Intolleranza al Lattosio: Diagnosi e Trattamento

Cos’è l’ intolleranza al lattosio?

Si definisce intolleranza al lattosio, o più correttamente, mal digestione di ­lattosio, una condizione caratterizzata da ­disturbi gastrointestinali che ­insorgono dopo ­l’ingestione di alimenti contenenti ­questo zucchero, generata dalla mancata ­produzione da parte delle cellule ­intestinali del duodeno dell’enzima lattasi ­deputato alla scissione del lattosio in glucosio e ­galattosio che sotto questa forma ­possono essere assorbiti.

L’ intolleranza al lattosio è la forma più ­comune di malassorbimento dei ­carboidrati e colpisce persone di ogni età. la carenza interessa circa il 70% della popolazione mondiale in età adulta e può manifestarsi sia in età adolescenziale, sia direttamente in età adulta. Questa condizione è quindi molto diffusa, e rappresenta di fatto la norma tranne che in Nord Europa o in Nord America, dove il fenotipo mutante della persistenza della lattasi in età adulta è al contrario il più diffuso.

Le persone spesso sono inconsapevoli della ­causa di questa loro sofferenza, con una sequenza di disturbi gastrointestinali che spesso ­disorienta il medico, ­inducendolo a prescrivere farmaci inappropriati in mancanza di una precisa diagnosi di ­intolleranza al lattosio.

Quali sono i sintomi correlati all’ intolleranza al lattosio?

I sintomi di solito compaiono dopo breve tempo rispetto all’assunzione di lattosio, circa 2 ore, e sono provocati dalla fermentazione del lattosio indigerito a livello della flora batterica intestinale.

I sintomi più frequenti associati a questa condizione sono:

  • meteorismo
  • dolori e crampi addominali
  • diarrea
  • distensione addominale
  • Flatulenza

La gravità del sintomo può essere diversa in base al quantitativo assunto o al grado di intolleranza.

Dove si trova il lattosio?

Il lattosio si trova naturalmente nel latte, nello yogurt e nei formaggi freschi. Per le sue caratteristiche, viene molto utilizzato nell’industria alimentare come ingrediente e/o additivo in diversi prodotti e preparazioni (es. caramelle, cioccolato al latte, gelato, burro, creme e salse, purè, sughi, prodotti da forno, salumi, alimenti in scatola ecc).
donna latte intolleranza al lattosio

Come eseguire una diagnosi di intolleranza al lattosio

L’esame diagnostico Gold Standard utilizzato per confermare o meno l’ intolleranza al lattosio è il Test del respiro anche detto “breath test. L’esecuzione del test del respiro è semplice e non invasiva ed è quindi sicura per il paziente e per l’operatore. L’esame consiste in una raccolta di campioni di aria espirata ad intervalli regolari, prima e dopo l’ingestione di lattosio sciolto in acqua.

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Come funziona il Breath Test al Lattosio?

Per poter comprendere a pieno cosa ­valuta il test è doveroso fare una ­precisazione su come avviene il processo di digestione del Lattosio.

In condizioni normali, come abbiamo visto prima il lattosio dopo ­l’ingestione viene scisso dalla lattasi ­intestinale in glucosio e galattosio che ­vengono assorbiti a livello digiuno-ileale; nel caso in cui però vi sia una carenza di ­lattasi, il lattosio raggiunge il colon inalterato dove viene fermentato dalla flora ­batterica producendo vari gas tra cui ­idrogeno e anidride carbonica che in ­parte ­passano nel circolo ematico e ­vengono eliminati attraverso l’aria espirata dai ­polmoni. Ed è ­proprio questo il ­principio su cui si basa il Breath Test al Lattosio. Infatti con questo esame si misura la quantità di ­idrogeno presente nell’aria alveolare ­espirata dai soggetti sottoposti a questo test che è ­misura diretta di una condizione di ­maldigestione dello zucchero.

I test più qualitativi però, oltre a ­rilevare la quantità di idrogeno (H2) presente ­nell’espirato del ­paziente, come ulteriori parametri qualitativi in termini diagnostici rilevano anche il metano (CH4) e l’andidride carbonica (CO2).

Questi aspetti sono importanti in ­quanto esiste la possibilità che alcuni pazienti, come risposta alla fermentazione dello ­zucchero, producano metano ­piuttosto che idrogeno o una combinazione dei due gas, aspetto che non verrebbe ­rilevato con i normali strumenti generando dei falsi negativi. Inoltre, valutare anche ­l’anidride carbonica permette di vedere se il ­prelievo di espirato è stato fatto correttamente all’interno della sacca.

L’esito del test viene considerato positivo se l’incremento di idrogeno in uno degli espirati successivi, è di almeno 20 ppm (parti per milione) rispetto al valore rilevato nel 1° prelievo di espirato, oppure se l’incremento di metano in uno degli espirati successivi, è di almeno 12 ppm (parti per milione) rispetto al valore rilevato nel 1° prelievo di espirato.

Per far sì che i risultati del test non siano falsati, è necessario rispettare una precisa preparazione alla raccolta che consiste nel rispettare una dieta “leggera” il giorno prima del test e, ad esempio, evitare l’uso di lassativi, antibiotici e fermenti lattici nei dieci giorni precedenti all’esame.

Trattamento

Se l’esame ha dato esito positivo, per ridurre la sintomatologia è necessario eliminare dalla dieta le fonti di lattosio. Oggi la vasta gamma di prodotti senza lattosio o delattosati presenti sul mercato permette ai soggetti intolleranti di non rinunciare al latte e ai suoi derivati. Si raccomanda alle persone intolleranti un’attenta lettura dell’elenco degli ingredienti riportato obbligatoriamente nelle etichette degli alimenti.

Ad oggi in Italia, l’indicazione “senza lattosio” può essere impiegata per latti e prodotti lattiero-caseari, ma anche per altri prodotti contenenti ingredienti e/o additivi lattei, con un residuo di lattosio inferiore a 0,1 g per 100 g o 100 ml. I prodotti con tale indicazione sono accompagnati anche dall’informazione sulla specifica soglia residua di lattosio con modalità del tipo “meno di”. La soglia indicata deve risultare comunque inferiore a 0,1 g per 100 g o 100 ml.

Per poter fornire un’informazione più precisa e completa al consumatore, i prodotti delattosati “senza lattosio” o “a ridotto tenore di lattosio” riportano in etichetta anche l’indicazione del tipo “Il prodotto contiene glucosio e galattosio in conseguenza della scissione del lattosio”.

Nel caso, a volte non si riesca a fare a meno di assumere latte o derivati, può essere utile assumere prima di mangiare enzimi contenenti lattasi.

Fonti

  • https://www.issalute.it Istituto Superiore di Sanità
  • https://www.salute.gov.it Ministero della Salute
  • https://sinu.it/ Società Italiana Nutrizione Umana
  • Scientific Opinion on lactose thresholds in lactose intolerance and galactosaemia. EFSA Journal 2010;8(9):1777
  • Deng Y, Misselwitz B, Dai N, Fox M. Lactose Intolerance in Adults: Biological Mechanism and Dietary Management. Nutrients. 2015 Sep 18;7(9):8020-35.
  • Swallow DM. Genetics of lactase persistence and lactose intolerance. Annu Rev Genet.

Cosmofarma 2022: La Farmacia dei servizi è realtà – La Farmacia 4.0

Cosmofarma 2022: La Farmacia dei servizi è realtà – La Farmacia 4.0

La pandemia sembra fortunatamente al capolinea, se vogliamo trovare una nota positiva di questo periodo, possiamo dire che in questi 2 anni si è finalmente aperto il sipario sulla farmacia dei servizi.

