsi il cibo permette una migliore e più facile digestione, oltre che un minor rischio di aerofagia e formazione di aria nell’intestino.

Bibliografia

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Alimenti Sani per il Benessere del Tuo Microbiota

Prima di vedere quali sono gli Alimenti Sani per il Benessere del tuo Microbiota, facciamo un breve riepilogo sulla definizione di microbiota intestinale:

L’insieme della popolazione di microrganismi, soprattutto batteri, che colonizza il nostro apparato digerente costituisce la cosiddetta flora batterica intestinale, oggi chiamata anche microbiota intestinale.

Tra l’insieme di tali microrganismi e l’ospite si crea un rapporto di simbiosi a partire dalla nascita (abbiamo descritto nel dettaglio questo passaggio in un precendente articolo, clicca qui per approfondire).

Fattori di squilibrio del Microbiota

Nel corso della vita, numerosi sono i fattori che possono incidere sulla composizione del microbiota intestinale. Tra questi, alimentazione e stile di vita rappresentano i principali attori che entrano in gioco e su cui noi possiamo agire, migliorandoli, in caso di alterazioni a livello intestinale.

Quando si presenta uno squilibrio quali/quantitativo della composizione della comunità batterica intestinale si parla di Disbiosi, condizione che può determinare la compromissione o un’alterazione della funzionalità a livello gastrointestinale ma anche a livello di altri organi e apparati distanti dall’intestino.

La disbiosi intestinale, può essere determinata da diversi fattori, come ad esempio terapie antibiotiche, dieta, danni meccanici a livello della mucosa, agenti patogeni, fattori genetici.

Un’alimentazione a base di alimenti sani ed equilibrati sta al principio del mantenimento di un ottimo stato di salute di tutto l’organismo, compreso l’apparato digerente.

Prebiotici e Probiotici

La scelta degli alimenti che consumiamo quotidianamente gioca quindi un ruolo fondamentale nella prevenzione di alterazioni nel nostro microbiota.

Ci sono alcuni alimenti che risultano protettivi nei confronti del nostro tratto gastrointestinale e sulla base dei nutrienti o microrganismi possiamo distinguerli in prebiotici e probiotici:

Tra i prebiotici compaiono nutrienti di varia natura che hanno la capacità di stimolare selettivamente la crescita o l’attività dei microrganismi che svolgono diversi ruoli protettivi per l’organismo ospitante.

I probiotici sono invece microrganismi che modificano la flora microbica intestinale a svantaggio dei patogeni intestinali e producono vantaggi locali o sistemici per l’organismo ospite.

Tali effetti agiscono attraverso la modulazione del microbiota, l’attività degli enzimi intestinali e lo stimolo di una risposta immunitaria appropriata, esercitando così effetti benefici sulla salute.
batteri microbiota alimenti sani

Lista degli Alimenti Sani per il Benessere del Tuo Microbiota

  • Alimenti fermentati come yogurt, kefir, latti fermenati, tempeh ecc. Grazie al loro processo di lavorazione, forniscono fermenti lattici con azione probiotica e acidi grassi a corta catena in grado di mantenere l’integrità della barriera intestinale e modulare la neuroinfiammazione. Gli alimenti fermentati migliorano la biodiversità del microbiota intestinale, riducono l’infiammazione e modulano la risposta immunitaria.
  • Fibre solubili, contenute principalmente in frutta e verdura ma anche in semi oleosi (es. semi di lino) e cereali (es. avena), sono utili per la protezione della mucosa intestinale. Inoltre, creando un vero e proprio strato gelatinoso, presentano un effetto benefico in caso di stipsi, facilitando il corretto transito intestinale.
  • Cereali integrali e legumi: ricchi di fibre insolubili, il principale nutrimento dei batteri che risiedono nell’intestino, rafforzano così il microbiota e la funzioni di difesa intestinali.
  • Olio extravergine di oliva: lubrifica le feci semplificando l’evacuazione grazie al suo contenuto di acido oleico. Inoltre, è ricco di antiossidanti come il tocoferolo, l’idrossi- tirosolo e l’oleuropeina con azione protettiva nei confronti dei tessuti dell’intestino.
  • Acqua: non è un alimento ma ricopre un ruolo di fondamentale importanza per il mantenimento di un ottimo stato di salute dell’intestino e, in generale, di tutto l’organismo.  L’acqua è implicata sia nella mediazione degli scambi nutritivi sia nel facilitare gli atti evacuatori, permettendo di eliminare le tossine ei residui rimasti all’interno del colon.

