Il Microbiota Intestinale e le sue correlazioni

Cos’è il Microbiota?

Il microbiota intestinale è considerato un “organo invisibile” del corpo umano essenziale per la salute dell’ospite. Diversi compartimenti dell’organismo umano sono popolati da comunità microbiche. Il tratto gastrointestinale (GI) è il compartimento con più alta densità di microrganismi che vanno a costituire il “microbiota” di quel tratto, che essendo quello maggiormente rappresentato, ad oggi, è anche quello più studiato. Il genoma del microbiota intestinale è almeno 100 volte superiore a quello umano e si definisce “microbioma”.

Grazie a questo immenso patrimonio di geni, il microbiota intestinale svolge, con le sue funzioni costitutive e funzionali, un ruolo cruciale nell’impatto sullo stato di salute, agendo come barriera nei confronti dei microrganismi patogeni, modulando la risposta immunitaria ed esercitando funzioni metaboliche centrali nell’organismo ospite.

Come si origina?

L’ipotesi che alla nascita l’intestino del neonato sia sterile (“sterile womb paradigm“) è stata recentemente rivisitata (“in utero colonization“). Oggi si ritiene che l’intestino del neonato sia colonizzato da batteri provenienti prevalentemente dalla madre attraverso il parto naturale, ma anche dall’ambiente esterno, in caso di parto cersareo. La formazione del microbiota intestinale è un processo complesso ma continuo, influenzato da vari determinanti di variabilità sia endogeni che esogeni, che producono effetti immediati al momento del parto e possono protrarsi, almeno in parte, per diversi anni durante l’infanzia. In seguito all’inoculo batterico acquisito alla nascita avviene la differenziazione dei diversi ecosistemi microbici, in diversi distretti dell’organismo ospite, ma come tale differenziazione avvenga è argomento di grande discussione nella comunità scientifica. Sembra che gli ecosistemi microbici dell’ospite supportino la selezione di un gruppo di comunità ben adattate, differenziate a partire dalla comunità dell’inoculo colonizzante, mentre la genetica dell’ospite, insieme ad altre condizioni quali la modalità di parto, allattamento, svezzamento ecc. ne influenzino la composizione successiva, modulando le caratteristiche ambientali della nicchia ecologica. I primi colonizzatori (Enterobatteri) sono progressivamente sostituiti dai Bifidobatteri e da batteri appartenenti ai phyla Firmicutes e Bacteroidetes. L’introduzione di cibi solidi determina la comparsa dei beta-Proteobatteri.

Problematiche correlate all’equilibrio del microbiota

Variazioni nella composizione e nell’espressione genica del microbiota intestinale sono associate al rischio di insorgenza di varie patologie del tratto gastrointestinale (malattie infiammatorie croniche intestinali, sindrome del colon irritabile, celiachia, ecc.), ma sembrano coinvolte anche nella insorgenza e nella progressione di importanti malattie sistemiche non trasmissibili (allergie, malattie metaboliche, oncologiche, neurodegenerative e neuro-infiammatorie croniche ecc.). Evidenze scientifiche attuali supportano l’idea che composizione e attività del microbiota intestinale abbiano un ruolo cruciale nell’influenzare crescita, sviluppo, invecchiamento e malattia.

La dieta è uno dei fattori chiave responsabile della variabilità delle comunità microbiche intestinali capace di modulare le abbondanze relative dei vari gruppi microbici e le relative funzioni metaboliche. La conoscenza del profilo microbico individuale è dunque essenziale per la definizione di diete personalizzate. Allo stesso modo, è stato dimostrato che il microbiota intestinale può influenzare l’efficacia di trattamenti farmacologici; pertanto, la sua caratterizzazione può essere rilevante anche per il successo di strategie terapeutiche.

Gli studi sul microbiota intestinale evidenziano una elevata variabilità interindividuale e una apparente stabilità intraindividuale della comunità microbica che popolano il tratto gastrointestinale umano. Tali studi hanno consentito di differenziare situazioni di eubiosi, ovvero di microbiota in equilibrio, quindi in salute, da situazioni di disbiosi, ovvero di squilibrio del microbiota. In particolare, è stato possibile caratterizzare i profili disbiotici del microbiota nel contesto di patologie quali:

  • IBS
  • morbo di Crohn
  • coliti ulcerose
  • obesità
  • disfunzioni epatiche non alcol- correlate
  • diabete di tipo 1 e 2

Inoltre, sono oggi indagate potenziali relazioni tra una struttura alterata del microbiota intestinale e altri profili patologici, tra i quali:

  • i disordini dello spettro autistico
  • la sclerosi multipla
  • le patologie neurodegenerative
  • le malattie oncologiche.

