Può capitare di avvertire disturbi in seguito all’ingestione di glutine, pur non essendo affetti da celiachia: l’intolleranza al glutine non celiaca si chiama ‘sensibilità al glutine‘ o ‘gluten sensitivity’, una condizione clinica emersa di recente, che ancora necessita di studi approfonditi.
Ad oggi c’è ancora molto lavoro da fare per una definizione corretta di tutti i parametri clinici, ma stando ai primi dati, il fenomeno sembra interessare all’incirca il 6-8% della popolazione, con una sintomatologia dose dipendente, ovvero di intensità direttamente proporzionale alla quantità di glutine ingerita, e riconducibile a quella data dalle reazioni avverse agli alimenti, le cosiddette ‘intolleranze alimentari’.
Nel video viene spiegato in cosa consiste il glutine, e quali sono le fonti – alcune insospettabili – che conducono di norma a un’alimentazione troppo ricca di glutine.
Si presenta inoltre il Gluten Sensitivity Test, uno dei primi disponibili in Italia per diagnosticare l’intolleranza al glutine non celiaca.
Anisakis: il parassita intestinale del pesce
Parassiti intestinali: cosa sono e dove si trovano
Il parassitismo è un’interazione biologica fra due organismi di specie diverse, nella quale il parassita trae un vantaggio, in genere correlato al nutrimento e al benessere ambientale, a spese dell’ospite, creando a quest’ultimo un danno biologico.
In particolare il parassita intestinale, fra cui anche l’Anisakis, viene ospitato all’interno dell’apparato digerente, e costituisce un problema tutt’altro che marginale, dal momento che l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima almeno 3 miliardi di persone affette da parassiti intestinali.
Generalmente i parassiti intestinali colpiscono maggiormente i soggetti immunocompromessi e gli abitanti dei paesi in via di sviluppo a causa delle precarie condizioni igieniche; non è comunque escluso che l’ingestione di cibi contaminati, un viaggio all’estero o una particolare situazione clinica siano all’origine di una infestazione, così come, nei bambini, l’abitudine a portare le mani alla bocca anche quando non correttamente lavate.
In questo articolo parleremo dell’Anisakis, un parassita intestinale che può infestare l’organismo in seguito all’ingestione di pesce crudo contaminato, eventualità sempre meno rara, considerato anche l’incremento del consumo di pesce crudo nei paesi Occidentali dovuto alla moda della cucina giapponese.
Anisakis: cos’è, dove si trova e cosa provoca
L’Anisakis è un nematode patogeno per l’uomo: si tratta di un verme dalla forma cilindrica, di colore bianco o rosato, che ha un diametro di circa un millimetro e una lunghezza che varia da 1 a 3 centimetri.
Occorre precisare che il ciclo biologico di Anisakis avviene interamente in mare, con numerosi ospiti intermedi, mentre l’uomo costituisce un ospite occasionale.
In particolare:
- Nel primo stadio del proprio ciclo vitale, gli Anisakis vivono nello stomaco dei mammiferi marini, e le uova non fecondate vengono rilasciate in mare con le feci dei mammiferi stessi.
- Le uova di Anisakis maturano nell’acqua, e il secondo stadio è caratterizzato dall’uscita delle larve dalle uova.
- Le larve vengono ingerite da un ospite intermedio, come ad esempio i crostacei e i cefalopodi che costituiscono il Krill, e in questa fase passano al terzo stadio.
- Dopo aver mangiato l’Anisakis, il crostaceo viene a sua volta mangiato da un secondo ospite intermedio, come un pesce o un calamaro. Quando l’ospite muore, le larve di Anisakis migrano nel fegato, nelle gonadi, nei tessuti muscolari, e passano da pesce a pesce mediante la predazione.
- Qui c’è il punto chiave: se il pesce ospite viene mangiato da un mammifero marino, le larve al terzo stadio diventano vermi adulti e il ciclo riprende; se invece il pesce, crudo o non cotto a dovere, viene mangiato dall’uomo, il parassita giunge nell’intestino umano senza completare il proprio ciclo vitale e alla fine muore.
Una volta ingerito pesce contaminato, dopo poche ore insorgono violenti dolori addominali, nausea e vomito, mentre nell’intestino avviene una grave reazione immunitaria granulomatosa con sintomi paragonabili a quelli del morbo di Crohn. Se l’infestazione si protrae, complicanze piuttosto rare possono essere gravi ostruzioni a livello dell’intestino tenue oppure perforazioni intestinali.
Da non sottovalutare il fatto che l’Anisakis può provocare reazioni allergiche che arrivano sino allo shock anafilattico.
Diagnosticare il parassita intestinale
Le forme croniche di Anisakis sono diverse, e variano anche a seconda della quantità di larve ingerite; inoltre possono coinvolgere altri organi tipo fegato, milza, pancreas, vasi ematici e miocardio, con una sintomatologia di non facile individuazione perché aspecifica e sovrapponibile a quella di molte altre patologie.
L’Inflora Scan di NatrixLab è uno screening completo dello stato di salute dell’intestino: uno strumento essenziale per contribuire a individuare le cause di una serie molto complessa di sintomi come i disturbi intestinali.