Come valutare l’equilibrio del Microbiota Intestinale?

Attraverso l’analisi del Microbiota Intestinale è possibile andare a valutare la composizione della comunità batterica residente nell’intestino, andando ad individuare attraverso il corretto o scorretto bilanciamento delle specie batteriche prese in esame.

In caso di eventuali alterazioni riscontrate, è possibile consigliare un trattamento dietetico specifico e, contemporaneamente, un trattamento con integratori alimentari a base di prebiotici e/o probiotici a base di ceppi batterici selezionati, per ristabilire la normale funzionalità intestinale.

Bibliografia

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Candida: Cause e Prevenzione

Candida: cos’è?

La candidosi o candidiasi è un’infezione causata da un fungo, la Candida albicans, appartenente alla famiglia dei saccaromiceti.

I miceti o funghi sono organismi eucarioti chemiosintetici ed eterotrofi, unicellulari o più spesso organizzati in strutture pluricellulari. Nella maggior parte dei casi il micete si sviluppa a spese del suo ospite senza causargli un danno apprezzabile ma senza dargli alcun vantaggio. Talvolta, micete e ospite possono andare incontro a interazioni competitive e il micete può prendere il sopravvento, comportandosi da agente patogeno.

I Miceti dei generi Candida sp., Cryptococcus sp. (miceti lievitiformi) e Aspergillus sp. (miceti filamentosi) rappresentano gli agenti eziologici opportunisti più frequenti e presentano un’incidenza uniforme nelle diverse aree geografiche per la distribuzione.

Candida Albicans

Nello specifico, la Candida albicans è un micete commensale che può comportarsi da patogeno opportunista. Infatti, la candida vive sulla superficie delle mucose, in equilibrio con la comunità microbica dell’ospite (microbiota). Però, in condizioni che provocano un’alterazione del micro-ambiente, la candida può crescere in maniera incontrollata e causare infezioni in diversi distretti dell’organismo, tra cui il cavo orale, l’apparato genitale e l’apparato intestinale.

Per cui in condizioni di infezioni recidivanti in questi distretti risulta di fondamentale importanza effettuare uno screening del microbiota, per rilevare la presenza della candida a livello intestinale, e agire direttamente sulla causa scatenante.

Fattori che favoriscono lo sviluppo della Candida

I fattori predisponenti allo sviluppo di infezioni fungine comprendono difetti della fagocitosi, difetti dell’immunità cellulare e alterazioni delle barriere meccaniche che sono alterazioni indotte da immunodeficienze primarie e/o secondarie le cui cause principali sono: terapie farmacologiche (antineoplastiche, steroidee, farmaci immunosoppressivi) oppure terapie antibiotiche. L’uso inappropriato e prolungato degli antibiotici, infatti, contribuisce allo sviluppo di infezioni micotiche in quanto altera la normale comunità microbica e/o permette la selezione di organismi resistenti.
immagine donna che ha sconfitto la candida

Strumenti di Prevenzione

L’adozione di semplici comportamenti può servire da profilassi e contribuire a una corretta prevenzione contro questa fastidiosa infezione.

Per prevenire un’infezione locale, è necessario rispettare le corrette norme igieniche, utilizzando prodotti per la pulizia personale che non modifichino, o danneggino, il microambiente locale e non rompano l’equilibrio esistente tra microbiota e ospite.

Altrettanto importante è seguire uno stile di vita sano, svolgendo regolare attività fisica, limitando fumo e bevande alcoliche e riducendo le occasioni di stress psico-fisico che influenzano negativamente il sistema immunitario.

L’ultimo aspetto, ma non per importanza, riguarda l’alimentazione. È fondamentale seguire una dieta sana e bilanciata per assicurare il benessere dell’organismo e prevenire qualsiasi squilibrio energetico e nutrizionale. Nel caso specifico, è bene limitare l’apporto di zuccheri semplici perché fungono da nutrimento per la candida: non si parla solo del classico saccarosio (zucchero bianco) ma di tutti i dolcificanti naturali, i dolci, le bevande zuccherate, i succhi di frutta, la frutta sciroppata, gli yogurt alla frutta o con altri aromi, i prodotti da forno e tutti gli alimenti conservati e confezionati.