Le alterazioni disbiotiche del microbiota generalmente coinvolgono la perdita di microrganismi “buoni” (principalmente produttori di acidi grassi a catena corta SCFA), l’aumento di patogeni opportunisti (come batteri mucolitici, produttori di idrogeno, metano e acido solfidrico, e proteobatteri con aumento dell’endotossina lipopolisaccaride (LPS) e/o un’ampia destrutturazione dell’ecosistema microbico, con conseguenze importanti sullo stato di salute dell’ospite, in termini di compromissione dell’integrità della mucosa intestinale, infiammazione acuta della mucosa stessa con traslocazione dei batteri e dei loro frammenti, effetti tossici sui colonociti, danno ossidativo, alterazione del pattern di citochine prodotte, e altri effetti a livello sistemico. Il riconoscimento di possibili segnali precoci di transizione da eubiosi a disbiosi è auspicabile come strumento preventivo futuro. Tuttavia, recenti meta-analisi suggeriscono che le disbiosi microbiche intestinali possono modificarsi nel tempo e che, pertanto, la caratterizzazione delle loro dinamiche è importante nella definizione di strategie terapeutiche personalizzate.

donna benessere microbiota intestinale

Come caratterizzare il Microbiota Intestinale

Per caratterizzare il microbiota intestinale esistono esami specifici che si possono eseguire attraverso un prelievo fecale, esistono 2 tipologie di esame:

  • Un’analisi quantitativa attraverso una coltura dei microorganismi che abitano fisiologicamente il nostro intestino, per valutare con un metodo diretto un’eventuale presenza di Disbiosi Intestinale
  • Un’analisi genetica ad alto contenuto tecnologico che grazie al sequenziamento massivo di seconda generazione (Next Generation Sequencing) caratterizza tutte le famiglie di batteri intestinali, fornendo indicazioni sullo stato di salute generale dell’individuo, del suo intestino e importanti spunti di approfondimento di tutte quelle che sono le correlazioni fisiopatologiche tra la popolazione microbica intestinale e i diversi organi e sistemi che con l’intestino comunicano costantemente.
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Bibliografia

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Calprotectina e infiammazioni intestinali

Cos’è la Calprotectina

La calprotectina è una proteina appartenente alla famiglia delle S100 ed è presente in grande quantità nei globuli bianchi (granulociti neutrofili e in quantità minore anche monociti e macrofagi attivati), si lega prevalentemente al calcio e allo zinco.

La struttura della calprotectina è costituita da una catena polipeptidica leggera e da due catene polipeptidiche pesanti e ha un peso molecolare totale di 36,5 kDa. Si tratta di una proteina con attività batteriostatica e micostatica paragonabile a quella degli antibiotici: per questo l’abbondanza di calprotectina nei granulociti neutrofili e la sua attività antimicrobica ne suggeriscono un ruolo rilevante nelle funzioni difensive dell’organismo.

Come valutare questo marcatore?

è possibile eseguire un esame di laboratorio che valuta il dosaggio della calprotectina fecale, che da evidenza della presenza di una eventuale infiammazione gastrointestinale.

La presenza di calprotectina infatti è stata riscontrata in molti materiali biologici: siero, saliva, liquido cerebrospinale, urine e feci ma è soprattutto nelle feci che il suo dosaggio offre notevoli vantaggi. Un aumento significativo della quantità di calprotectina eliminata con le feci è presente nelle persone con infiammazioni intestinali (Inflammatory Bowel Disease: IBD), di cui fanno parte il morbo di Crohn e la colite ulcerosa.

Durante il processo infiammatorio i globuli bianchi (granulociti) del sangue migrano dal circolo sanguigno nel lume intestinale attraverso la mucosa infiammata; rilasciano la calprotectina che, legata al calcio, diventa resistente all’attacco dei batteri intestinali. In questo modo questa proteina è eliminata intatta tramite le feci.

chi dovrebbe eseguire il test della calprotectina e perché è utile?

L’esame della calprotectina viene effettuato generalmente quando il paziente presenta:

  • Sangue nelle feci
  • Malassorbimento dei nutrienti
  • Diarrea, gonfiore e alterata consistenza delle feci
  • Crampi addominali persistenti
  • Febbre associata o meno ai crampi addominali

Il test ci permette di distinguere un’eventuale malattia infiammatoria intestinale (IBD) da altri disturbi intestinali di origine non infiammatoria, di monitorare la progressione di una malattia infiammatoria intestinale già diagnosticata e di individuare uno stato infiammatorio a livello intestinale.

Inoltre, il valore di calprotectina aumenta, oltre che in presenza di malattie infiammatorie intestinali, anche in caso di infezioni parassitarie o batteriche, e di tumori colon-rettali.

Per questo motivo è sempre molto importante eseguire un test specifico per valutarne il dosaggio.
nutrizionista consigli per riequilibrare la calprotectina

Consigli alimentari utili

L’alimentazione è la prima arma in nostro possesso per la gestione o il miglioramento della sintomatologia legata all’infiammazione intestinale. Esistono cibi che promuovono l’infiammazione e cibi che la attenuano: tra questi ultimi citiamo la carne magra e il pesce, le patate, il riso, la frutta e la verdura (da preferire quella ricca di fibre solubili come carote, melanzane, zucchine, mele, pere, susine e la frutta secca), cereali integrali tra cui l’avena, e tanta acqua.

I cibi proinfiammatori sono invece: tutto ciò che è lievitato o fermentato, compresi gli alcolici, il caffè, il tè, i cibi grassi. E’ opportuno ridurre anche il consumo di legumi e di verdura ad alto contenuto di fibre (broccoli, cavoli, lattuga, ad esempio).

Per chi soffre di infiammazione intestinale è sempre utile integrare anche con probiotici o prebiotici (fibre a base di Frutto-Oligo-Saccaridi e Inulina)

Masticare lentamente e gustarsi il cibo permette una migliore e più facile digestione, oltre che un minor rischio di aerofagia e formazione di aria nell’intestino.

Bibliografia

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Helicobacter Pylori: il batterio “nemico” dello stomaco

Cos’è l’Helicobacter Pylori e cenni storici

Helicobacter pylori è un batterio gram negativo, spiraliforme, isolato dagli scienziati Marshall e Warren.