Disponibile sia come profilo completo sia come analisi su parametri specifici, in particolare il Parasitology Check è una analisi microbiologica per l’identificazione delle principali specie parassitarie che si trovano nell’intestino.
In caso di sintomatologia riconducibile a disturbi intestinali e in particolare all’infestazione di parassiti, è quindi fortemente consigliato usufruire in un test diagnostico in grado di risalire alla causa di una sintomatologia aspecifica e complessa, per individuare il problema e intraprendere una terapia adeguata, che nel caso dell’Anisakis consiste nella rimozione delle larve mediante intervento chirurgico oppure nel trattamento mediante farmaci a base di albendazolo, che comunque non sempre funziona.
Prevenire il contagio da Anisakis
In Italia, il primo caso di Anisakis è stato riscontrato a Bari nel 1996. Da allora, anche se il Giappone è comunque in testa con circa 2.000 casi l’anno, pari al 90% delle infestazioni censite, si denota un continuo incremento dei casi, soprattutto in seguito al diffondersi della moda di consumare pesce crudo anche in Occidente.
Attenzione però: sushi e sashimi non sono gli unici piatti da mettere sotto accusa, ma anche le preparazioni tipiche di casa nostra con pesce sott’olio, sott’aceto, marinato al limone o sotto sale, che a tutti gli effetti sono crude.
L’Anisakis muore o a temperature superiori ai 60°C, e quindi il pesce consumato cotto è sicuro al 100%, oppure con il congelamento prolungato, vale a dire -35°C per 15 ore, -20°C per 24 ore, -10°C per oltre sette giorni.
Dal punto di vista legislativo, una Circolare del Ministero della Sanità del 1992, ancora in vigore, obbliga chi somministra pesce crudo o in salamoia a utilizzare pesce congelato o a sottoporre a congelamento preventivo (a -20°C per almeno 24 ore) il pesce fresco da somministrare crudo, mentre nel 2004 la Comunità Europea ha esteso l’obbligo di tale pratica a tutti i prodotti ittici da consumare crudi o sottoposti a trattamenti di marinatura e salatura.
Infine, il Ministero della Salute, con Decreto del luglio 2013, ha istituito l’obbligo per le pescherie di comunicare al cliente le avvertenze per la consumazione del prodotto a crudo: deve cioè esporre un apposito cartello indicante che, in caso di consumo a crudo, marinato o non completamente cotto, il prodotto deve essere preventivamente congelato per almeno 96 ore a meno 18 gradi, in congelatore domestico contrassegnato da 3 o più stelle.
Non è un paese per intestini felici: diagnosticare i disturbi intestinali
I disturbi intestinali riguardano circa il 70% della popolazione, e sono un problema sociale le cui cause sono da ricercare nell’alimentazione e nello stile di vita che caratterizza la nostra società.
La sintomatologia complessa, spesso aspecifica e riguardante distretti apparentemente non correlati all’apparato gastrointestinale rende i disturbi intestinali di difficile individuazione e soluzione.
Nel video spieghiamo quali potrebbero essere le cause di tali problematiche, e quali siano le prerogative di Inflora Scan, un test completo per la valutazione del microbiota, dello stato infiammatorio dell’intestino, delle capacità digestive e della permeabilità intestinale.
La differenza fra intolleranze alimentari e allergie spiegata in un video
Molto spesso le intolleranze alimentari e le allergie vengono confuse, nonostante siano disturbi molto diversi fra loro.
In questo video spieghiamo le differenze, anche mediante il confronto fra i sintomi delle une e quelli delle altre, che per certi aspetti si sovrappongono, mentre per altri sono invece del tutto differenti.
Spieghiamo anche in cosa consiste il Food Intolerance Test, che va a individuare verso quali alimenti il nostro organismo ha reazioni avverse, con un approfondimento sull’interpretazione del referto che viene consegnato a chi esegue il test.
Intolleranza alimentare e disbiosi intestinale
L’eziologia complessa dell’intolleranza alimentare
Molti di noi hanno sentito parlare più volte di intolleranza alimentare, nonostante non ne se abbia ancora perfetta conoscenza. Si tratta di una vera e propria tossicità legata al cibo, in cui assume grande importanza il modo e la frequenza di consumo, scatenata dal contatto tra gli alimenti e la mucosa intestinale, coinvolgendo una risposta immunitaria in genere ritardata.
I sintomi legati a tali fenomeni possono essere sia intestinali sia extraintestinali, come diarrea, nausea, gonfiore addominale, stanchezza, cefalea e difficoltà di concentrazione.
Feuerbach diceva che “siamo quello che mangiamo”. Infatti uno stile di vita errato, con una alimentazione disordinata e ripetitiva, sedentarietà, vizi come fumo e alcool e soprattutto una bassa qualità del sonno possono comportare diverse alterazioni, soprattutto a livello intestinale, aumentando la difficoltà a digerire il cibo e favorendo l’insorgenza di intolleranze alimentari.