È ormai imprescindibile che la farmacia rappresenti il primo punto di riferimento della salute sul territorio e quindi che bisogna investire nei servizi da offrire al cittadino.

In questo periodo la farmacia, se da un lato deve ancora affrontare il carico di lavoro dovuto all’esecuzione di tamponi e vaccini, dall’altro deve cercare di mettere le basi per mantenere questo ruolo di primo presidio sanitario anche dopo la pandemia, inserendo servizi innovativi mirati alla prevenzione e alla salute del cittadino.

E’ proprio in questo contesto che si inseriscono i servizi diagnostici e nutrizionali NatrixLab come elementi strategici di sviluppo della Farmacia 4.0.

La presenza di NatrixLab a Cosmofarma 2022 ha l’obiettivo di mostrare dal vivo come valorizzare, grazie ai servizi, il ruolo della farmacia.

Il concept della nuova Farmacia 4.0 si concentra nel realizzare nuovi spazi all’interno della farmacia dedicati ai servizi, più funzionali ad accogliere i bisogni dei clienti sempre più esigenti.

NatrixLab ha realizzato nel proprio stand vari spazi dedicati rappresentando varie concezioni di utilizzo dei servizi all’interno di una farmacia.

  • Uno degli aspetti più importanti è l’utilizzo di servizi diagnostici in farmacia, per poter proporre alla propria clientela delle vere e proprie analisi di laboratorio certificate mirate alla prevenzione e al benessere del paziente. A questo proposito nel proprio stand NatrixLab propone un nuovo studio dello spazio espositivo, abbinando i prodotti delle diverse category della farmacia ai servizi diagnostici correlati.
  • Il secondo spazio è rivolto al corner dei servizi, si tratta di realizzare un vero e proprio spazio con relativa privacy in cui poter erogare servizi attraverso professionisti della salute. In merito a questo NatrixLab oltre alla diagnostica propone il servizio NU.NA, ovvero il Nutrizionista Natrix in Farmacia, che effettua visite nutrizionali e di controllo seguendo i pazienti della farmacia. La presenza territoriale del Nutrizionista Natrix si completa con il servizio in telemedicina erogato attraverso la piattaforma Telenutrizione, in cui il Nutrizionista oltre a visitare fisicamente il paziente, può monitorare online in diretta i comportamenti alimentari dei pazienti
  • Il terzo spazio è rivolto al tema Workshop, uno spazio polivalente con sedie e monitor in cui la farmacia possa organizzare delle giornate formative per la propria clientela, per poter avvicinarsi sempre di più alle persone ed elevare la propria figura a “Consulente della Salute”.
  • Un quarto spazio è rivolto alle novità inserite nell’ultimo anno in termini di test diagnostici a disposizione per la farmacia. NatrixLab infatti, è lieta di comunicare e presentare a Cosmofarma 2022 il lancio di nuovi test e il restyling di alcuni test già presenti:
    • Nuovo Food Intolerance Test: nuovo referto che contiene oltre ai risultati del test, anche il protocollo di recupero della tolleranza alimentare
    • Nuovo Inflora Scan: è stata aggiunta la ricerca di alcune tipologie di candida
    • Breath test Lattosio: il test più affidabile e non invasivo per valutare l’intolleranza al lattosio
    • Breath test Glucosio: il test più affidabile e non invasivo per la ricerca di S.I.B.O. (small intestinal bacterial overgrowth)
    • Breath test Lattulosio: per valutare il tempo di transito oro-cecale e la ricerca di S.I.B.O. (small intestinal bacterial overgrowth)
    • Breath test Urea: – per la ricerca di infezione da Helicobacter Pylori
    • DAO test + Dosaggio Istamina – per valutare la presenza di un’intolleranza all’istamina e il dosaggio dell’istamina in circolo
    • Nuovo Vita d Check: nuovo sistema di prelievo per eseguire l’esame

L’unione quindi di servizi diagnostici e nutrizionali e le consulenze sulla salute eleva il posizionamento della Farmacia, che diventa ancor di più il primo presidio sanitario del territorio e l’unico ad occuparsi di prevenzione e benessere del cliente.

Venga a trovarci al nostro stand C3-D4 padiglione 29 per conoscere le nostre soluzioni!

Orari visita:

  • venerdì 13 maggio: 9.00-18.00
  • sabato 14 maggio: 9.00-18.00
  • domenica 15 maggio: 9.00-17.00

Se non avesse ancora fatto il biglietto può accedere all’area biglietteria di Cosmofarma cliccando qui

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Celiachia: cos’è e come si effettua la diagnosi

Cos’è la Celiachia

La Celiachia, o malattia celiaca, è una patologia multifattoriale cronica, di tipo autoimmune, che provoca una reazione immunitaria dell’organismo causata dall’assunzione di glutine.

Si tratta di un’enteropatia infiammatoria permanente che provoca il danneggiamento della mucosa intestinale fino all’atrofia dei villi, con conseguente malassorbimento dei nutrienti. Il danno intestinale può causare perdita di peso, gonfiore e talvolta diarrea. Il malassorbimento in particolare di vitamine e oligoelementi può causare danni a diversi organi tra cui sistema nervoso, sistema scheletrico, apparato riproduttivo, sistema sanguigno.

Esistono diversi tipi di malattia celiaca:

  1. Forma tipica o classica: esordisce nei primi 6-24 mesi dalla nascita, poco dopo l’inizio dello svezzamento. Essa è caratterizzata da diarrea, dolori addominali, meteorismo, inappetenza e vomito.
  2. Forma atipica: esordisce in fase tardiva, ma anche in età adulta ed è caratterizzata da forti dolori addominali, associati a sintomi extra-intestinali quali anemia, che comporta stanchezza cronica e spossatezza, osteopenia, dermatite erpetiforme, anoressia, comparsa recidiva di afte, alterazioni dello smalto dentale, stipsi, alopecia, carenza di oligoelementi e altri nutrienti. Nei bambini questi sintomi da malassorbimento possono portare a rachitismo, bassa statura e ritardo nello sviluppo dei caratteri sessuali secondari durante la pubertà.
  3. Forma silente: non sussistono sintomi particolari, e viene riscontrata nei gruppi a rischio per familiarità, oppure in individui affetti da altre patologie autoimmuni.
  4. Forma latente: nessun sintomo percepito e nessun danno alla barriera intestinale rilevato, ma i risultati sierologici sono positivi. Questa forma si può presentare ed evolvere in celiachia conclamata a distanza di tempo ed è quindi consigliabile effettuare monitoraggi e controlli periodici in questi soggetti a rischio.

L’incidenza della Celiachia in Italia è stimata in 1 soggetto su 100.