Per tutto il secolo scorso si è ritenuto che l’ulcera fosse provocata prevalentemente dall’assunzione di cibi acidi o dallo stress.

Soltanto all’inizio degli anni Ottanta prende forma una nuova teoria, secondo cui l’origine dell’ulcera sarebbe prevalentemente infettiva. Nel 1982, i due medici australiani Robin Warren e Barry Marshall isolano per la prima volta un batterio, Helicobacter pylori, che sembra essere il miglior candidato per spiegare lo sviluppo dell’ulcera gastrica e duodenale. Soltanto nel 1994 il National Institute of Health (Nih) americano dichiara l’esistenza di una stretta associazione tra l’ulcera gastroduodenale e l’infezione da Helicobacter. Nel 1996 la Food and Drug Administration (Fda) approva negli Stati Uniti il primo trattamento antibiotico specifico.

Helicobacter pylori, una volta raggiunto lo stomaco, difficilmente viene raggiunto e attaccato dalle cellule del sistema immunitario, riuscendo così a colonizzare la mucosa gastrica nonostante il pH molto acido dello stomaco crei un ambiente generalmente ostile per la crescita batterica.

Il nostro stomaco, infatti, attraverso la produzione di acido cloridrico da parte di alcune cellule appositamente deputate, le cellule ossintiche (o parietali), ha proprio il compito di rendere il cibo più sicuro, eliminando l’eventuale presenza di batteri patogeni che potremmo introdurre con l’alimentazione. Il batterio Helicobacter pylori, invece, non solo riesce a sopravvivere alle condizioni estreme di acidità gastrica, ma grazie ad alcuni meccanismi propri, riesce a creare attorno a sé un microambiente alcalino che lo protegge e gli permette di colonizzare e proliferare in corrispondenza della mucosa gastrica.

Riesce a sopravvivere nell’ambiente gastrico grazie all’ureasi, un enzima che fa aumentare il pH circostante e riesce a penetrare lo strato mucoso più esterno e ad ancorarsi a quello che ricopre la parete interna dello stomaco, dove l’acidità è inferiore, grazie alla sua con conformazione ad elica, da cui prende il nome.

Dati dell’Istituto superiore di sanità stimano che Helicobacter pylori sia presente nello stomaco di circa 25 milioni di italiani, ma la presenza di H. Pylori nel tratto gastrico non è sempre legata a conseguenze dal punto di vista clinico. L’infezione, infatti, è spesso asintomatica, ma talvolta può provocare gastrite e ulcere a livello dello stomaco o del duodeno, il primo tratto dell’intestino. L’ulcera è un’irritazione o un vero e proprio foro che si forma nella mucosa, che produce un dolore intenso, soprattutto a stomaco vuoto. Inoltre, a lungo termine l’infezione può favorire lo sviluppo di un tumore dello stomaco, aumentandone di 2-6 volte il rischio, o viceversa può proteggere contro questo tipo di cancro.

Infatti, numerosi studi sull’andamento del numero di casi di tumore allo stomaco nel mondo confermerebbero il duplice e opposto ruolo del batterio. L’infezione cronica con Helicobacter pylori è un fattore di rischio per il tumore dello stomaco. Studi recenti hanno dimostrato che il batterio sembra favorire i tumori che si formano vicino al cardias, l’orifizio attraverso il quale l’esofago sbocca e s’immette nello stomaco, aumentandone di circa sei volte il rischio. Per contro, diversi studi suggeriscono che la presenza del batterio, proprio a livello del cardias, riduca il rischio che si formi un tumore in questa sede, invece che aumentarlo. L’effetto protettivo deriverebbe dalla capacità di Helicobacter di ridurre l’acidità dei succhi gastrici, cioè delle secrezioni prodotte dallo stomaco. In tal modo queste diventerebbero meno irritanti per le pareti, riducendo gli stimoli nocivi ripetuti che scatenano lo sviluppo di un tumore.

Lo stesso fenomeno provocherebbe una riduzione del rischio di adenocarcinoma dell’esofago nelle persone cronicamente infette.

Quali sono i sintomi più comuni dell’infezione da Helicobacter Pylori?

  • Bruciore di stomaco
  • Dolore addominale
  • Reflusso gastroesofageo
  • Nausea
  • Perdita di appetito
  • Gonfiore
  • Vomito

 Quali sono le cause dell’infezione da Helicobacter Pylori

Ad oggi, le modalità di trasmissione sono ancora poco chiare e l’uomo è l’unico serbatoio noto di questo batterio. La modalità di trasmissione più probabile è quella orale, o oro-fecale. Altre possibili vie di contagio sono il contatto con acque, alimenti e bevande o con strumenti endoscopici contaminati, ma non esistono ancora dati definitivi al riguardo.

Come effettuare la diagnosi?

Per diagnosticare l’infezione esistono diversi metodi:

  • Test su campione fecale: con un esame diagnostico è possibile andare a ricercare gli anticorpi anti-helicobacter pylori in un campione di feci
  • Test sierologici: consistono nella ricerca nel sangue di anticorpi IgG specificamente diretti contro H. pylori
  • Test del respiro, o breath test: dopo aver somministrato al paziente dell’urea marcata radioattivamente, si misura la quantità di anidride carbonica emessa con l’espirazione; questo gas costituisce infatti il prodotto metabolico del batterio in presenza di urea
  • Endoscopia: durante l’esame vengono prelevati campioni (biopsie) della mucosa dello stomaco e del duodeno, analizzati poi al microscopio alla ricerca del batterio. Questo esame è considerato lo standard ottimale per la diagnosi dell’ulcera ma è un esame invasivo.