Da preferire, invece, alimenti poveri di zuccheri e ricchi di fibre e/o di probiotici come pesce, legumi, carni magre, uova, yogurt bianco, kefir, cereali integrali, frutta e verdura di stagione. Gli alimenti ad alta concentrazione di fibre solubili ad azione prebiotica, proteggono la salute del microbiota, aiutando il ripristino dei batteri intestinali “buoni”. Tra gli alimenti funzionali al trattamento della candida troviamo anche i semi di psillio, i semi di lino, le pectine, le spezie digestive e antinfiammatorie quali aglio, origano, menta, timo, curcuma, cannella, cumino, finocchio e zenzero.

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Microbiota Intestinale e Obesità: Ruolo della dieta Mediterranea

Il Microbiota Intestinale è la comunità microbica che popola il tratto digerente di ogni individuo. Appena dopo la nascita, si instaura un rapporto simbiotico tra tali microrganismi e l’ospite.

Nel corso della vita, numerosi fattori di natura “ambientale” possono incidere sulla composizione del microbiota intestinale.

Dieta e stile di vita rappresentano i principali attori che condizionano tale composizione e su cui è possibile agire, essendo modificabili.

Studi recenti rivelano una connessione tra dieta e microbiota intestinale nello sviluppo delle più importanti patologie cronico degenerative.

Infatti diete squilibrate e poco salutari, favoriscono alterazioni nella funzione e nella composizione della comunità microbica e, attraverso meccanismi complessi, determinano un aumentato rischio dell’insorgenza di malattie cardiovascolari, come l’obesità.

La Dieta Mediterranea, patrimonio immateriale dell’umanità dal 2010, è il profilo alimentare maggiormente associato a un ridotto rischio di insorgenza di patologie ed a un ottimale stato di salute nella popolazione generale.

I dati sono sempre più concordi nell’ipotizzare un ruolo preponderante delle abitudini alimentari di provenienza Mediterranea nel cambiamento in senso favorevole delle specie batteriche presenti nel nostro intestino, che riflette e spiega, almeno in parte, l’effetto protettivo della dieta nei confronti dell’aspettativa di vita e dell’insorgenza di numerose patologie, tra cui l’obesità.

Quando è presente una modifica quali/quantitativa degli equilibri della composizione della flora batterica intestinale possiamo parlare di Disbiosi Intestinale.

L’alterazione della comunità batterica si ha quando batteri salutari diminuiscono e quelli nocivi aumentano, tale condizione può compromettere la buona funzionalità intestinale con successiva alterazione della produzione di enzimi digestivi e delle normali condizioni biochimiche, relative a pH e vitamine.

Tutto ciò può determinare una risposta infiammatoria aumentata. I villi intestinali non riescono più a garantire il corretto assorbimento dei nutrienti a digestione avvenuta. Alcune macromolecole riescono a oltrepassare la barriera intestinale e, identificate come non self, possono scatenare una risposta immunologica determinando l’aumentata Permeabilità Intestinale.

L’alterazione della capacità di barriera viene denominata sindrome dell’intestino permeabile o “leaky gut” (SAPI o LGS), è a tutti gli effetti un indebolimento delle giunzioni tra le varie cellule della barriera intestinale, e si accompagna ad uno stato infiammatorio cronico.

Infiammazione e permeabilità intestinale sono, quindi direttamente correlate, una causa e conseguenza dell’altra.

Obesità e prevenzione

Numerose patologie, tra cui l’obesità, sono caratterizzate da una risposta infiammatoria cronica, associata a stili alimentari scorretti, disbiosi intestinale e alterazioni nella funzionalità del tratto digerente.

Ad oggi, la Dieta Mediterranea, basata sul consumo frequente di frutta, verdura, cereali integrali, legumi, semi, frutta a guscio e olio di oliva, rappresenta il miglior metodo di prevenzione nei confronti di malattie cronico degenerative correlate a obesità.

Per questo, dovrebbe essere sempre promossa rispetto ad altri modelli alimentari squilibrati come alcune diete “occidentali” che hanno preso campo a causa della globalizzazione.