Questo significa ridurre la qualità della vita e aumentare il malessere. In genere l’abitudine di molte persone è quello di intervenire attraverso l’imposizione di una dieta, quasi mai personalizzata. Ma la prassi più corretta per risolvere in maniera definitiva la problematica e i sintomi è invece fare una corretta diagnosi, attraverso una anamnesi e dei test diagnostici che abbiano validità scientifica.
Oggi sono infatti molte le patologie legate a possibili alterazioni delle IgG, conseguenza dell’insorgenza di intolleranze alimentari. Tra queste ricordiamo le patologie infiammatorie croniche intestinali come la Sindrome del Colon Irritabile e il Morbo di Crohn.
Gli alimenti che possono scatenare l’insorgenza di una intolleranza alimentare sono di diversa tipologia. Tra i più frequenti ricordiamo latte vaccino, grano, glutine, arachidi, olio d’oliva, uova, carne di maiale, pomodoro, lieviti.
Naturalmente la suscettibilità individuale e la terapia sono molto variabili, a seconda di numerosi fattori, ma occorre sottolineare come la maggior parte delle intolleranze si sviluppi nei confronti degli alimenti tipici del bacino e della dieta mediterranea, nei confronti dei quali vi è un’assunzione quotidiana.
Cibi (raffinati) e apparato gastrointestinale
L’apparato gastrointestinale è quello maggiormente compromesso da queste alterazioni.
I sintomi che possono essere maggiormente riferiti sono infatti diarrea, dolori addominali, gonfiore, nausea, difficoltà digestive, reflusso gastroesofageo ed eruttazioni.
Anche la cute però può presentare alterazioni, come psoriasi, prurito, orticaria o acne. Infatti essa è direttamente correlata alla funzionalità intestinale, quasi fosse uno specchio di quella che è la nostra situazione interna.
Anche l’apparato genito-urinario con infiammazioni, cistiti e vaginiti ricorrenti potrebbe essere l’anticamera di problematiche a livello addominale, che andrebbero puntualmente indagate.
Oggi si parla sempre più spesso di disbiosi e microbiota intestinale. Si tratta di alterazioni che non sono legate solamente al cibo, ma a tutte quelle situazioni che comportano l’insorgenza di stress e una bassa qualità dello stile di vita.
Stiamo infatti pagando l’aumento del benessere e le patologie ad esso correlate. Negli ultimi 50 anni l’aumento del processo di industrializzazione e la diffusione del cibo di massa, la raffinazione dei cibi e la manipolazione alimentare hanno comportato un aumento di patologie che precedentemente non erano conosciute.
Questo avviene per molti cibi, ma soprattutto per cereali, latte e carne che in passato non subivano molti trattamenti, né necessitavano di avere una grossa produzione.
Basti pensare al latte, che viene pastorizzato e sterilizzato per far sì che si mantenga più a lungo.
Le mucche che lo producono subiscono trattamenti a base di ormoni e antibiotici per mantenere un’alta produzione.
Pertanto il latte che compriamo al supermercato ha ben poco rispetto a quello prodotto dalla mucca.
Grano e il glutine sono oggi praticamente in ogni alimento da noi ingerito, anche come addensante. Per non parlare di additivi, conservanti e coloranti. O i dolcificanti.
Tutto questo comporta una alterazione della normale integrità della barriera intestinale, favorita anche dalla cattiva masticazione, con un aumento della permeabilità dell’intestino.
Tale situazione porta i macroelementi, cioè sostanze non completamente digerite, a passare all’interno della mucosa intestinale, con danni dell’intero sistema, poiché il GALT (il sistema immunitario intestinale) non riconosce tali sostanze come utili, ma le recepisce come aggressive, e di conseguenza le combatte.
Ristabilire la normale funzionalità dell’intestino e combattere l’insorgenza delle intolleranze alimentari attraverso un programma individuale specifico è l’unica arma di prevenzione nei confronti di una cattiva qualità della vita.
L’educazione come prevenzione dell’intolleranza alimentare
Le cause dell’intolleranza alimentare
In questi anni si parla molto della intolleranza alimentare, definita spesso a ragione la causa di numerosi disturbi intestinali o extra intestinali, ma senza sapere davvero di cosa si tratti.
Tali disturbi sono legati ad alterazioni transitorie e reversibili, scatenate da reazioni immunitarie che coinvolgono le immunoglobuline di tipo G (al contrario delle allergie, che coinvolgono le IgE).
Sono state ipotizzate diverse cause alla base dell’eziologia dell’intolleranza alimentare, sebbene un ruolo preponderante è dato, come in molte patologie dallo stile di vita, dalla epigenetica e dall’ambiente.
Infatti i fattori esogeni a cui oggi molti di noi sono sottoposti nella quotidianità sembrano essere determinanti nello sviluppo di tali fenomeni.
Tra questi ricordiamo sicuramente l’inquinamento, la vita frenetica, la cattiva respirazione, la bassa ossigenazione, le difficoltà respiratorie (legate ad ansia, stress, depressione e alterazioni che coinvolgono la respirazione diaframmatica), la sedentarietà, la bassa qualità del sonno e non ultima la cattiva alimentazione.
In realtà parlare di buona o cattiva alimentazione è molto difficile, soprattutto in tempi nei quali comunicare la scienza e i risultati degli studi scientifici sembra essere davvero una impresa ardua.