Trattamento e prevenzione

Una volta accertata l’origine infettiva dell’ulcera, il trattamento consiste in una terapia a base di uno o due antibiotici. Per alleviare i sintomi, inoltre, vengono solitamente associati farmaci antiacidi, come gli inibitori di pompa. Se viene condotta in modo regolare, la terapia risulta risolutiva nel 90% dei casi.

Poiché si sa ancora poco sulle modalità di trasmissione di Helicobacter pylori, anche le misure preventive disponibili sono scarse. In generale, si raccomanda comunque di lavarsi bene le mani, mangiare cibo adeguatamente cucinato e bere acqua sicura.
nutrizionista da percorso contro helicobacter pylori

Quale può essere la terapia nutrizionale?

La terapia nutrizionale deve comprendere l’eliminazione o la limitazione degli alimenti che vanno ad aumentare la secrezione di succhi gastrici e che esercitano una pressione sullo stomaco favorendo il reflusso gastrico.

Cibi da evitare o da ridurne al minino la frequenza di consumo:

  • Vino e superalcolici
  • Caffè e bevande/alimenti contenenti caffeina o teina (tè, coca cola, cacao, cioccolato, bevande energizzanti)
  • Bevande gassate, liquidi caldi o troppo caldi
  • Spezie piccanti (peperoncino, pepe ecc.)
  • Alimenti di origine animale troppo ricchi in grassi: burro, strutto, margarina, panna, salse (maionese, ecc.), formaggi (spalmabili, fermentati, piccanti, molto staagionati), insaccati (mortadella, salame, salsiccia, pancetta, coppa, ciccioli, cotechino e zampone), brodi ed estratti di carne, minestre, sughi e cibi pronti
  • Pesce conservato in scatola, in salamoia o affumicato
  • Agrumi e succo d’agrumi, pomodoro (soprattutto crudo), cipolla, peperoni, aglio, menta
  • Zucchero, dolci, panna e creme, caramelle, cioccolatini, gomme da masticare

Cibi da consumare con moderazione:

  • Latte, yogurt e ricotta interi
  • Frutta secca

Cibi da preferire:

  • Preparazioni piatti semplici
  • Olio EVO a crudo come condimento
  • Frutta di stagione matura, preferibilmente frutti di bosco
  • Verdura di stagione, preferibilmente cavolo, cavolfiore, broccoli
  • Pasta, riso, avena e altri cereali preferibilmente integrali, patate
  • Pane ben cotto, crackers, wasa e fette biscottate
  • Carni bianche private del grasso, pesce azzurro di piccola taglia, formaggi magri (primosale, ricotta, fiocchi di latte, mozzarella)
  • Acqua in piccole quantità da distribuire durante e tra i pasti (almeno 1.5 l al giorno)
  • Miele
  • Tisane e infusi non zuccherati a base di finocchio, camomilla, malva e liquirizia

Altri consigli comportamentali:

  • Consumare i pasti in tranquillità, in orari regolari ed evitare di saltarli
  • Preferire piccoli pasti durante la giornata (almeno 5)
  • Masticare lentamente ogni boccone
  • Non andare a dormire o sdraiarsi subito dopo i pasti, piuttosto bere una tisana tiepida senza zucchero e fare una passeggiata per favorire la digestione

Bibliografia

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  • Epicentro-Istituto Superiore di Sanità
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Alimenti Sani per il Benessere del Tuo Microbiota

Prima di vedere quali sono gli Alimenti Sani per il Benessere del tuo Microbiota, facciamo un breve riepilogo sulla definizione di microbiota intestinale:

L’insieme della popolazione di microrganismi, soprattutto batteri, che colonizza il nostro apparato digerente costituisce la cosiddetta flora batterica intestinale, oggi chiamata anche microbiota intestinale.

Tra l’insieme di tali microrganismi e l’ospite si crea un rapporto di simbiosi a partire dalla nascita (abbiamo descritto nel dettaglio questo passaggio in un precendente articolo, clicca qui per approfondire).

Fattori di squilibrio del Microbiota

Nel corso della vita, numerosi sono i fattori che possono incidere sulla composizione del microbiota intestinale. Tra questi, alimentazione e stile di vita rappresentano i principali attori che entrano in gioco e su cui noi possiamo agire, migliorandoli, in caso di alterazioni a livello intestinale.

Quando si presenta uno squilibrio quali/quantitativo della composizione della comunità batterica intestinale si parla di Disbiosi, condizione che può determinare la compromissione o un’alterazione della funzionalità a livello gastrointestinale ma anche a livello di altri organi e apparati distanti dall’intestino.

La disbiosi intestinale, può essere determinata da diversi fattori, come ad esempio terapie antibiotiche, dieta, danni meccanici a livello della mucosa, agenti patogeni, fattori genetici.

Un’alimentazione a base di alimenti sani ed equilibrati sta al principio del mantenimento di un ottimo stato di salute di tutto l’organismo, compreso l’apparato digerente.

Prebiotici e Probiotici

La scelta degli alimenti che consumiamo quotidianamente gioca quindi un ruolo fondamentale nella prevenzione di alterazioni nel nostro microbiota.