Glutine: cos’è e dove si trova

Il glutine è un complesso proteico costituito da due classi di proteine: glutenine e prolamine. Tale complesso di proteine è contenuto in alcuni cereali quali: frumento, farro, orzo, segale, monococco, Kamut (grano khorasan) spelta, triticale, avena in chicchi. Ad oggi, l’avena risulta ancora annoverata tra gli allergeni contenenti glutine, questo perché può essere contaminata, anche se si ritiene che naturalmente non ne contenga. La condizione necessaria per essere consumata e impiegata come ingrediente nei prodotti senza glutine è quella di avere un contenuto di glutine inferiore ai 20 ppm.
alimenti senza glutine celiachia

Altre problematiche legate all’assunzione di glutine: la Sensibilità al glutine (Gluten Sensitivity) e l’allergia al grano

Oltre alla Celiachia esistono altre due condizioni verso gli alimenti contenenti glutine:

  • L’allergia al grano: è una reazione allergica IgE mediata alle proteine di alcuni componenti del grano (non solo il glutine). Ogni volta che il soggetto assume il grano, il sistema immunitario entra in azione, riconoscendo e attaccando le proteine in questione e attivando così la liberazione di una serie di sostanze tra cui in particolare l’istamina) responsabili dei sintomi allergici.
  • La Sensibilità al Glutine (Gluten sensitivity): definita anche sensibilità al glutine non celiaca, è una condizione che si stima interessi dal 6 all’8% della popolazione, e riguarda soggetti che soffrono di disturbi legati all’assunzione di glutine, ma non sono né celiaci né allergici al frumento. Spesso viene riscontrata in chi soffre di colon irritabile e infiammazioni intestinali, poiché più facilmente il cibo non completamente digerito entra in contatto con l’immunità e scatena una risposta infiammatoria. A differenza della celiachia, nella sensibilità al glutine la sintomatologia è più riconducibile a quella data dalle reazioni avverse agli alimenti IgG mediate, le cosiddette ‘allergie ritardate’, o più conosciute ma impropriamente definite ‘intolleranze alimentari’.

Come si effettua la diagnosi di Celiachia e valutazione della predisposizione genetica

Gli esami a disposizione del Medico per porre diagnosi di Celiachia comprendono: esami sierologici di primo livello, e in caso di risultati positivi, gastroscopia con biopsia a livello del duodeno.

A tal proposito Il Gluten Sensitivity & Celiac Test è uno screening sierologico che permette di valutare un fondato sospetto di celiachia attraverso l’analisi di marcatori altamente sensibili e specifici come le IgA totali, IgA o IgG Anti-Transglutaminasi, inoltre permette di valutare eventuali sospetti di sensibilità al glutine non celiaca attraverso la valutazione di due marcatori che ad oggi sono considerati i più sensibili per valutare questa condizione, come le IgA e IgG Anti-Gliadina.

Ricordiamo anche che Il glutine non va mai escluso totalmente dalla dieta senza aver prima effettuato gli accertamenti previsti per la Celiachia.

Esiste anche una predisposizione genetica alla patologia, dovuta ad un particolare assetto di HLA: HLA DQ2 e HLA-DQ8. È possibile valutare questi poliformismi attraverso un test genetico che viene eseguito tramite con una metodica real time PCR, tramite un prelievo di tampone buccale.

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Consigli di trattamento

Non esiste una cura per la Celiachia, ma seguire una scrupolosa alimentazione senza glutine è l’unica indicazione per gestire i sintomi e promuovere la guarigione intestinale. Oltre all’eliminazione degli alimenti che contengono glutine dalla dieta, è molto importante adottare rigidi comportamenti per ridurre al minimo il rischio di contaminazione di posate, stoviglie e degli alimenti stessi.

L’Associazione Italiana Celiachia (AIC) realizza e mantiene aggiornata, con l’aiuto di esperti del settore, una “classificazione” delle tipologie di alimenti in riferimento al rischio di contenere glutine.

  • ALIMENTI PERMESSI: alimenti che possono essere consumati liberamente, in quanto naturalmente privi di glutine o appartenenti a categorie alimentari non a rischio per i celiaci, poiché nel corso del loro processo produttivo non sussiste rischio di contaminazione.
  • ALIMENTI A RISCHIO: alimenti che potrebbero contenere glutine in quantità superiore ai 20 ppm o a rischio di contaminazione e per i quali è necessario conoscere e controllare gli ingredienti ed i processi di lavorazione. I prodotti di queste categorie che vengono valutati come idonei dall’AIC vengono inseriti nel Prontuario AIC degli Alimenti.
  • ALIMENTI VIETATI perché contengono glutine

Questa classificazione viene chiamata “ABC della dieta dei celiaci” ed ha l’obiettivo di semplificare l’accesso sicuro ai prodotti. Viene utilizzata sia dalle famiglie dei pazienti celiaci, sia dai ristoratori che offrono pasti senza glutine, sia dai professionisti della salute, ed è basata sull’analisi dei processi produttivi da parte di tecnici esperti. Il mercato alimentare è in costante evoluzione, da un lato per seguire le esigenze dei consumatori, dall’altro perché i processi produttivi si evolvono e migliorano, ed è possibile che nel tempo l’ABC subisca modifiche.

Quando introdurre il glutine durante l’alimentazione complementare (svezzamento)

Il glutine può essere introdotto fin dall’inizio dello svezzamento. Le linee guida sull’inizio dell’alimentazione complementare consigliano l’introduzione di alimenti contenenti glutine fin dalle prime fasi dello svezzamento, già a partire dai 4 mesi e non oltre i 12 mesi di vita. La Società Europea di Gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione Pediatrica afferma che l’introduzione del glutine in questa fascia d’età, non aumenta il rischio di celiachia negli anni successivi. Al momento dello svezzamento potremmo non sapere se nostro figlio ha la predisposizione genetica allo sviluppo di celiachia, per cui è bene fare maggiore attenzione in presenza di un parente di primo grado celiaco, ma anche in questo caso è consigliato non superare i 12 mesi d’età per la sua introduzione nella dieta dei bambini.

Bibliografia

  • European Society of Paediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition https://www.espghan.org
  • Associazione Italiana Celiachia (AIC) https://www.celiachia.it
  • Caio G, Volta U, Tovoli F, De Giorgio R. Effect of gluten free diet on immune response to gliadin in patients with non-celiac gluten sensitivity.BMC Gastroenterol. 2014 Feb 13;14:26.
  • Catassi C, Bai JC, Bonaz B, Bouma G, Calabrò A, Carroccio A, Castillejo G, Ciacci C, Cristofori F, Dolinsek J, Francavilla R, Elli L, Green P, Holtmeier W, Koehler P, Koletzko S, Meinhold C, Sanders D, Schumann M, Schuppan D, Ullrich R, Vécsei A, Volta U, Zevallos V, Sapone A, Fasano A. Non-Celiac Gluten sensitivity: the new frontier of gluten related disorders. Nutrients. 2013 Sep 26;5(10):3839-53. Review.
  • Volta U, Bardella MT, Calabrò A, Troncone R, Corazza GR; Study Group for Non-Celiac Gluten Sensitivity. An Italian prospective multicenter survey on patients suspected of having non-celiac gluten sensitivity.BMC Med. 2014 May 23;12:85.
  • Sapone A, Bai JC, Ciacci C, Dolinsek J, Green PH, Hadjivassiliou M, Kaukinen K, Rostami K, Sanders DS, Schumann M, Ullrich R, Villalta D, Volta U, Catassi C, Fasano A. Spectrum of gluten-related disorders: consensus on new nomenclature and classification. BMC Med. 2012 Feb 7;10:13.
  • Sapone A, Lammers KM, Casolaro V, Cammarota M, Giuliano MT, De Rosa M, Stefanile R, Mazzarella G, Tolone C, Russo MI, Esposito P, Ferraraccio F, Cartenì M, Riegler G, de Magistris L, Fasano A. Divergence of gut permeability and mucosal immune gene expression in two gluten-associated conditions: celiac disease and gluten sensitivity. BMC Med. 2011 Mar 9;9:23.
  • Giacomo Caio, Umberto Volta, Francesco Tovoli, Roberto De Giorgio. Effect of gluten free diet on immune response to gliadin in patients with non-celiac gluten sensitivity. BMC Gastroenterol. 2014; 14: 26. Published online 2014 February 13.