Virus Influenzali: è importante rafforzare il Sistema Immunitario

Virus influenzali: cosa sono e come agiscono

I virus sono microrganismi acellulari piccolissimi e strutturalmente molto semplici, costituiti da una catena di DNA o RNA, racchiusa in un involucro proteico protettivo detto Capside, quindi sono privi delle tipiche strutture cellulari. Sono dei parassiti obbligati Intracellulari e per riprodursi hanno bisogno di invadere una cellula ospite e sfruttarne i meccanismi replicativi.

I virus possono modificare il loro assetto genetico, pertanto avendo la capacità di mutare, impediscono al sistema immunitario di riconoscerli e di intervenire prontamente attraverso i meccanismi della memoria immunologica. Nello specifico gli anticorpi contro i virus, formatisi in una precedente infezione, non sono specifici per il nuovo tipo di virus che si è formato dopo la mutazione, questo è quello che succede ad esempio con il virus dell’influenza A, che fa parte dei virus influenzali.

I virus, dunque, sono temibili, ma la loro capacità di essere pericolosi per l’uomo è inversamente proporzionale all’efficacia del sistema immunitario. Una condizione di squilibrio immunitario quindi favorisce, oltre al contagio e alla persistenza della stessa malattia virale, una possibile sovra infezione da parte di altre categorie di microrganismi come i batteri e i miceti.
virus influenzali visti al microscopio

I principali attori del Sistema immunitario th1 e th2

Quando un virus riesce a penetrare nel nostro organismo entra in gioco il sistema immunitario, senza dilungarci troppo nella complessità dei meccanismi che regolano tale sistema, possiamo dire che il compito di sorveglianza, riconoscimento e neutralizzazione degli antigeni è affidato ad un particolare tipo di cellule, vale a dire i linfociti, di cui si distinguono due grandi gruppi specifici come i linfociti B e i linfociti T, che collaborano insieme alla difesa dell’organismo.

In particolare il ruolo principale nella regia e nell’organizzazione di tutta la risposta immunitaria è affidato ad una classe di linfociti, i T helper, che sono i veri protagonisti del sistema immunitario.

Essi sono in grado di identificare le caratteristiche dell’aggressore (virus, batteri, funghi, ecc.) ed attivare le risposte più adatte per contrastarlo.

I T helper, sotto l’influsso di svariati fattori (in primis il tipo di antigene) si differenziano in due gruppi funzionalmente diversi ed antagonisti, vale a dire i T helper 1 (Th1) e i T helper 2 (Th2).

Th1, Th2 provengono da un unico precursore che, a seconda dei segnali che riceve, si differenzia in un senso o nell’altro. Sappiamo che se l’antigene è un virus, il sistema tenderà a produrre cellule helper di tipo 1 (Th1), se invece l’antigene è di tipo extracellulare (batteri, miceti, elminti, allergeni), allora il sistema tenderà ad assestarsi su un profilo Th2.

Per ottenere una risposta immunitaria rapida ed efficace, in grado di tutelare la salute dell’individuo, è necessario che i due piatti della “bilancia immunitaria”, Th1 e Th2, siano in equilibrio tra loro.

Molto spesso invece accade che una delle due componenti prevalga sull’altra, sbilanciando la risposta immunitaria, e le ragioni di questo disequilibrio sono insite nello stile di vita.

Le conseguenze indotte da uno squilibrio in un senso o nell’altro possono essere:

    • Una preponderanza della risposta Th1 può portare al rischio di isorgenza di malattie autoimmuni (es. celiachia, diabete tipo 1, artrite reumatoide ecc.) ed espone ad una maggior “debolezza” nei confronti delle infezioni batteriche e micotiche;
    • Se predomina invece la componente Th2 si rischia lo sviluppo di patologie allergiche (dermatiti, rinite, asma), oltre al fatto che l’organismo è più fragile e suscettibile nei confronti delle aggressioni virali, ovvero ai virus influenzali.

grafico risposta immunitaria ai virus influenzali

Lo stress può ridurre l’efficienza del sistema immunitario

Abbiamo visto nel paragrafo precedente che la salute e l’efficienza del sistema immunitario dipendono in maniera stretta dallo stile di vita.