Ci sono alcuni alimenti che risultano protettivi nei confronti del nostro tratto gastrointestinale e sulla base dei nutrienti o microrganismi possiamo distinguerli in prebiotici e probiotici:

Tra i prebiotici compaiono nutrienti di varia natura che hanno la capacità di stimolare selettivamente la crescita o l’attività dei microrganismi che svolgono diversi ruoli protettivi per l’organismo ospitante.

I probiotici sono invece microrganismi che modificano la flora microbica intestinale a svantaggio dei patogeni intestinali e producono vantaggi locali o sistemici per l’organismo ospite.

Tali effetti agiscono attraverso la modulazione del microbiota, l’attività degli enzimi intestinali e lo stimolo di una risposta immunitaria appropriata, esercitando così effetti benefici sulla salute.
batteri microbiota alimenti sani

Lista degli Alimenti Sani per il Benessere del Tuo Microbiota

  • Alimenti fermentati come yogurt, kefir, latti fermenati, tempeh ecc. Grazie al loro processo di lavorazione, forniscono fermenti lattici con azione probiotica e acidi grassi a corta catena in grado di mantenere l’integrità della barriera intestinale e modulare la neuroinfiammazione. Gli alimenti fermentati migliorano la biodiversità del microbiota intestinale, riducono l’infiammazione e modulano la risposta immunitaria.
  • Fibre solubili, contenute principalmente in frutta e verdura ma anche in semi oleosi (es. semi di lino) e cereali (es. avena), sono utili per la protezione della mucosa intestinale. Inoltre, creando un vero e proprio strato gelatinoso, presentano un effetto benefico in caso di stipsi, facilitando il corretto transito intestinale.
  • Cereali integrali e legumi: ricchi di fibre insolubili, il principale nutrimento dei batteri che risiedono nell’intestino, rafforzano così il microbiota e la funzioni di difesa intestinali.
  • Olio extravergine di oliva: lubrifica le feci semplificando l’evacuazione grazie al suo contenuto di acido oleico. Inoltre, è ricco di antiossidanti come il tocoferolo, l’idrossi- tirosolo e l’oleuropeina con azione protettiva nei confronti dei tessuti dell’intestino.
  • Acqua: non è un alimento ma ricopre un ruolo di fondamentale importanza per il mantenimento di un ottimo stato di salute dell’intestino e, in generale, di tutto l’organismo.  L’acqua è implicata sia nella mediazione degli scambi nutritivi sia nel facilitare gli atti evacuatori, permettendo di eliminare le tossine ei residui rimasti all’interno del colon.

Come valutare l’equilibrio del Microbiota Intestinale?

Attraverso l’analisi del Microbiota Intestinale è possibile andare a valutare la composizione della comunità batterica residente nell’intestino, andando ad individuare attraverso il corretto o scorretto bilanciamento delle specie batteriche prese in esame.

In caso di eventuali alterazioni riscontrate, è possibile consigliare un trattamento dietetico specifico e, contemporaneamente, un trattamento con integratori alimentari a base di prebiotici e/o probiotici a base di ceppi batterici selezionati, per ristabilire la normale funzionalità intestinale.

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Overtraining: la relazione con il Cortisolo

Il Cortisolo

Il cortisolo, come abbiamo già descritto in un precedente articolo, è un ormone steroideo appartenente alla classe dei glucorticoidi e prodotto dalle ghiandole surrenali.

La sua produzione aumenta per rispondere efficacemente a situazioni traumatiche, di pericolo o di sforzo, per questo il cortisolo è conosciuto anche come ormone dello stress. Tale risposta comprende una reazione, una resistenza e un adattamento proprio a condizioni di stress. Questo meccanismo è del tutto normale e positivo quando prevede un rapido ritorno alla normalità. Una prolungata resistenza, quindi livelli di cortisolo elevati per un periodo protratto nel tempo, invece, può causare un indebolimento psicofisico.

Livelli ottimali di cortisolo sono necessari per mantenere il benessere dell’organismo. Il cortisolo in condizioni normali è coinvolto in diversi meccanismi come l’aumento della gittata cardiaca, della glicemia e della pressione sanguigna, la regolazione del metabolismo di lipidi, proteine e glucosio e del bilancio idrico ed elettrolitico e il controllo della risposta infiammatoria e immunitaria.

Quale relazione c’è tra cortisolo e stile di vita?

Molti sono i fattori che possono influenzare i livelli di cortisolo nel sangue. Come abbiamo già detto in un precedente articolo, l’alimentazione gioca un ruolo centrale, infatti, una dieta varia ed equilibrata è necessaria per mantenere i normali livelli di glucosio nel sangue, le giuste concentrazioni ormonali, tra cui quelle del cortisolo, e la regolare alternanza tra senso di fame e sazietà.

Ma non solo!

Anche l’attività fisica contribuisce al mantenimento dei normali livelli di ormoni nel sangue. Se praticato a livelli adeguati e personalizzati, l’esercizio fisico aiuta a mantenere un corpo sano, inducendo processi metabolici utili all’aumento della massa muscolare, all’adattamento neuromuscolare e al benessere psicofisico. Al contrario, se l’allenamento avviene in situazioni di squilibrio, cioè se troppo intenso o non adeguatamente supportato da alimentazione e tempi di recupero, possono insorgere alcune problematiche dovute principalmente all’instaurarsi di uno stato infiammatorio cronico. Si parla di:

  • Overreaching funzionale (in cui gli atleti vengono messi in modo controllato sotto stress per ottenere un miglioramento delle loro performance sportive)
  • Overreaching non funzionale (con tempi molto lunghi per avere un recupero completo)
  • Overtraining o sovrallenamento

Overtraining e cortisolo

La condizione di Overtraining è caratterizzata da parametri ormonali, fisiologici e psicologici alterati, tra cui proprio livelli aumentati di cortisolo, con necessità di completo riposo e non solo un periodo di “scarico”.