Questo perché ci troviamo in una società nella quale esiste una babele di informazioni, spesso pilotate da frange pseudoscientifiche che alimentano la disinformazione e il terrorismo alimentare.
Sicuramente avere una alimentazione monotona e ripetitiva aiuta a sviluppare intolleranze alimentari dovute all’accumulo di sostante verso cui l’organismo crea reazioni infiammatorie.
Come anche mangiare cibo di bassa qualità, senza conoscerne la provenienza, il modo in cui sono state prodotte determinate derrate alimentari e mangiando senza criterio, ad esempio con una corretta masticazione.
Come ben sappiamo infatti, la digestione inizia dalla bocca, grazie alla presenza di enzimi capaci di digerire il cibo che mangiamo ogni giorno. Oppure grazie ad essa è possibile spezzare le fibre contenute nelle verdure, nella frutta e nei cereali, permettendo di digerirli senza problemi e senza creare una aumentata permeabilità intestinale.
L’educazione e la prevenzione dell’intolleranza alimentare
Uno degli obiettivi principali dell’educazione alimentare sarebbe far comprendere bene la differenza tra mangiare e nutrirsi.
Oggi non abbiamo bisogno di mangiare molti cibi, ma dobbiamo orientarci soprattutto verso una alimentazione cellulare, capace di fornirci i nutrienti necessari, come la scienza ha ormai chiaramente dimostrato.
In un mondo che vive di ricchezza e malattie legate alla iperalimentazione è paradossale che ci sia ancora chi dice di mangiare un po’ di tutto.
Perché la scienza ha dimostrato che è possibile seguire anche delle alimentazioni privative o restrittive quando seguite dagli esperti, come avviene per motivi etici o religiosi, ma ha dimostrato anche che vi sono alimenti utili e altri dannosi (contenenti all’interno antinutrienti e sostanze tossiche per l’uomo).
Del resto siamo in continua evoluzione. E la tanto decantata dieta mediterranea non è mai esistita come entità unica. Soprattutto perché in quel tempo le persone erano denutrite e avevano una aspettativa di vita bassa.
Oggi l’aspettativa di vita è molto elevata, grazie al miglioramento delle tecnologie, alla scoperta di strumenti quali il frigorifero e il congelatore, al miglioramento della sicurezza alimentare, ma si sta riducendo la qualità della vita e l’aspettativa di vita in salute, a causa di numerosi nostri comportamenti, compresa una cattiva alimentazione.
E teniamo presente che un corretto comportamento alimentare inizia fin da una buona spesa. Se abbiamo dentro casa cibo scadente, mangeremo quello.
Sta a noi scegliere: curarci con i farmaci o fare prevenzione con cibo e stile di vita. Naturalmente da soli è molto difficili saper fare queste scelte.
Per questo è importante rivolgersi agli esperti che possano guidarci nella quotidianità, insegnandoci cosa è davvero una corretta alimentazione.
Saper ruotare gli alimenti, fare i giusti abbinamenti, saper gestire le porzioni è fondamentale per ottenere lo stato di salute.
A questo è poi importante aggiungere piccole regole di vita, come la riduzione della sedentarietà, il prendersi il proprio tempo e soprattutto cercare di ridurre il proprio stress.
Solo così sarà possibile riuscire ad allontanare le problematiche che attanagliano la nostra società.
Avere delle intolleranze alimentari, senza saperle diagnosticare con certezza e senza saperle davvero curare con una alimentazione mirata, significa cronicizzare i sintomi. A volte ci abituiamo ad avere tali reazioni, abbassando notevolmente la qualità della vita.
Il sole: amico o nemico?
I benefici e i rischi dell’esposizione al sole
Ormai è noto a molti quanto i raggi solari siano benefici. Non solo per l’umore, visto che sono una sorta di antidepressivi naturali, ma anche per la prevenzione dell’osteoporosi, la cura delle patologie reumatiche o il miglioramento di malattie cutanee come la psoriasi e l’acne.
Sappiamo infatti che l’esposizione al sole stimola la sintesi della vitamina D, indispensabile non solo negli anziani o nella menopausa per migliorare il trofismo osseo, ma anche per i bambini in fase di crescita.
Dobbiamo però stare molto attenti a non abusare dell’esposizione al sole o peggio fare senza protezione solare, come capita sempre più spesso agli amanti della tintarella, che durante l’anno aggiungono anche gli effetti negativi delle lampade solari, per seguire le mode.
Ricordiamoci infatti che gli effetti diretti e immediati di un’eccessiva esposizione solare possono provocare diversi problemi cutanei, come eritema, orticaria o scottature (che però predispongono allo sviluppo del melanoma.), che sebbene reversibili possono favorire l’invecchiamento della pelle e aumentare il divario tra l’invecchiamento biologico e anagrafico, portando le persone a mostrare una età maggiore di quella reale.
Il vero problema dell’esposizione al sole riguarda però gli effetti indiretti, la cui comparsa è in genere tardiva e per questo trascurata o presa “sotto gamba”.