Il Microbiota Intestinale e le sue correlazioni

Cos’è il Microbiota?

Il microbiota intestinale è considerato un “organo invisibile” del corpo umano essenziale per la salute dell’ospite. Diversi compartimenti dell’organismo umano sono popolati da comunità microbiche. Il tratto gastrointestinale (GI) è il compartimento con più alta densità di microrganismi che vanno a costituire il “microbiota” di quel tratto, che essendo quello maggiormente rappresentato, ad oggi, è anche quello più studiato. Il genoma del microbiota intestinale è almeno 100 volte superiore a quello umano e si definisce “microbioma”.

Grazie a questo immenso patrimonio di geni, il microbiota intestinale svolge, con le sue funzioni costitutive e funzionali, un ruolo cruciale nell’impatto sullo stato di salute, agendo come barriera nei confronti dei microrganismi patogeni, modulando la risposta immunitaria ed esercitando funzioni metaboliche centrali nell’organismo ospite.

Come si origina?

L’ipotesi che alla nascita l’intestino del neonato sia sterile (“sterile womb paradigm“) è stata recentemente rivisitata (“in utero colonization“). Oggi si ritiene che l’intestino del neonato sia colonizzato da batteri provenienti prevalentemente dalla madre attraverso il parto naturale, ma anche dall’ambiente esterno, in caso di parto cersareo. La formazione del microbiota intestinale è un processo complesso ma continuo, influenzato da vari determinanti di variabilità sia endogeni che esogeni, che producono effetti immediati al momento del parto e possono protrarsi, almeno in parte, per diversi anni durante l’infanzia. In seguito all’inoculo batterico acquisito alla nascita avviene la differenziazione dei diversi ecosistemi microbici, in diversi distretti dell’organismo ospite, ma come tale differenziazione avvenga è argomento di grande discussione nella comunità scientifica. Sembra che gli ecosistemi microbici dell’ospite supportino la selezione di un gruppo di comunità ben adattate, differenziate a partire dalla comunità dell’inoculo colonizzante, mentre la genetica dell’ospite, insieme ad altre condizioni quali la modalità di parto, allattamento, svezzamento ecc. ne influenzino la composizione successiva, modulando le caratteristiche ambientali della nicchia ecologica. I primi colonizzatori (Enterobatteri) sono progressivamente sostituiti dai Bifidobatteri e da batteri appartenenti ai phyla Firmicutes e Bacteroidetes. L’introduzione di cibi solidi determina la comparsa dei beta-Proteobatteri.

Problematiche correlate all’equilibrio del microbiota

Variazioni nella composizione e nell’espressione genica del microbiota intestinale sono associate al rischio di insorgenza di varie patologie del tratto gastrointestinale (malattie infiammatorie croniche intestinali, sindrome del colon irritabile, celiachia, ecc.), ma sembrano coinvolte anche nella insorgenza e nella progressione di importanti malattie sistemiche non trasmissibili (allergie, malattie metaboliche, oncologiche, neurodegenerative e neuro-infiammatorie croniche ecc.). Evidenze scientifiche attuali supportano l’idea che composizione e attività del microbiota intestinale abbiano un ruolo cruciale nell’influenzare crescita, sviluppo, invecchiamento e malattia.

La dieta è uno dei fattori chiave responsabile della variabilità delle comunità microbiche intestinali capace di modulare le abbondanze relative dei vari gruppi microbici e le relative funzioni metaboliche. La conoscenza del profilo microbico individuale è dunque essenziale per la definizione di diete personalizzate. Allo stesso modo, è stato dimostrato che il microbiota intestinale può influenzare l’efficacia di trattamenti farmacologici; pertanto, la sua caratterizzazione può essere rilevante anche per il successo di strategie terapeutiche.

Gli studi sul microbiota intestinale evidenziano una elevata variabilità interindividuale e una apparente stabilità intraindividuale della comunità microbica che popolano il tratto gastrointestinale umano. Tali studi hanno consentito di differenziare situazioni di eubiosi, ovvero di microbiota in equilibrio, quindi in salute, da situazioni di disbiosi, ovvero di squilibrio del microbiota. In particolare, è stato possibile caratterizzare i profili disbiotici del microbiota nel contesto di patologie quali:

  • IBS
  • morbo di Crohn
  • coliti ulcerose
  • obesità
  • disfunzioni epatiche non alcol- correlate
  • diabete di tipo 1 e 2

Inoltre, sono oggi indagate potenziali relazioni tra una struttura alterata del microbiota intestinale e altri profili patologici, tra i quali:

  • i disordini dello spettro autistico
  • la sclerosi multipla
  • le patologie neurodegenerative
  • le malattie oncologiche.

Le alterazioni disbiotiche del microbiota generalmente coinvolgono la perdita di microrganismi “buoni” (principalmente produttori di acidi grassi a catena corta SCFA), l’aumento di patogeni opportunisti (come batteri mucolitici, produttori di idrogeno, metano e acido solfidrico, e proteobatteri con aumento dell’endotossina lipopolisaccaride (LPS) e/o un’ampia destrutturazione dell’ecosistema microbico, con conseguenze importanti sullo stato di salute dell’ospite, in termini di compromissione dell’integrità della mucosa intestinale, infiammazione acuta della mucosa stessa con traslocazione dei batteri e dei loro frammenti, effetti tossici sui colonociti, danno ossidativo, alterazione del pattern di citochine prodotte, e altri effetti a livello sistemico. Il riconoscimento di possibili segnali precoci di transizione da eubiosi a disbiosi è auspicabile come strumento preventivo futuro. Tuttavia, recenti meta-analisi suggeriscono che le disbiosi microbiche intestinali possono modificarsi nel tempo e che, pertanto, la caratterizzazione delle loro dinamiche è importante nella definizione di strategie terapeutiche personalizzate.

donna benessere microbiota intestinale

Come caratterizzare il Microbiota Intestinale

Per caratterizzare il microbiota intestinale esistono esami specifici che si possono eseguire attraverso un prelievo fecale, esistono 2 tipologie di esame:

  • Un’analisi quantitativa attraverso una coltura dei microorganismi che abitano fisiologicamente il nostro intestino, per valutare con un metodo diretto un’eventuale presenza di Disbiosi Intestinale
  • Un’analisi genetica ad alto contenuto tecnologico che grazie al sequenziamento massivo di seconda generazione (Next Generation Sequencing) caratterizza tutte le famiglie di batteri intestinali, fornendo indicazioni sullo stato di salute generale dell’individuo, del suo intestino e importanti spunti di approfondimento di tutte quelle che sono le correlazioni fisiopatologiche tra la popolazione microbica intestinale e i diversi organi e sistemi che con l’intestino comunicano costantemente.
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Bibliografia

  1. https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2800_allegato.pdf
  2. Adlerberth I, Wold AE. Establishment of the gut microbiota in Western infants. Acta Paediatr. 2009; 98(2):229-238. Review
  3. Craven et al., PLoS ONE 2012 | Volume 7 | Issue 7 | e4159
  4. Del Chierico F, Vernocchi P, Petrucca A, Paci P, Fuentes S, Praticò G, Capuani G, Masotti A, Reddel S, Russo A, Vallone C, Salvatori G, Buffone E, Signore F, Rigon G, Dotta A, Miccheli A, de Vos WM, Dallapiccola B, Putignani L. Phylogenetic and Metabolic Tracking of Gut Microbiota during Perinatal Development. PLoS One. 2015 Sep 2;10(9):e 0137347
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Calprotectina e infiammazioni intestinali

Cos’è la Calprotectina

La calprotectina è una proteina appartenente alla famiglia delle S100 ed è presente in grande quantità nei globuli bianchi (granulociti neutrofili e in quantità minore anche monociti e macrofagi attivati), si lega prevalentemente al calcio e allo zinco.