Il cortisolo è funzionale per l’allenamento, favorisce la produzione di glucosio utile come fonte energetica immediata durante l’attività sportiva o nei momenti di stress, a partire dalle proteine prelevate dai muscoli. Inoltre, aiuta a trattenere quei liquidi che servono a proteggere le articolazioni.

Quando la produzione di cortisolo è troppo elevata o non è supportata da un’alimentazione e un tempo di recupero adeguati, gli esiti della preparazione atletica possono essere compromessi o semplicemente gli equilibri psico-fisici possono essere turbati, con il rischio di entrare appunto in una condizione di Overtraining.

Per questo è di fondamentale importanza controllare che i livelli di cortisolo siano sempre ottimali per modulare l’esercizio fisico e mantenere un ottimale stato di salute.

Come valutare i livelli di cortisolo

Per valutare i livelli di questo ormone è necessario effettuare un Test Diagnostico, così da riscontrare effettivamente se ci sono squilibri. È importante valutare il cortisolo in diversi momenti rispetto all’allenamento, così da averne un quadro completo della curva.

Per eseguire il test basta un semplice prelievo salivare, questa matrice infatti è l’ideale per avere la flessibilità di effettuare diversi campionamenti nell’arco dell’allenamento. Inoltre è un metodo di prelievo semplice e non invasivo che può essere conservato anche a temperatura ambiente per una settimana.

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Bibliografia

  • Anderson T et al. Cortisol and testosterone dynamics following exhaustive endurance exercise. Eur J Appl Physiol. 2016 Aug;116(8):1503-9
  • Cadegiani FA, Kater CE. Basal Hormones and Biochemical Markers as Predictors of Overtraining Syndrome in Male Athletes: The EROS-BASAL Study. J Athl Train. 2019 Aug;54(8):906-914.
  • De Luccia. Use of the testosterone/cortisol ratio variable in sports The Open Sports Sciences Journal, 2016
  • Magiera A et al. Changes in Performance and Morning-Measured Responses in Sport Rock Climbers. J Hum Kinet. 2019 Nov 30;70:103-114.
  • Halson SL, Jeukendrup AE. Does overtraining exist? An analysis of overreaching and overtraining research. Sports Med 2004;34(14):967-81.
  • Gottschall JS et al. Exercise Time and Intensity: How Much Is Too Much? Int J Sports Physiol Perform. 2020 Feb 28;15(6):808-815.

Candida: Cause e Prevenzione

Candida: cos’è?

La candidosi o candidiasi è un’infezione causata da un fungo, la Candida albicans, appartenente alla famiglia dei saccaromiceti.

I miceti o funghi sono organismi eucarioti chemiosintetici ed eterotrofi, unicellulari o più spesso organizzati in strutture pluricellulari. Nella maggior parte dei casi il micete si sviluppa a spese del suo ospite senza causargli un danno apprezzabile ma senza dargli alcun vantaggio. Talvolta, micete e ospite possono andare incontro a interazioni competitive e il micete può prendere il sopravvento, comportandosi da agente patogeno.

I Miceti dei generi Candida sp., Cryptococcus sp. (miceti lievitiformi) e Aspergillus sp. (miceti filamentosi) rappresentano gli agenti eziologici opportunisti più frequenti e presentano un’incidenza uniforme nelle diverse aree geografiche per la distribuzione.

Candida Albicans

Nello specifico, la Candida albicans è un micete commensale che può comportarsi da patogeno opportunista. Infatti, la candida vive sulla superficie delle mucose, in equilibrio con la comunità microbica dell’ospite (microbiota). Però, in condizioni che provocano un’alterazione del micro-ambiente, la candida può crescere in maniera incontrollata e causare infezioni in diversi distretti dell’organismo, tra cui il cavo orale, l’apparato genitale e l’apparato intestinale.

Per cui in condizioni di infezioni recidivanti in questi distretti risulta di fondamentale importanza effettuare uno screening del microbiota, per rilevare la presenza della candida a livello intestinale, e agire direttamente sulla causa scatenante.

Fattori che favoriscono lo sviluppo della Candida

I fattori predisponenti allo sviluppo di infezioni fungine comprendono difetti della fagocitosi, difetti dell’immunità cellulare e alterazioni delle barriere meccaniche che sono alterazioni indotte da immunodeficienze primarie e/o secondarie le cui cause principali sono: terapie farmacologiche (antineoplastiche, steroidee, farmaci immunosoppressivi) oppure terapie antibiotiche. L’uso inappropriato e prolungato degli antibiotici, infatti, contribuisce allo sviluppo di infezioni micotiche in quanto altera la normale comunità microbica e/o permette la selezione di organismi resistenti.
immagine donna che ha sconfitto la candida

Strumenti di Prevenzione

L’adozione di semplici comportamenti può servire da profilassi e contribuire a una corretta prevenzione contro questa fastidiosa infezione.

Per prevenire un’infezione locale, è necessario rispettare le corrette norme igieniche, utilizzando prodotti per la pulizia personale che non modifichino, o danneggino, il microambiente locale e non rompano l’equilibrio esistente tra microbiota e ospite.