Una vita frenetica, un’alimentazione inadeguata, il ridotto riposo notturno, ma anche preoccupazioni come quella che stiamo vivendo in questo momento indotte dalla paura del contagio, possono indurre nel nostro organismo una condizione stressogena mediante un’iperattivazione dell’asse Epifisi, Ipofisi e ghiandole surrenali con aumento della produzione di Adrenalina e Cortisolo, che hanno un potentissimo impatto sull’alterazione dell’efficienza del nostro sistema immunitario.

A partire dai lavori di Hugo Besedowsky negli anni ’70, una quantità notevole di studi ha documentato l’azione immunosoppressiva del cortisolo. Negli anni ’90 si è visto che la sovrapproduzione di cortisolo, conseguente all’attivazione del sistema dello stress, inibisce la risposta Th1 e colloca il sistema su un profilo Th2. Al tempo stesso, in tempi recenti, è stata documentata un’azione analoga da parte delle catecolamine. È quindi assodato che i prodotti della reazione di stress hanno un effetto generalmente soppressivo della risposta immunitaria, in particolare di quella del tipo Th1, che come abbiamo visto prima è il circuito di risposta immunitaria che ci protegge dai virus, tra cui i virus influenzali. Il cortisolo ottiene questo risultato alterando il profilo delle citochine e quindi sopprimendo IL-12 che induce la differenziazione di una cellula T CD4 preferibilmente in una cellula effettrice T helper di tipo 1 (Th1), e favorendo invece il rilascio di  IL-4 e IL-10 che induce una differenziazione in una cellula effettrice T helper 2 (Th2). Queste ultime due citochine peraltro svolgono un’azione inibitoria sulla differenziazione Th1, consentendo uno sbilanciamento della risposta immunitaria in senso Th2.

Cosa fare per mantenere efficiente il sistema immunitario?

rappresentazione difesa dai virus influenzali
Per fortuna si può fare molto per potenziare le difese immunitarie. Prima di tutto bisogna identificare e correggere gli aspetti legati allo stile di vita o ambientali che nuocciono al sistema immunitario. Inoltre bisogna assicurarsi che il fabbisogno dei nutrienti indispensabili per il buon funzionamento del sistema immunitario sia coperto abbondantemente dall’alimentazione quotidiana, e lì dove, dopo una corretta indagine di laboratorio, si verificassero delle carenze, si potrà integrare la/le sostanze identificate mediante l’utilizzo di fitoterapici a base di vitamine, minerali e antiossidanti.

Ora passeremo in rassegna alcune sostanze che più di tutte sono in grado di stimolare il corretto funzionamento del sistema immunitario e gli alimenti che li contengono in maggior quantità.

La prima sostanza in grado di stimolare il sistema immunitario è sicuramente la Vitamina C nella forma di Ascorbato presente soprattutto nel Limone, le cui proprietà immunostimolanti comprendono la capacità di stimolare la produzione e la mobilitazione dei linfociti in caso di infezione, di aumentare i livelli di interferone, la risposta anticorpale e la secrezione di ormoni timici. Inoltre è stato dimostrato da un team della Università dell’Alabama (Huntsville) che è in grado di ridurre i livelli plasmatici di cortisolo.

Un’altra sostanza molto utile nello stimolare il sistema immunitario e soprattutto nel combattere le infezioni virali è il Trans resveratrolo, una fitolessina presente soprattutto nella buccia dell’uva e in misura maggiore negli estratti di una pianta asiatica (Polygonum Cuspidatum) che è composta per il 95% da questa molecola. Le piante la producono per difendersi dalle infezioni batteriche e virali. La sua funzione è quella di andare a bloccare a livello cellulare l’assemblaggio del genoma virale con il capside durante la fase di replicazione, questo è reso possibile dal fatto che il trans-resvelatrolo blocca la kinasi che attiva a sua volta il fattore di trascrizione NF-kB come dimostrato nello studio di Anna T. Palamara, et All del (2005).