Si tratta infatti di patologie che a volte possono rivelarsi molto gravi, e vanno dalle macchie cutanee (oggi rimovibili grazie alla medicina estetica con laser e peeling) fino a alle cheratosi (ispessimenti della cute) e alle alterazioni della struttura del DNA (maggiore in caso di esposizioni prolungate e in assenza di protezione solare) che possono degenerare in forme maligne.
I raggi solari e la loro composizione
I raggi del sole che colpiscono il nostro corpo sono formati sia da radiazioni visibili (che hanno una lunghezza d’onda tale da permetterci di vedere e illuminare la Terra) sia da radiazioni infrarosse, che sono quelle che generano calore e il piacere di esporci al sole (ma col tempo possono comportare disidratazione a causa della forte evaporazione, impedendo al corpo di avere la normale capacità di termoregolarsi, come avviene in caso di colpo di calore), sia da raggi ultravioletti, detti UVA e UVB. In realtà esistono anche gli UVC, che però grazie allo strato di ozono che protegge la terra non arrivano a colpirci.
Le radiazioni UVA e UVB sono le responsabili dell’abbronzatura ma, mentre la penetrazione degli UVB si ferma alla superficie dell’epidermide, gli UVA arrivano fino al derma, danneggiando collagene ed elastina e comportando l’insorgenza delle rughe: proprio per questo oggi molti cosmetici presentano al proprio interno una protezione soprattutto nei confronti degli UVA.
Sebbene tutti conoscano il sole per l’abbronzatura, l’eccessiva esposizione alle sue radiazioni rimane uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo dei tumori meno aggressivi, ovvero i carcinomi baso e spinocellulari, mentre per il melanoma, più aggressivo e potenzialmente mortale, i fattori di rischio sono conosciuti solo in parte, tra cui rientra la genetica e la predisposizione al cambiamento di forma dei nei cutanei.
Il sole a volte… stressa!
Uno dei problemi più comuni legati all’esposizione ai raggi solari rimane l’invecchiamento cutaneo precoce e lo stress ossidativo, dati da un eccesso di radicali liberi su cellule e tessuti, ovvero particelle che creano ossidazione, reagendo con l’ossigeno.
Naturalmente i radicali liberi sono aumentati da varie cause tra cui ricordiamo anche cause interne all’organismo, come lo sforzo fisico intenso e protratto, la sedentarietà e numerose malattie (tra cui obesità e diabete), oppure una cattiva alimentazione che provoca queste situazioni, come un eccesso di zuccheri.
Ricordiamoci che in condizioni di buona salute, il nostro organismo riesce a prevenire il danno da radicali liberi, ma in genere, una vita stressante, l’inquinamento, il poco movimento e una alimentazione di bassa qualità o squilibrata alterano i meccanismi di riparazione.
Tutto questo porta ad un aumentato processo di invecchiamento, che avviene attraverso 4 principali fenomeni biochimici, chiamati glicazione, ossidazione, metilazione, infiammazione.
Una buona alimentazione e una buona dose di antiossidanti è molto utile a prevenire questi danni.
Omega 3: quando, come e perché assumerli
I grassi buoni
Nella società della finta prevenzione e del ricorso ai medicamenti che possano supplire ad uno stile di vita frenetico e poco salutare, dominato dalle malattie metaboliche e dalle problematiche del finto benessere, i grassi, a lungo demonizzati dalla scienza dell’alimentazione sono tornati in voga.
Naturalmente non si tratta di lipidi in generale, ma le recenti scoperte della lipidomica e gli studi sul rischio cardiovascolare hanno permesso di individuare i cosiddetti “grassi buoni e cattivi”.
Tra quelli di interesse nutrizionale grande enfasi hanno avuto i grassi polinsaturi, rispettivamente chiamati acido linoleico o LA (18:2) e acido alfa-linolenico o ALA (18:3), che sono detti essenziali, poiché, considerata l’impossibilità dell’organismo di sintetizzarli, devono obbligatoriamente essere introdotti con la dieta.
Una volta assunti attraverso gli alimenti, l’acido linoleico viene convertito per via enzimatica in acidi grassi della serie Omega 6, mentre a partire dall’acido alfa-linolenico si ottengono gli analoghi della serie Omega 3, così definiti a seconda della posizione dei doppi legami rispetto alla porzione metilica del composto.
Nell’alimentazione esistono buone fonti di questi acidi grassi. Per gli Omega 6 ricordiamo soprattutto oli di semi, la frutta secca ed i legumi. Le migliori fonti alimentari di Omega 3 sono i pesci dei mari freddi, l’olio ed i semi di lino.
La capacità di sintetizzare questi acidi grassi purtroppo si riduce con l’avanzare dell’età, come avviene per molte altre funzioni dell’organismo.
Alimentazione, integrazione e bilanciamento Omega 3 Omega 6
È molto importante controllare il bilanciamento di queste sostanze attraverso l’alimentazione, infatti una squilibrata quantità di Omega 6 oppure Omega 3 può sbilanciare anche il loro rapporto. Ancora non si conosce il corretto rapporto tra i due, ma di certo, nell’alimentazione Occidentale, a causa di una ridotta assunzione di pesce azzurro, ricco di Omega 3, si ha un rapporto sbilanciato a favore di Omega 6, con conseguente carenza di Omega 3.