La struttura della calprotectina è costituita da una catena polipeptidica leggera e da due catene polipeptidiche pesanti e ha un peso molecolare totale di 36,5 kDa. Si tratta di una proteina con attività batteriostatica e micostatica paragonabile a quella degli antibiotici: per questo l’abbondanza di calprotectina nei granulociti neutrofili e la sua attività antimicrobica ne suggeriscono un ruolo rilevante nelle funzioni difensive dell’organismo.

Come valutare questo marcatore?

è possibile eseguire un esame di laboratorio che valuta il dosaggio della calprotectina fecale, che da evidenza della presenza di una eventuale infiammazione gastrointestinale.

La presenza di calprotectina infatti è stata riscontrata in molti materiali biologici: siero, saliva, liquido cerebrospinale, urine e feci ma è soprattutto nelle feci che il suo dosaggio offre notevoli vantaggi. Un aumento significativo della quantità di calprotectina eliminata con le feci è presente nelle persone con infiammazioni intestinali (Inflammatory Bowel Disease: IBD), di cui fanno parte il morbo di Crohn e la colite ulcerosa.

Durante il processo infiammatorio i globuli bianchi (granulociti) del sangue migrano dal circolo sanguigno nel lume intestinale attraverso la mucosa infiammata; rilasciano la calprotectina che, legata al calcio, diventa resistente all’attacco dei batteri intestinali. In questo modo questa proteina è eliminata intatta tramite le feci.

chi dovrebbe eseguire il test della calprotectina e perché è utile?

L’esame della calprotectina viene effettuato generalmente quando il paziente presenta:

  • Sangue nelle feci
  • Malassorbimento dei nutrienti
  • Diarrea, gonfiore e alterata consistenza delle feci
  • Crampi addominali persistenti
  • Febbre associata o meno ai crampi addominali

Il test ci permette di distinguere un’eventuale malattia infiammatoria intestinale (IBD) da altri disturbi intestinali di origine non infiammatoria, di monitorare la progressione di una malattia infiammatoria intestinale già diagnosticata e di individuare uno stato infiammatorio a livello intestinale.

Inoltre, il valore di calprotectina aumenta, oltre che in presenza di malattie infiammatorie intestinali, anche in caso di infezioni parassitarie o batteriche, e di tumori colon-rettali.

Per questo motivo è sempre molto importante eseguire un test specifico per valutarne il dosaggio.
nutrizionista consigli per riequilibrare la calprotectina

Consigli alimentari utili

L’alimentazione è la prima arma in nostro possesso per la gestione o il miglioramento della sintomatologia legata all’infiammazione intestinale. Esistono cibi che promuovono l’infiammazione e cibi che la attenuano: tra questi ultimi citiamo la carne magra e il pesce, le patate, il riso, la frutta e la verdura (da preferire quella ricca di fibre solubili come carote, melanzane, zucchine, mele, pere, susine e la frutta secca), cereali integrali tra cui l’avena, e tanta acqua.

I cibi proinfiammatori sono invece: tutto ciò che è lievitato o fermentato, compresi gli alcolici, il caffè, il tè, i cibi grassi. E’ opportuno ridurre anche il consumo di legumi e di verdura ad alto contenuto di fibre (broccoli, cavoli, lattuga, ad esempio).

Per chi soffre di infiammazione intestinale è sempre utile integrare anche con probiotici o prebiotici (fibre a base di Frutto-Oligo-Saccaridi e Inulina)

Masticare lentamente e gustarsi il cibo permette una migliore e più facile digestione, oltre che un minor rischio di aerofagia e formazione di aria nell’intestino.

Bibliografia

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Helicobacter Pylori: il batterio “nemico” dello stomaco

Cos’è l’Helicobacter Pylori e cenni storici

Helicobacter pylori è un batterio gram negativo, spiraliforme, isolato dagli scienziati Marshall e Warren.

Per tutto il secolo scorso si è ritenuto che l’ulcera fosse provocata prevalentemente dall’assunzione di cibi acidi o dallo stress.

Soltanto all’inizio degli anni Ottanta prende forma una nuova teoria, secondo cui l’origine dell’ulcera sarebbe prevalentemente infettiva. Nel 1982, i due medici australiani Robin Warren e Barry Marshall isolano per la prima volta un batterio, Helicobacter pylori, che sembra essere il miglior candidato per spiegare lo sviluppo dell’ulcera gastrica e duodenale. Soltanto nel 1994 il National Institute of Health (Nih) americano dichiara l’esistenza di una stretta associazione tra l’ulcera gastroduodenale e l’infezione da Helicobacter. Nel 1996 la Food and Drug Administration (Fda) approva negli Stati Uniti il primo trattamento antibiotico specifico.

Helicobacter pylori, una volta raggiunto lo stomaco, difficilmente viene raggiunto e attaccato dalle cellule del sistema immunitario, riuscendo così a colonizzare la mucosa gastrica nonostante il pH molto acido dello stomaco crei un ambiente generalmente ostile per la crescita batterica.

Il nostro stomaco, infatti, attraverso la produzione di acido cloridrico da parte di alcune cellule appositamente deputate, le cellule ossintiche (o parietali), ha proprio il compito di rendere il cibo più sicuro, eliminando l’eventuale presenza di batteri patogeni che potremmo introdurre con l’alimentazione. Il batterio Helicobacter pylori, invece, non solo riesce a sopravvivere alle condizioni estreme di acidità gastrica, ma grazie ad alcuni meccanismi propri, riesce a creare attorno a sé un microambiente alcalino che lo protegge e gli permette di colonizzare e proliferare in corrispondenza della mucosa gastrica.

Riesce a sopravvivere nell’ambiente gastrico grazie all’ureasi, un enzima che fa aumentare il pH circostante e riesce a penetrare lo strato mucoso più esterno e ad ancorarsi a quello che ricopre la parete interna dello stomaco, dove l’acidità è inferiore, grazie alla sua con conformazione ad elica, da cui prende il nome.

Dati dell’Istituto superiore di sanità stimano che Helicobacter pylori sia presente nello stomaco di circa 25 milioni di italiani, ma la presenza di H. Pylori nel tratto gastrico non è sempre legata a conseguenze dal punto di vista clinico. L’infezione, infatti, è spesso asintomatica, ma talvolta può provocare gastrite e ulcere a livello dello stomaco o del duodeno, il primo tratto dell’intestino. L’ulcera è un’irritazione o un vero e proprio foro che si forma nella mucosa, che produce un dolore intenso, soprattutto a stomaco vuoto. Inoltre, a lungo termine l’infezione può favorire lo sviluppo di un tumore dello stomaco, aumentandone di 2-6 volte il rischio, o viceversa può proteggere contro questo tipo di cancro.