Altrettanto importante è seguire uno stile di vita sano, svolgendo regolare attività fisica, limitando fumo e bevande alcoliche e riducendo le occasioni di stress psico-fisico che influenzano negativamente il sistema immunitario.

L’ultimo aspetto, ma non per importanza, riguarda l’alimentazione. È fondamentale seguire una dieta sana e bilanciata per assicurare il benessere dell’organismo e prevenire qualsiasi squilibrio energetico e nutrizionale. Nel caso specifico, è bene limitare l’apporto di zuccheri semplici perché fungono da nutrimento per la candida: non si parla solo del classico saccarosio (zucchero bianco) ma di tutti i dolcificanti naturali, i dolci, le bevande zuccherate, i succhi di frutta, la frutta sciroppata, gli yogurt alla frutta o con altri aromi, i prodotti da forno e tutti gli alimenti conservati e confezionati.

Da preferire, invece, alimenti poveri di zuccheri e ricchi di fibre e/o di probiotici come pesce, legumi, carni magre, uova, yogurt bianco, kefir, cereali integrali, frutta e verdura di stagione. Gli alimenti ad alta concentrazione di fibre solubili ad azione prebiotica, proteggono la salute del microbiota, aiutando il ripristino dei batteri intestinali “buoni”. Tra gli alimenti funzionali al trattamento della candida troviamo anche i semi di psillio, i semi di lino, le pectine, le spezie digestive e antinfiammatorie quali aglio, origano, menta, timo, curcuma, cannella, cumino, finocchio e zenzero.

Bibliografia

  • Ribeiro FC, Rossoni RD, de Barros PP, Santos JD, Fugisaki LRO, Leão MPV, Junqueira JC. Action mechanisms of probiotics on Candida spp. and candidiasis prevention: an update. JAppl Microbiol. 2020 Aug;129(2):175-185.
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Microbiota Intestinale e Obesità: Ruolo della dieta Mediterranea

Il Microbiota Intestinale è la comunità microbica che popola il tratto digerente di ogni individuo. Appena dopo la nascita, si instaura un rapporto simbiotico tra tali microrganismi e l’ospite.

Nel corso della vita, numerosi fattori di natura “ambientale” possono incidere sulla composizione del microbiota intestinale.

Dieta e stile di vita rappresentano i principali attori che condizionano tale composizione e su cui è possibile agire, essendo modificabili.

Studi recenti rivelano una connessione tra dieta e microbiota intestinale nello sviluppo delle più importanti patologie cronico degenerative.

Infatti diete squilibrate e poco salutari, favoriscono alterazioni nella funzione e nella composizione della comunità microbica e, attraverso meccanismi complessi, determinano un aumentato rischio dell’insorgenza di malattie cardiovascolari, come l’obesità.

La Dieta Mediterranea, patrimonio immateriale dell’umanità dal 2010, è il profilo alimentare maggiormente associato a un ridotto rischio di insorgenza di patologie ed a un ottimale stato di salute nella popolazione generale.

I dati sono sempre più concordi nell’ipotizzare un ruolo preponderante delle abitudini alimentari di provenienza Mediterranea nel cambiamento in senso favorevole delle specie batteriche presenti nel nostro intestino, che riflette e spiega, almeno in parte, l’effetto protettivo della dieta nei confronti dell’aspettativa di vita e dell’insorgenza di numerose patologie, tra cui l’obesità.

Quando è presente una modifica quali/quantitativa degli equilibri della composizione della flora batterica intestinale possiamo parlare di Disbiosi Intestinale.

L’alterazione della comunità batterica si ha quando batteri salutari diminuiscono e quelli nocivi aumentano, tale condizione può compromettere la buona funzionalità intestinale con successiva alterazione della produzione di enzimi digestivi e delle normali condizioni biochimiche, relative a pH e vitamine.

Tutto ciò può determinare una risposta infiammatoria aumentata. I villi intestinali non riescono più a garantire il corretto assorbimento dei nutrienti a digestione avvenuta. Alcune macromolecole riescono a oltrepassare la barriera intestinale e, identificate come non self, possono scatenare una risposta immunologica determinando l’aumentata Permeabilità Intestinale.

L’alterazione della capacità di barriera viene denominata sindrome dell’intestino permeabile o “leaky gut” (SAPI o LGS), è a tutti gli effetti un indebolimento delle giunzioni tra le varie cellule della barriera intestinale, e si accompagna ad uno stato infiammatorio cronico.

Infiammazione e permeabilità intestinale sono, quindi direttamente correlate, una causa e conseguenza dell’altra.

Obesità e prevenzione

Numerose patologie, tra cui l’obesità, sono caratterizzate da una risposta infiammatoria cronica, associata a stili alimentari scorretti, disbiosi intestinale e alterazioni nella funzionalità del tratto digerente.

Ad oggi, la Dieta Mediterranea, basata sul consumo frequente di frutta, verdura, cereali integrali, legumi, semi, frutta a guscio e olio di oliva, rappresenta il miglior metodo di prevenzione nei confronti di malattie cronico degenerative correlate a obesità.

Per questo, dovrebbe essere sempre promossa rispetto ad altri modelli alimentari squilibrati come alcune diete “occidentali” che hanno preso campo a causa della globalizzazione.