Poi c’è la Vitamina D, gia ampiamente riconosciuta come sostanza che partecipa a numerosi processi chiave dell’organismo, tra cui il più noto è il metabolismo del calcio e del fosfato, ma che recentemente ha mostrato di svolgere un altro ruolo molto importante, vale a dire quello di modulare l’attività del sistema immunitario, promuovendola, quando è necessario contrastare le infezioni, attenuandola, quando invece è eccessiva e dà luogo a malattie infiammatorie croniche o autoimmuni. La conferma che la vitamina D può esercitare queste attività immunoregolatoria è venuta dal riscontro della presenza di recettori in grado di legare il suo metabolita 1,25(OH)2D su numerose cellule del sistema immunitario, come monociti, macrofagi e cellule del timo (piccolo organo presente al centro del torace nel quale avviene la maturazione dei linfociti T). Essendo una vitamina liposolubile e quindi capace di accumularsi nell’organismo, e molto importante, prima di intraprendere un’integrazione con questa sostanza, verificare i livelli sierici in quanto il suo eccesso potrebbe portare a disturbi superiori rispetto a quelli che sono gli effettivi vantaggi.

Un’altra sostanza molto utile è l’Echinacea, una pianta originaria del Nordamerica appartenente alla famiglia delle Composite (Asteracee), ha un effetto immunostimolante ed equilibrante del sistema immunitario. Alcune ricerche hanno dimostrato che agisce meglio come rinforzo del sistema immunitario se abbinata con estratti di piante come la rosa canina o la thuya occidentalis (albero della vita).

Tra le sue azioni sul sistema immunitario troviamo:

      • Attivazione dei fagociti che diventano più propensi e voraci nei confronti di corpi estranei.
      • Aumento della produzione di alcuni linfociti T.
      • Aumento della produzione di interleuchina 2.
      • Aumento delle difese aspecifiche (sistema immunitario acquisito).

L’ultima sostanza che trattiamo in questa elenco è un minerale, vale a dire il selenio, per il quale uno studio condotto dai ricercatori dell’Università della North Carolina ha evidenziato come una deficienza nell’assunzione di selenio possa promuovere lo sviluppo di virus influenzali, oltre ad aggravare i danni prodotti dal virus. Negli esperimenti, sono stati esposti al virus dell’influenza umana alcuni topi divisi in due gruppi, a seconda che fossero nutriti con una dieta povera o ricca di selenio. I primi hanno sviluppato infezioni polmonari molto più serie e durature rispetto agli altri.

Infine, sempre in ottica di prevenzione, oltre alle sostanze sopraindicate che come abbiamo visto svolgono un’azione diretta sulle cellule del sistema immunitario, un’altra strategia molto utile può essere quella di preservare una corretta funzionalità intestinale. L’intestino è sede della più importante stazione immunitaria del corpo, in quanto rappresenta la principale interfaccia di passaggio dall’ambiente esterno a quello interno dell’organismo, pertanto dopo aver valutato la presenza di eventuali squilibri, per preservare la sua piena funzionalità, si potrebbe agire con:

        • Probiotici o prebiotici per migliorare l’equilibrio della flora batterica,
        • Prodotti a base di L-Glutammina che concorre a migliorar la riparazione e il ricambio cellulare, in modo da ripristinare il normale effetto barriera, inoltre agisce anche sul sistema immunitario in quanto funge da metabolita energetico per le cellule immunitarie (linfociti e macrofagi) che ci proteggono dalle infezioni.

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Bibliografia:

Besedovsky H.O., del Rey, A. (2001) Cytokines as mediators of central and periferal immune-

neuroendocrine interactions, in Ader R. Felten D., Cohen N., Psychoneuroimmunology,

III edizione, Academic Press, San Diego.

American Chemical Society. “Scientists Say Vitamin C May Alleviate The Body’s Response To Stress.” ScienceDaily. ScienceDaily, 23 August 1999.

Anna T. Palamara, Lucia Nencioni, Katia Aquilano, Giovanna De Chiara, Leyanis Hernandez, Federico Cozzolino, Maria R. Ciriolo, Enrico Garaci. Inhibition of Influenza A Virus Replication by Resveratrol.The Journal of Infectious Diseases, Volume 191, Issue 10, 15 May 2005, Pages 1719–1729,

Lamprecht M, Bogner S, Schippinger G, Steinbauer K, Fankhauser F, Hallstroem S, et al. Probiotic supplementation affects markers of intestinal barrier, oxidation, and inflammation in trained men; a randomized, double-blinded, placebo-controlled trial. J Int Soc Sports Nutr (2012) 9(1):45. doi:10.1186/1550-2783-9-45