Infatti, numerosi studi sull’andamento del numero di casi di tumore allo stomaco nel mondo confermerebbero il duplice e opposto ruolo del batterio. L’infezione cronica con Helicobacter pylori è un fattore di rischio per il tumore dello stomaco. Studi recenti hanno dimostrato che il batterio sembra favorire i tumori che si formano vicino al cardias, l’orifizio attraverso il quale l’esofago sbocca e s’immette nello stomaco, aumentandone di circa sei volte il rischio. Per contro, diversi studi suggeriscono che la presenza del batterio, proprio a livello del cardias, riduca il rischio che si formi un tumore in questa sede, invece che aumentarlo. L’effetto protettivo deriverebbe dalla capacità di Helicobacter di ridurre l’acidità dei succhi gastrici, cioè delle secrezioni prodotte dallo stomaco. In tal modo queste diventerebbero meno irritanti per le pareti, riducendo gli stimoli nocivi ripetuti che scatenano lo sviluppo di un tumore.

Lo stesso fenomeno provocherebbe una riduzione del rischio di adenocarcinoma dell’esofago nelle persone cronicamente infette.

Quali sono i sintomi più comuni dell’infezione da Helicobacter Pylori?

  • Bruciore di stomaco
  • Dolore addominale
  • Reflusso gastroesofageo
  • Nausea
  • Perdita di appetito
  • Gonfiore
  • Vomito

 Quali sono le cause dell’infezione da Helicobacter Pylori

Ad oggi, le modalità di trasmissione sono ancora poco chiare e l’uomo è l’unico serbatoio noto di questo batterio. La modalità di trasmissione più probabile è quella orale, o oro-fecale. Altre possibili vie di contagio sono il contatto con acque, alimenti e bevande o con strumenti endoscopici contaminati, ma non esistono ancora dati definitivi al riguardo.

Come effettuare la diagnosi?

Per diagnosticare l’infezione esistono diversi metodi:

  • Test su campione fecale: con un esame diagnostico è possibile andare a ricercare gli anticorpi anti-helicobacter pylori in un campione di feci
  • Test sierologici: consistono nella ricerca nel sangue di anticorpi IgG specificamente diretti contro H. pylori
  • Test del respiro, o breath test: dopo aver somministrato al paziente dell’urea marcata radioattivamente, si misura la quantità di anidride carbonica emessa con l’espirazione; questo gas costituisce infatti il prodotto metabolico del batterio in presenza di urea
  • Endoscopia: durante l’esame vengono prelevati campioni (biopsie) della mucosa dello stomaco e del duodeno, analizzati poi al microscopio alla ricerca del batterio. Questo esame è considerato lo standard ottimale per la diagnosi dell’ulcera ma è un esame invasivo.

Trattamento e prevenzione

Una volta accertata l’origine infettiva dell’ulcera, il trattamento consiste in una terapia a base di uno o due antibiotici. Per alleviare i sintomi, inoltre, vengono solitamente associati farmaci antiacidi, come gli inibitori di pompa. Se viene condotta in modo regolare, la terapia risulta risolutiva nel 90% dei casi.

Poiché si sa ancora poco sulle modalità di trasmissione di Helicobacter pylori, anche le misure preventive disponibili sono scarse. In generale, si raccomanda comunque di lavarsi bene le mani, mangiare cibo adeguatamente cucinato e bere acqua sicura.
nutrizionista da percorso contro helicobacter pylori

Quale può essere la terapia nutrizionale?

La terapia nutrizionale deve comprendere l’eliminazione o la limitazione degli alimenti che vanno ad aumentare la secrezione di succhi gastrici e che esercitano una pressione sullo stomaco favorendo il reflusso gastrico.

Cibi da evitare o da ridurne al minino la frequenza di consumo:

  • Vino e superalcolici
  • Caffè e bevande/alimenti contenenti caffeina o teina (tè, coca cola, cacao, cioccolato, bevande energizzanti)
  • Bevande gassate, liquidi caldi o troppo caldi
  • Spezie piccanti (peperoncino, pepe ecc.)
  • Alimenti di origine animale troppo ricchi in grassi: burro, strutto, margarina, panna, salse (maionese, ecc.), formaggi (spalmabili, fermentati, piccanti, molto staagionati), insaccati (mortadella, salame, salsiccia, pancetta, coppa, ciccioli, cotechino e zampone), brodi ed estratti di carne, minestre, sughi e cibi pronti
  • Pesce conservato in scatola, in salamoia o affumicato
  • Agrumi e succo d’agrumi, pomodoro (soprattutto crudo), cipolla, peperoni, aglio, menta
  • Zucchero, dolci, panna e creme, caramelle, cioccolatini, gomme da masticare

Cibi da consumare con moderazione:

  • Latte, yogurt e ricotta interi
  • Frutta secca

Cibi da preferire:

  • Preparazioni piatti semplici
  • Olio EVO a crudo come condimento
  • Frutta di stagione matura, preferibilmente frutti di bosco
  • Verdura di stagione, preferibilmente cavolo, cavolfiore, broccoli
  • Pasta, riso, avena e altri cereali preferibilmente integrali, patate
  • Pane ben cotto, crackers, wasa e fette biscottate
  • Carni bianche private del grasso, pesce azzurro di piccola taglia, formaggi magri (primosale, ricotta, fiocchi di latte, mozzarella)
  • Acqua in piccole quantità da distribuire durante e tra i pasti (almeno 1.5 l al giorno)
  • Miele
  • Tisane e infusi non zuccherati a base di finocchio, camomilla, malva e liquirizia

Altri consigli comportamentali:

  • Consumare i pasti in tranquillità, in orari regolari ed evitare di saltarli
  • Preferire piccoli pasti durante la giornata (almeno 5)
  • Masticare lentamente ogni boccone
  • Non andare a dormire o sdraiarsi subito dopo i pasti, piuttosto bere una tisana tiepida senza zucchero e fare una passeggiata per favorire la digestione

Bibliografia

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  • Epicentro-Istituto Superiore di Sanità
  • https://wwwnc.cdc.gov/travel/yellowbook/2020/travel-related-infectious-diseases/helicobacter-pylori
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  • Marshall BJ. Treatment strategies for Helicobacter pylori infection. Gastroenterol Clin North Am. 1993;22(1):183-98.

Zonulina e Permeabilità Intestinale

Cos’è la Zonulina

La Zonulina è una proteina umana prodotta dalla mucosa intestinale danneggiata che modula in modo reversibile le giunzioni strette degli enterociti (tights junctions), che costituiscono la barriera intestinale.

L’epitelio intestinale rappresenta la più grande interfaccia tra l’ambiente esterno e l’ambiente interno dell’organismo umano e costituisce la principale barriera attraverso la quale le molecole possono essere assorbite o secrete. Ad oggi, sono disponibili evidenze scientifiche che attribuiscono alle giunzioni strette un ruolo importante nella regolazione della permeabilità epiteliale influenzando il flusso paracellulare di fluido e soluti. Le giunzioni strette sono uno dei tratti distintivi degli epiteli assorbenti e secretori, sono strutture dinamiche piuttosto che statiche e si adattano facilmente a una varietà di circostanze evolutive, fisiologiche e patologiche.
rappresentazione zonulina e giunzioni strette

La scoperta della Zonulina come marker di valutazione della permeabilità intestinale

La Zonulina è stata scoperta e descritta per la prima volta dal Dr. Alessio Fasano nel 2000, il quale ha ipotizzato come la sua disregolazione potesse contribuire alla perturbazione della funzione di barriera intestinale, portando al passaggio di antigeni coinvolti nella patogenesi di diverse malattie come allergie alimentari, intolleranze alimentari, infezioni del tratto gastrointestinale, malattie autoimmuni e infiammatorie.