Nella letteratura scientifica sono molti gli studi a breve e medio termine eseguiti con questi due acidi grassi, anche se i risultati, come accade spesso sono contrastanti.
Di sicuro sappiamo che un equilibrio tra questi due acidi grassi assicura una prevenzione nei confronti delle patologie coronariche, ipertensione, diabete di tipo 2, disordini immunitari e infiammatori, dato che gli Omega 6 abbassano la colesterolemia, riducendo i livelli plasmatici di LDL e aumentando HDL, mentre gli Omega 3 abbassano i livelli plasmatici di trigliceridi, interferendo con la loro incorporazione a livello epatico nelle VLDL, con il risultato di una importante azione a livello di coagulazione e prevenzione dei trombi.
Diversi studi hanno inoltre dimostrato che gli Omega 3 riducono l’arteriosclerosi e la formazione di placche di colesterolo sulle arterie e riducono l’infiammazione, spesso conseguenza di stress ossidativo che promuove invecchiamento e malattie metaboliche.
Naturalmente tutte queste scoperte non sono passate inosservate, e l’industria farmaceutica si è profusa per pubblicizzare i tanto effetti benefici di tali acidi grassi.
Per questo la moda degli Omega 3 da qualche anno impazza sul mercato, pubblicizzata da promotori dell’elisir di lunga vita, spesso senza capirne l’utilità e senza sapere che a volte possono anche far male.
A questi si aggiunge la moda dei cibi arricchiti, che si contrappone alla scarsità di nutrienti assenti nel cibo industriale di massa.
Ma a farla da padrone è senz’altro l’utilizzo degli integratori, una delle tante abitudini che molti italiani spesso si auto prescrivono e comprano per la paura di essere colpiti da possibili malattie legate al terrorismo alimentare dilagante.
Bisogna però stare attenti. Altrettanti studi portano a considerare l’olio di pesce come il falso elisir di lunga vita rispetto a quanto si riteneva finora.
È stata dimostrata una correlazione con il cancro alla prostata (Brasky, 2011), con le aritmie cardiache (Raitt, 2005), diabete mellito (Kaushik, 2009) e sono inefficaci nella prevenzione del cancro (MacLean, 2006), della mortalità totale e gli eventi cardiovascolari (Hooper, 2006).
Inoltre sembrano addirittura inefficaci nei confronti della degenerazione cerebrale e non hanno mostrato alcun beneficio aggiuntivo, sulle funzioni cognitive, rispetto ai soggetti che assumevano l’olio di oliva (Dangour, 2010).
Dobbiamo renderci conto che oggi tutto ha un costo e viene promosso dalla pubblicità e da chi produce. Chi sostiene il contrario fa solo pubblicità. Ingannevole.
Sia chiaro, non bisogna demonizzare gli Omega 3. Anzi, il consumo di pesce, ricco di questi grassi, può essere utile a prevenire le malattie cardiovascolari e questi benefici superano i rischi connessi alle problematiche affrontate in precedenza. Ma è ben diverso assumerli attraverso il cibo (che rappresenta la via preferenziale) e per via di una pillola.
Non bisogna però trascurare il fatto che l’inquinamento dei mari mette a serio rischio la salute a causa della contaminazione di mercurio e altri metalli pesanti.
Per questo la soluzione è sicuramente evitare il fai da te, rivolgendosi per una corretta alimentazione agli esperti, che possono costruire un corretto piano nutrizionale e valutare, attraverso test diagnostici specifici, la reale necessità di ricorrere a una supplementazione.
Si scrive nutrizione, si legge prevenzione: Natrix a Spazio Nutrizione 2016
La nutrizione come via maestra per la salute e il benessere collettivo
Il concetto che “prevenire è meglio che curare” sta caratterizzando l’approccio alla salute di un numero sempre maggiore di persone, che attribuiscono sempre maggiore importanza alla prevenzione e al ‘mantenimento del benessere’.
Al centro di questo nuovo approccio c’è la nutrizione, perché è sempre più evidente al pubblico il ruolo chiave delle scelte alimentari per la salute e il benessere della persona e per la sostenibilità dell’attuale modello di società.
Natrix parteciperà a Spazio Nutrizione 2016, in programma a Milano dal 5 al 7 maggio 2016, presso lo stand B30, con proposte dedicate ai professionisti della nutrizione all’insegna della qualità e dell’innovazione, nell’ambito della diagnostica, del software, delle macchine medicali e dei servizi di comunicazione per la salute.