RadhaKrishna Rao and Geetha Sama. Role of Glutamine in Protection of Intestinal Epithelial Tight Junctions. J Epithel Biol Pharmacol. 2012 Jan; 5(Suppl 1-M7): 47–54.Published online 2011 Aug 22. doi: 10.2174/1875044301205010047

Permeabilità intestinale? Chiariamoci le idee

La barriera intestinale

rappresentazione permeabilità intestinale

L’intestino rappresenta l’ultima porzione del nostro apparato digerente e viene definito anche secondo cervello, grazie alla presenza di un vero e proprio sistema nervoso presente nello spessore della sua parete. E’ l’area più estesa dell’organismo (lungo circa 7 metri), ed è sede della più importante stazione immunitaria del corpo, in quanto rappresenta la principale interfaccia di passaggio dall’ambiente esterno a quello interno dell’organismo. La parete del lume intestinale è organizzata come un sistema a più strati, che ha il compito di prevenire l’adesione batterica, regolare la diffusione para cellulare verso i tessuti dell’ospite sottostanti, e di discriminare tra i microorganismi commensali e quelli patogeni, organizzando la tolleranza immunologica verso i commensali e la risposta immune verso i patogeni. La barriera superficiale inizia dal microbiota residente che compete con i patogeni per guadagnarsi spazio e risorse energetiche, elaborare le molecole necessarie all’integrità mucosale e modulare il comportamento immunologico della barriera profonda. Il livello successivo è rappresentato dallo strato di muco, che separa il contenuto endoluminale dagli strati più interni e contiene prodotti antimicrobici e IgA secretorie. Al di sotto del muco, è presente un monostrato di cellule epiteliali gli Enterociti, unite strettamente tra loro da giunzioni serrate (in inglese tight junction), e che gli permettono di costituire una barriera fisica efficace nell’assorbire i nutrienti, ma altrettanto efficace nell’ impedire alla maggior parte delle molecole e dei germi più grandi di passare dall’interno dell’intestino nel flusso sanguigno e potenzialmente causare così diverse problematiche.

La permeabilità intestinale

Molteplici fattori, legati per lo più allo stile di vita e all’alimentazione, sono in grado di ridurre la selettività della barriera intestinale, determinando così l’insorgenza della cosiddetta “sindrome dell’intestino gocciolante”, leaky gut syndrome (1). In questa condizione, le strette giunzioni delle cellule intestinali subiscono un’alterazione tale da consentire il passaggio di molecole non self e quindi potenzialmente pericolose, che possono causare o contribuire alla comparsa dei seguenti sintomi:

  • diarrea cronica, costipazione o gonfiore;
  • infezioni genitourinarie ricorrenti;
  • Fatica cronica;
  • problemi della pelle, come acne, eruzioni cutanee o eczema;
  • dolori articolari;
  • infiammazione diffusa;
  • Reazioni di ipersensibilità e Intolleranze.
rappresentazione stato permeabilità intestinale

Patologie associate alla sindrome dell’intestino permeabile

La letteratura scientifica ha confermato che la presenza di processi infiammatorio cronici in seguito all’aumento della permeabilità intestinale, si pone come base, in persone predisposte, per l’istaurarsi di diverse condizioni patologiche(2),(3),(4), come:

  • Morbo Celiaco
  • Diabete mellito di tipo 1
  • Asma
  • Sclerosi multipla
  • Malattie infiammatorie croniche intestinali
  • Spondilite anchilosante
  • Obesità
  • Epatopatia steatosica non-alcolica (Non-Alcoholic Fatty Liver Disease, NAFLD)
  • Psoriasi

Insomma si verifica un effetto domino con conseguenze a volte irrimediabili.

Fattori che portano all’instaurarsi della permeabilità intestinale

Le principali cause di un’alterazione della funzionalità della barriera intestinale sono:

  • Diete squilibrate;
  • il cambiamento nella composizione del microbiota (disbiosi);
  • l’uso dei farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS);
  • i chemio e radioterapici;
  • l’alcol;
  • lo stress;
  • l’infiammazione sistemica;
  • le infezioni.

Come identificare e misurare la permeabilità intestinale?