Fasano ipotizzò che le zonuline partecipassero alla regolazione fisiologica delle giunzioni serrate intercellulari non solo nell’intestino tenue, ma anche in un’ampia gamma di epiteli extraintestinali e nell’onnipresente endotelio vascolare, compresa la barriera ematoencefalica.

Inoltre, il rilascio di Zonulina sembra essere favorito dai batteri, identificati come potenti fattori scatenanti il rilascio di tale proteina.

Nell’ultimo decennio, un numero sempre più crescente di studi ha scelto come focus principale della ricerca la genetica umana, il microbiota intestinale (l’insieme dei microrganismi presenti a livello dell’intestino) e la proteomica, suggerendo che la perdita della funzionalità a livello della mucosa, soprattutto nel tratto gastrointestinale, abbia un’influenza sostanziale sul traffico/passaggio degli antigeni, influenzando così la stretta interazione bidirezionale tra il microbioma intestinale e il sistema immunitario.

Questo dialogo incrociato è molto influente nel plasmare la funzione del sistema immunitario dell’intestino ospite e, in definitiva, nello spostare la predisposizione genetica sull’esito clinico. Questa osservazione ha portato ad una rivisitazione delle possibili cause delle epidemie di malattie infiammatorie croniche degli ultimi anni nei paesi industrializzati, suggerendo il ruolo chiave della permeabilità intestinale.

Il team di ricerca di Fasano, aveva già individuato l’aumento dell’espressione della Zonulina nei tessuti intestinali durante la fase acuta della malattia celiaca, una delle malattie associate ad aumentata permeabilità intestinale.

Studi recenti hanno valutato come una barriera epiteliale del piccolo intestino disregolata, “Sindrome dell’intestino permeabile” o definita anche “leaky gut sindrome”, possa essere cruciale nella patogenesi dell’autoimmunità in alcuni individui a rischio di diabete di tipo 1 oltre che alla base della malattia celiaca.

Come valutare la Zonulina

La scoperta di Fasano ci ha permesso di sviluppare un’analisi in grado di misurare la Zonulina nelle feci, la cui concentrazione oltre i limiti è misura diretta della presenza di permeabilità intestinale. Attraverso la raccolta di un semplice campione fecale, è possibile sottoporre a esami di laboratorio il materiale raccolto e identificare uno stato di normale o alterata permeabilità intestinale.

Cosa fare in caso di permeabilità intestinale

In caso di livelli di Zonulina al di fuori dei valori medi di riferimento, il paziente potrà essere sottoposto ad un trattamento dietetico specifico, ad opera di un esperto in nutrizione, per ripristinare struttura e funzionalità della barriera intestinale e di conseguenza un buono stato di salute.

Bibliografia

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Alimenti Sani per il Benessere del Tuo Microbiota

Prima di vedere quali sono gli Alimenti Sani per il Benessere del tuo Microbiota, facciamo un breve riepilogo sulla definizione di microbiota intestinale:

L’insieme della popolazione di microrganismi, soprattutto batteri, che colonizza il nostro apparato digerente costituisce la cosiddetta flora batterica intestinale, oggi chiamata anche microbiota intestinale.

Tra l’insieme di tali microrganismi e l’ospite si crea un rapporto di simbiosi a partire dalla nascita (abbiamo descritto nel dettaglio questo passaggio in un precendente articolo, clicca qui per approfondire).

Fattori di squilibrio del Microbiota

Nel corso della vita, numerosi sono i fattori che possono incidere sulla composizione del microbiota intestinale. Tra questi, alimentazione e stile di vita rappresentano i principali attori che entrano in gioco e su cui noi possiamo agire, migliorandoli, in caso di alterazioni a livello intestinale.

Quando si presenta uno squilibrio quali/quantitativo della composizione della comunità batterica intestinale si parla di Disbiosi, condizione che può determinare la compromissione o un’alterazione della funzionalità a livello gastrointestinale ma anche a livello di altri organi e apparati distanti dall’intestino.

La disbiosi intestinale, può essere determinata da diversi fattori, come ad esempio terapie antibiotiche, dieta, danni meccanici a livello della mucosa, agenti patogeni, fattori genetici.

Un’alimentazione a base di alimenti sani ed equilibrati sta al principio del mantenimento di un ottimo stato di salute di tutto l’organismo, compreso l’apparato digerente.

Prebiotici e Probiotici

La scelta degli alimenti che consumiamo quotidianamente gioca quindi un ruolo fondamentale nella prevenzione di alterazioni nel nostro microbiota.

Ci sono alcuni alimenti che risultano protettivi nei confronti del nostro tratto gastrointestinale e sulla base dei nutrienti o microrganismi possiamo distinguerli in prebiotici e probiotici:

Tra i prebiotici compaiono nutrienti di varia natura che hanno la capacità di stimolare selettivamente la crescita o l’attività dei microrganismi che svolgono diversi ruoli protettivi per l’organismo ospitante.

I probiotici sono invece microrganismi che modificano la flora microbica intestinale a svantaggio dei patogeni intestinali e producono vantaggi locali o sistemici per l’organismo ospite.

Tali effetti agiscono attraverso la modulazione del microbiota, l’attività degli enzimi intestinali e lo stimolo di una risposta immunitaria appropriata, esercitando così effetti benefici sulla salute.
batteri microbiota alimenti sani

Lista degli Alimenti Sani per il Benessere del Tuo Microbiota

  • Alimenti fermentati come yogurt, kefir, latti fermenati, tempeh ecc. Grazie al loro processo di lavorazione, forniscono fermenti lattici con azione probiotica e acidi grassi a corta catena in grado di mantenere l’integrità della barriera intestinale e modulare la neuroinfiammazione. Gli alimenti fermentati migliorano la biodiversità del microbiota intestinale, riducono l’infiammazione e modulano la risposta immunitaria.
  • Fibre solubili, contenute principalmente in frutta e verdura ma anche in semi oleosi (es. semi di lino) e cereali (es. avena), sono utili per la protezione della mucosa intestinale. Inoltre, creando un vero e proprio strato gelatinoso, presentano un effetto benefico in caso di stipsi, facilitando il corretto transito intestinale.
  • Cereali integrali e legumi: ricchi di fibre insolubili, il principale nutrimento dei batteri che risiedono nell’intestino, rafforzano così il microbiota e la funzioni di difesa intestinali.
  • Olio extravergine di oliva: lubrifica le feci semplificando l’evacuazione grazie al suo contenuto di acido oleico. Inoltre, è ricco di antiossidanti come il tocoferolo, l’idrossi- tirosolo e l’oleuropeina con azione protettiva nei confronti dei tessuti dell’intestino.
  • Acqua: non è un alimento ma ricopre un ruolo di fondamentale importanza per il mantenimento di un ottimo stato di salute dell’intestino e, in generale, di tutto l’organismo.  L’acqua è implicata sia nella mediazione degli scambi nutritivi sia nel facilitare gli atti evacuatori, permettendo di eliminare le tossine ei residui rimasti all’interno del colon.

Come valutare l’equilibrio del Microbiota Intestinale?

Attraverso l’analisi del Microbiota Intestinale è possibile andare a valutare la composizione della comunità batterica residente nell’intestino, andando ad individuare attraverso il corretto o scorretto bilanciamento delle specie batteriche prese in esame.

In caso di eventuali alterazioni riscontrate, è possibile consigliare un trattamento dietetico specifico e, contemporaneamente, un trattamento con integratori alimentari a base di prebiotici e/o probiotici a base di ceppi batterici selezionati, per ristabilire la normale funzionalità intestinale.