Diagnostica, nutrizione e analisi lipidomica
Natrix, che ha da sempre avuto un’attenzione particolare alla corretta alimentazione come strategia efficace e naturale per prevenire le patologie più diffuse, e collabora in tal senso con molti professionisti della nutrizione nella fase diagnostica, presenterà a Spazio Nutrizione 2016:
- Gluten Sensitivity Test: determina la presenza di marcatori di sensibilità al glutine non celiaca;
- Benessere Intestinale: l’In Flora Scan è un test completo per la valutazione del microbiota, dello stato infiammatorio dell’intestino, delle capacità digestive e della permeabilità In particolare il Dysbio Check valuta il tipo di disbiosi intestinale rilevando la presenza nelle urine di due metaboliti del triptofano, denominati Indicano e Scatolo;
Nuovi test diagnostici con analisi lipidomica: sono ben quattro i test diagnostici basati sulla valutazione qualitativa e quantitativa degli acidi grassi della membrana eritrocitaria:
- Lipidomic Profile: valuta l’assetto lipidico delle membrane e permette di capire lo stato di salute generale dell’organismo.
- Cardio Omega Test: mediante l’analisi qualitativa e quantitativa degli acidi grassi di membrana, valuta i marcatori molecolari correlati all’insorgenza delle patologie del sistema cardiocircolatorio, per una tempestiva ed efficace azione di prevenzione.
- Metabolic Profile Basic: valuta il dosaggio di ormoni strettamente correlati al tessuto adiposo viscerale per rilevare la presenza di eventuali danni indotti da alterazioni al metabolismo.
- Cell Skin Profile: mediante l’analisi degli acidi grassi di membrana, insieme a valori espressi dai marker correlati allo stress ossidativo, restituisce un quadro completo della salute del derma, al fine di intraprendere un adeguato protocollo nutrizionale e nutraceutico da associare a un trattamento dermocosmetico.
Nutrizione e mobile health: la piattaforma di telemedicina Telenutrizione Cloud
Grazie all’integrazione fra conoscenze mediche e competenze informatiche, Natrix ha sviluppato Telenutrizione, una piattaforma di telemedicina per fornire servizi nutrizionali, a disposizione dei professionisti della nutrizione che intendono seguire i propri pazienti in modo efficiente e mirato.
Grazie a Telenutrizione, il professionista della nutrizione potrà incrementare l’efficienza e la qualità delle proprie prestazioni, offrendo un servizio innovativo ai pazienti.
In particolare, Telenutrizione offre:
- Un filo diretto con lo specialista, col quale interagire mediante televisita, chat, email.
Una cartella clinica elettronica, sulla quale riportare dati anagrafici, clinici, antropometrici.- Una dieta attiva, mediante la quale il sistema proporrà al paziente le alternative possibili ad ogni pasto in base al protocollo alimentare elaborato dallo specialista.
- Il calcolo automatico del saldo calorico giornaliero, mediante il quale tenere sotto controllo le calorie ingerite anche a seconda dell’attività svolta.
- Una reportistica sull’andamento del percorso, per valutare i progressi e i risultati ottenuti.
- Il rilevamento automatico dei parametri vitali del paziente grazie ai dispositivi Movita, specificamente progettati per l’utilizzo con la piattaforma.
La piattaforma è personalizzabile a seconda delle specifiche esigenze dello specialista della nutrizione.
Newcolon, la macchina per idrocolonterapia
Natrix propone agli specialisti della nutrizione Newcolon, la macchina per idrocolonterapia progettata con particolare attenzione alla praticità d’uso, sia per quanto riguarda la trasportabilità sia per quanto riguarda il pannello di controllo.
Newcolon è composta infatti di due sezioni separabili tra loro (la parte superiore è il dispositivo vero e proprio, quella inferiore è il carrello di supporto), è di dimensioni compatte, facilmente trasportabile, e non avendo batterie interne di alcun tipo, viene alimentata a bassa tensione, con riduzione al minimo dei rischi per paziente e operatore, da un piccolo alimentatore esterno AC/DC medical grade a doppio isolamento.
Display grafico con touch screen, microprocessore interno che elabora i dati dei trattamenti, telecomando per il controllo dell’irrigazione e dello scarico del paziente, filtro acqua antibatterico monouso sono alcune delle prerogative della macchina.
Comunicare la salute e la nutrizione
L’ambito della nutrizione richiede un’attività formativa e informativa dedicata e professionale: da un lato le informazioni presenti in rete e sui social network sono molte, variegate e talvolta contraddittorie; dall’altro l’interesse del pubblico è molto elevato, e fonti privilegiate di informazione sono i blog a tema e soprattutto i social network.
Per lo specialista della nutrizione diventa quindi molto importante essere nei luoghi virtuali in cui le persone cercano informazioni e contenuti di valore, privilegiando il pubblico nelle vicinanze dello studio medico.
Natrix propone ai professionisti della nutrizione due servizi dedicati:
Siti internet: il servizio Ready Website
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Probiotici e prebiotici: quali scegliere e quando assumerli?
Disbiosi ed eubiosi intestinale
Nella società odierna, la medicina e le neuroscienze hanno dimostrato chiaramente l’importanza dell’intestino come organo centrale nella gestione della salute e della malattie.
Già Ippocrate, 2.500 anni fa, parlava dell’intestino come “secondo cervello” oppure “cervello intestinale”.
Gli studi scientifici più accreditati hanno dimostrato come un’alterazione della flora batterica intestinale, chiamata disbiosi, dovuta ad uno squilibrio dei circa 1013 microbi, possa essere determinante nella genesi di molte patologie non solo a carattere intestinale, ma anche a livello extraintestinale, come accade ad esempio nelle malattie cardiache.