Partendo da studi sul colera e poi, successivamente a quelli, sul morbo celiaco, il medico italiano Alessio Fasano ha scoperto l’esistenza di una proteina chiamata zonulina (5) un precursore dell’aptoglobina 2, una molecola antichissima prodotta solo dalla specie umana che innesca una  serie  di  modificazioni  che  conducono al riarrangiamento  del  citoscheletro,  con conseguente segnale di apertura delle giunzioni strette (tight junctions). Questa scoperta ci ha permesso di sviluppare un Test in grado di misurare questo metabolita nelle feci la cui concentrazione oltre i limiti è misura diretta della presenza di permeabilità intestinale.

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Cosa fare in caso di permeabilità intestinale?

L’alimentazione è la prima arma in nostro possesso per la gestione o il miglioramento della sintomatologia legata alla permeabilità intestinale.  Esistono cibi che promuovono l’infiammazione e cibi che la attenuano:  tra questi ultimi citiamo la carne magra e il pesce, le patate, il riso, la frutta e la verdura (da preferire quella ricca di fibre solubili come carote, melanzane, zucchine, mele, pere, susine e la frutta secca), cereali integrali tra cui l’avena, e tanta acqua. I cibi pro infiammatori sono invece: tutto ciò che è lievitato o fermentato, compresi gli alcolici, il caffè, il tè, i cibi grassi. Inoltre risulta opportuno monitorare le allergie alimentari e le intolleranze, inclusa la sensibilità al glutine non celiaca in modo da poter seguire la dieta più adatta alle proprie esigenze. Per chi soffre di permeabilità  intestinale  è  sempre  utile  integrare  anche  con  probiotici  o prebiotici (6) (fibre a base di Frutto-Oligo-Saccaridi e Inulina) per migliorare l’equilibrio della flora batterica. Altri integratori utili possono essere quelli a base di L-Glutammina (7) che concorre a migliorar la riparazione e  il ricambio  cellulare, insieme  a  importanti  vitamine  e  minerali  come  zinco,  iodio,  selenio, vitamine  del  gruppo  B  e vitamina A che contribuisce al mantenimento di mucose sane; da non dimenticare l’utilità degli antiossidanti e di antiinfiammatori naturali (Aloe, curcuma, ecc.) . E’ inoltre importante scegliere la giusta attività fisica, per migliorare il transito intestinale (camminata, yoga, pilates, shiatsu, ad esempio).

“Il primo passo per contrastare questa condizione è sapere di esserne affetto!” Rivolgiti al centro specialistico più vicino a te.

BIBLIOGRAFIA

  1. Green P, Jones R. Celiac Disease: A Hidden Epidemic. New York, NY: Harper Collins; 2006:98.
  2. Barbara G. et al., Mucosal permeability and immune activation as potential therapeutic targets of probiotics in irritable bowel syndrome. J Clin Gastroenterol. 2012 Oct;46 Suppl:S52-5.
  3. Lerner A, Matthias T. Changes in intestinal tight junction permeability associated with industrial food additives explain the rising incidence of autoimmune disease. Autoimmun Rev. 2015;14(6):479-489.
  4. TEDDY Study Group. The Environmental Determinants of Diabetes in the Young (TEDDY) Study. Ann N Y Acad Sci. 2008 Dec;1150:1-13. doi: 10.1196/annals.1447.062.
  5. Fasano A. Intestinal permeability and its regulation by zonulin: diagnostic and therapeutic implications. Clin Gastoenterol H. 2012;10(10):1096-1100.
  6. Lamprecht M, Bogner S, Schippinger G, Steinbauer K, Fankhauser F, Hallstroem S, et al. Probiotic supplementation affects markers of intestinal barrier, oxidation, and inflammation in trained men; a randomized, double-blinded, placebo-controlled trial. J Int Soc Sports Nutr (2012) 9(1):45. doi:10.1186/1550-2783-9-45
  7. RadhaKrishna Rao and Geetha Sama. Role of Glutamine in Protection of Intestinal Epithelial Tight Junctions. J Epithel Biol Pharmacol. 2012 Jan; 5(Suppl 1-M7): 47–54.Published online 2011 Aug 22. doi: 10.2174/1875044301205010047

I consigli alimentari e fitoterapici presenti nell’articolo devono intendersi al solo scopo formativo. Tali informazioni non devono mai sostituire la consulenza personalizzata di un medico. Pertanto, ogni decisione presa sulla base di queste indicazioni dev’essere intesa come personale e secondo propria responsabilità.