Bibliografia

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La Farmacia si evolve a Cosmofarma 2021: la Farmacia 4.0

L’approccio alla salute di un numero sempre maggiore di persone sta cambiando: oggi non si ricorre più alla cura (e anche alla farmacia) solo quando si manifestano i disturbi, ma ci si focalizza sulla prevenzione, affiancando al tradizionale approccio del ‘recupero della salute’ quello del ‘mantenimento del benessere’.

In questo contesto la farmacia, se da un lato deve affrontare la sfida della concorrenza con nuovi canali di vendita, dall’altro ha l’opportunità di valorizzare il proprio ruolo di primo presidio sanitario affidabile e accessibile nel soddisfare i bisogni crescenti del cliente di oggi, ruolo che si è compreso e rafforzato ancor di più nell’ultimo anno di pandemia.

E’ proprio in questo contesto che si inserisce la diagnostica come elemento strategico di sviluppo della Farmacia 4.0.

La presenza di Natrix a Cosmofarma 2021 ha l’obiettivo di mostrare dal vivo come valorizzare, grazie ai servizi, il ruolo della farmacia.

La Farmacia 4.0 a Cosmofarma 2021

Il concept della nuova Farmacia 4.0 si concentra nel realizzare nuovi spazi all’interno della farmacia dedicati ai servizi, più funzionali ad accogliere i bisogni dei clienti sempre più esigenti.

NatrixLab ha realizzato nel proprio stand vari spazi dedicati rappresentando varie concezioni di utilizzo dei servizi all’interno di una farmacia.

  • Uno degli aspetti più importanti è l’utilizzo di servizi diagnostici in farmacia, per poter proporre alla propria clientela delle vere e proprie analisi di laboratorio certificate mirate alla prevenzione e al benessere del paziente. A questo proposito nel proprio stand NatrixLab propone un nuovo studio dello spazio espositivo, abbinando i prodotti delle diverse category della farmacia ai servizi diagnostici correlati.
  • Il secondo spazio è rivolto al corner dei servizi, si tratta di realizzare un vero e proprio spazio con relativa privacy in cui poter erogare servizi attraverso professionisti della salute. A questo proposito NatrixLab oltre alla diagnostica propone il servizio NU.NA, ovvero il Nutrizionista Natrix in Farmacia, che effettua visite nutrizionali e di controllo seguendo i pazienti della farmacia. La presenza territoriale del Nutrizionista Natrix si completa con il servizio in telemedicina erogato attraverso la piattaforma Telenutrizione, in cui il Nutrizionista oltre a visitare fisicamente il paziente, può monitorare online in diretta i comportamenti alimentari dei pazienti
  • Il terzo spazio è rivolto al tema Workshop, uno spazio polivalente con sedie e monitor in cui la Farmacia possa organizzare delle giornate formative per la propria clientela, per poter avvicinarsi sempre di più alle persone ed elevare la propria figura a “Consulente della Salute”.

L’unione quindi di servizi diagnostici e nutrizionali e le consulenze sulla salute eleva il posizionamento della Farmacia, che diventa ancor di più il primo presidio sanitario del territorio e l’unico ad occuparsi di prevenzione e benessere del cliente.

Venga a trovarci al nostro stand D39-E40 padiglione 30 per conoscere le nostre soluzioni!

Overtraining: la relazione con il Cortisolo

Il Cortisolo

Il cortisolo, come abbiamo già descritto in un precedente articolo, è un ormone steroideo appartenente alla classe dei glucorticoidi e prodotto dalle ghiandole surrenali.

La sua produzione aumenta per rispondere efficacemente a situazioni traumatiche, di pericolo o di sforzo, per questo il cortisolo è conosciuto anche come ormone dello stress. Tale risposta comprende una reazione, una resistenza e un adattamento proprio a condizioni di stress. Questo meccanismo è del tutto normale e positivo quando prevede un rapido ritorno alla normalità. Una prolungata resistenza, quindi livelli di cortisolo elevati per un periodo protratto nel tempo, invece, può causare un indebolimento psicofisico.

Livelli ottimali di cortisolo sono necessari per mantenere il benessere dell’organismo. Il cortisolo in condizioni normali è coinvolto in diversi meccanismi come l’aumento della gittata cardiaca, della glicemia e della pressione sanguigna, la regolazione del metabolismo di lipidi, proteine e glucosio e del bilancio idrico ed elettrolitico e il controllo della risposta infiammatoria e immunitaria.

Quale relazione c’è tra cortisolo e stile di vita?

Molti sono i fattori che possono influenzare i livelli di cortisolo nel sangue. Come abbiamo già detto in un precedente articolo, l’alimentazione gioca un ruolo centrale, infatti, una dieta varia ed equilibrata è necessaria per mantenere i normali livelli di glucosio nel sangue, le giuste concentrazioni ormonali, tra cui quelle del cortisolo, e la regolare alternanza tra senso di fame e sazietà.

Ma non solo!

Anche l’attività fisica contribuisce al mantenimento dei normali livelli di ormoni nel sangue. Se praticato a livelli adeguati e personalizzati, l’esercizio fisico aiuta a mantenere un corpo sano, inducendo processi metabolici utili all’aumento della massa muscolare, all’adattamento neuromuscolare e al benessere psicofisico. Al contrario, se l’allenamento avviene in situazioni di squilibrio, cioè se troppo intenso o non adeguatamente supportato da alimentazione e tempi di recupero, possono insorgere alcune problematiche dovute principalmente all’instaurarsi di uno stato infiammatorio cronico. Si parla di:

  • Overreaching funzionale (in cui gli atleti vengono messi in modo controllato sotto stress per ottenere un miglioramento delle loro performance sportive)
  • Overreaching non funzionale (con tempi molto lunghi per avere un recupero completo)
  • Overtraining o sovrallenamento

Overtraining e cortisolo

La condizione di Overtraining è caratterizzata da parametri ormonali, fisiologici e psicologici alterati, tra cui proprio livelli aumentati di cortisolo, con necessità di completo riposo e non solo un periodo di “scarico”.

Il cortisolo è funzionale per l’allenamento, favorisce la produzione di glucosio utile come fonte energetica immediata durante l’attività sportiva o nei momenti di stress, a partire dalle proteine prelevate dai muscoli. Inoltre, aiuta a trattenere quei liquidi che servono a proteggere le articolazioni.

Quando la produzione di cortisolo è troppo elevata o non è supportata da un’alimentazione e un tempo di recupero adeguati, gli esiti della preparazione atletica possono essere compromessi o semplicemente gli equilibri psico-fisici possono essere turbati, con il rischio di entrare appunto in una condizione di Overtraining.

Per questo è di fondamentale importanza controllare che i livelli di cortisolo siano sempre ottimali per modulare l’esercizio fisico e mantenere un ottimale stato di salute.

Come valutare i livelli di cortisolo

Per valutare i livelli di questo ormone è necessario effettuare un Test Diagnostico, così da riscontrare effettivamente se ci sono squilibri. È importante valutare il cortisolo in diversi momenti rispetto all’allenamento, così da averne un quadro completo della curva.

Per eseguire il test basta un semplice prelievo salivare, questa matrice infatti è l’ideale per avere la flessibilità di effettuare diversi campionamenti nell’arco dell’allenamento. Inoltre è un metodo di prelievo semplice e non invasivo che può essere conservato anche a temperatura ambiente per una settimana.

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