Nella cura della disbiosi intestinale e nel ripristino della normale eubiosi, negli ultimi anni si fa spesso ricorso a delle terapie “naturali”, costituite da integratori, la cui vendita e utilizzo sono stati disciplinati dal Ministero della Salute, con una recente revisione nel maggio 2013.
Si sente ormai parlare di probiotici, prebiotici e simbiotici, si fa largo uso di questi integratori, spesso senza avere una chiara idea della natura, dell’attività e dell’utilità di ciascuno di essi, sebbene l’impiego il loro impiego in Italia risalga a circa 30 anni fa.
Probiotici, prebiotici e simbiotici visti da vicino
Tutto ebbe inizio quando all’inizio dello scorso secolo il premio Nobel Metchnikoff osservò che i batteri assunti con gli alimenti sono capaci di modificare la flora batterica intestinale, sostituendo microrganismi dannosi per l’organismo con altri utili.
Fu osservato infatti che nelle feci di soggetti sani erano assenti batteri presenti in quelle di soggetti con diarrea.
I primi prodotti ad essere autorizzati erano a base di Saccaromyces cerevisiae o fermenti lattici come Streptpcoccus thermophilus e Lactobacillus bulgaricus in associazione con nutrienti, per lo più vitamine del gruppo B, utili a favorire il riequilibrio della flora batterica intestinale.
Oggi si utilizzano prodotti a base di diverse specie di batteri (Lactobacillus, Bifidobacterium, Saccharomyces) e ogni specie è formata da ceppi diversi con benefici differenti. Basti pensare che nell’intestino vi sono 3-500 specie batteriche differenti.
Il termine ‘probiotico’ deriva dal greco ‘pro-bios’, che significa ‘a favore della vita’.
Si tratta di microrganismi vivi e attivi (ad esempio batteri), capaci di esercitare un effetto positivo sull’ecosistema intestinale.
Tra questi ricordiamo l’utilizzo di Lactobacillus casei Shirota o Lactobacillus johnsonii, i quali, seppur abbiano un nome simile, hanno un meccanismo d’azione differente e un giusto dosaggio o un sovradosaggio potrebbero causare fenomeni diversi e opposti.
Quando parliamo di ‘probiotici’ infatti ci riferiamo ad alimenti o integratori che contengono in numero sufficientemente elevato microorganismi vivi ed attivi, che riequilibrano l’intestino attraverso una colonizzazione diretta.
Devono essere in grado, qualora assunti per bocca, di sopravvivere all’acidità gastrica e arrivare fino all’intestino.
Per essere efficaci, i probiotici dovrebbero essere assunti sempre e solo a stomaco vuoto, per un tempo medio di 3-4 settimane e in un quantitativo di almeno un miliardo di batteri al giorno.
È difficile assumerli con la dieta, per cui l’unica soluzione è l’integrazione in caso di necessità.
Oltre ai probiotici, abbiamo invece i ‘prebiotici’, che favoriscono la crescita di batteri “buoni”, ma sono sostanze indigeribili e non assorbibili. Essi rappresentano infatti il nutrimento dei probiotici e ne stimolano l’attività nel tratto gastro-intestinale.
Secondo quanto stabilito dal Ministero della Salute, si tratta di ‘sostanze di origine alimentare non digeribili che, se somministrate in quantità adeguata, portano beneficio al consumatore grazie alla promozione selettiva della crescita e/o dell’attività di uno o più batteri già presenti nel tratto intestinale, o assunti contestualmente al prebiotico’.
Tra queste sostanze ricordiamo fibre idrosolubili, beta-glucani, fructani, oligofruttosaccaridi (o FOS), inulina, lattulosio, e molti altri che promuovono la crescita, nel colon, di una o più specie batteriche utili allo sviluppo della microflora probiotica.
Assumere prebiotici attraverso la dieta è fondamentale. Molti sono i cibi che li contegono: frumento, miele, germe di grano, aglio e cipolla, legumi.
Sono presenti anche in molti alimenti fermentati come il pane o la pizza con il lievito o pasta madre, lo yogurt (meglio quello preparato in casa con i fermenti), il kefir, i crauti, il miso, il tempeh, il kombucha, i formaggi fermentati.
Oltre a prebiotici e probiotici, vi sono i ‘simbiotici’, un mix dei primi due con una azione sinergica.
Gli studi scientifici hanno mostrato la loro capacità di migliorare i probiotici e rappresentare un substrato specifico alla flora batterica intestinale già residente.
Sono molto utili in caso di intolleranza al lattosio (dove tra l’altro i soli prebiotici spesso falliscono), e in caso di necessità di assorbimento di alcuni minerali (come il ferro), a seguito di diarrea, di assunzione di antibiotici oppure nella riduzione dell’infiammazione dell’intestino, spesso causata da una cattiva alimentazione, inquinamento, e stress.
Naturalmente, prima di scegliere da soli cosa fare, sarebbe utile rivolgersi al medico per una corretta diagnosi ed effettuare un test di valutazione del benessere intestinale.