“Intolleranze alimentari”? Tutta colpa della permeabilità intestinale

Le reazioni avverse agli alimenti

Per spiegare cosa sono le reazioni IgG mediate, comunemente dette “Intolleranze alimentari“, dobbiamo partire spiegando che cosa sono le reazioni avverse al cibo. Con questo termine si intendono tutte quell’insieme di sintomatologie che subentrano dopo l’ingestione di un cibo. Questo è un termine estremamente generico in quanto sotto questa dicitura vengono racchiuse diversi tipi di reazioni che differiscono tra loro per il loro meccanismo d’azione. Per provare a fare un pò di chiarezza ripercorreremo lo schema proposto da (Boyce et al,2010) che partendo dal vertice divide le reazioni avverse al cibo in due sottoclassi, vale a dire le reazioni tossiche e non tossiche.

Le reazioni tossiche sono tutte quelle reazioni indotte dall’assunzione di un alimento eventualmente contaminato da batteri o dalle sue tossine, vale a dire le classiche Tossinfezioni alimentari.

Per quanto riguarda le reazioni non tossiche invece dobbiamo dividerle in altre due sottoclassi vale a dire quelle Immunomediate e quelle non Immunomediate.

Le reazioni non immunomediate sono tutte quelle reazioni nelle quali il meccanismo d’azione non prevede un coinvolgimento del sistema immunitario bensì dei meccanismi diversi come potrebbe essere il deficit di produzione di particolari enzimi in grado di digerire a livello intestinale la sostanza incriminata, un esempio è rappresentato dalla classica intolleranza al lattosio.

All’interno delle reazioni immunomediate invece è doveroso fare l’ultima distinzione in quanto in questa macro classe le reazioni possono essere ulteriormente divise in reazioni IgE mediate e reazioni non IgE mediate.

Le reazioni IgE mediate come abbiamo visto anche nell’articolo precedente, sono delle reazioni di ipersensibilità di tipo 1, che coinvolgono una particolare classe di anticorpi vale a dire le Immunoglobuline E, e sono le classiche allergie.

grafico classificazione intolleranze alimentari

Nella categoria delle reazioni non IgE mediate invece rientrano tutte quelle reazioni che implicano il coinvolgimento del sistema immunitario ma che sono mediate dall’azione di altre immunoglobuline come le IgA, IgG ecc. Tra queste troviamo le reazioni IgG mediate o comunemente dette intolleranze alimentari.

Il ruolo delle IgG specifiche nei confronti degli antigeni alimentari

Le IgG sono il principale tipo di anticorpi presenti nel sangue e nel fluido extracellulare, il ruolo principale di questa classe di anticorpi è quella di permettere mediante il legame con molti tipi di agenti patogeni quali virus, batteri e funghi, di proteggere il corpo dalle infezioni. Oltre a questa funzione, nello studio di Cai et all [1] è stato dimostrato che negli adulti, gli anticorpi IgG sierici, esprimono, un possibile contatto immunologico precedente con il cibo. Secondo Ligaarden [2] il valore totale delle IgG verso specifici cibi indica un loro eccessivo consumo.

Inoltre dagli studi di Finkelman[3][4], emerge che le IgG sono coinvolte anche nella regolazione delle reazioni allergiche, in quanto è stato osservato che ci sono due vie che portano alla reazione anafilattica: nella prima gli antigeni possono causare anafilassi sistemica attraverso la via classica col legame alle IgE legate al recettore FcεRI delle mastcellule, che stimolano il rilascio di Istamina e mediatori infiammatori. Nella via alternativa invece, gli antigeni formano complessi con le IgG e il recettore Fc γ RIII dei macrofagi, stimolando solo il rilascio di mediatori infiammatori.

Pertanto gli anticorpi IgG prevengono la reazione anafilattica IgE mediata, in quanto bloccano l’anafilassi sistemica indotta da piccole quantità di antigene, ma possono mediare l’anafilassi sistemica dovuta a grandi quantità di antigeni [4]. In quest’ottica valutare mediante un test quali proteine alimentari stanno generando un processo flogistico è di notevole importanza, per programmare una strategia nutrizionale volta alla riduzione di quei segnali di flogosi cronica che portano a tutta una serie di micro disturbi dei quali non si riesce a risalire alla causa.

Meccanismo di scatenamento delle reazioni non IgE mediate e sue evidenze in particolari condizioni morbose

Quello che ad oggi è considerato il meccanismo più accreditato per l’insorgenza di reazioni di ipersensibilità IgG mediate [5], è strettamente collegato con la riduzione dell’efficienza di una delle funzioni svolte dall’intestino, vale a dire l’effetto barriera.

Per comprendere meglio il meccanismo vediamo come avviene a livello intestinale il processo di digestione e assorbimento delle proteine alimentari.

In condizioni normali a livello del lume intestinale arrivano frammenti proteici, gia precedentemente predigeriti dallo stomaco, sotto forma di polipeptidi, vale a dire catene di aminoacidi in numero superiore a tre, che in questa forma non possono essere ancora assorbite, per cui intervengono le proteasi intestinali, vale a dire enzimi digestivi in grado di tagliare i polipeptidi in:

  • aminoacidi singoli;
  • dipeptidi;
  • tripeptidi;

Gli aminoacidi singoli, così formati sono in grado di attraversare completamente l’enterocita e quindi essere immessi in circolo nel torrente ematico.

I dipeptidi e i tripeptidi invece possono in questa forma attraversare solo il versante luminare degli enterociti, ma una voltà all’interno, per poter essere immessi nel torrente ematico necessitano di altri enzimi in grado di scompattarli in singoli aminoacidi e solo allora possono essere immessi in circolo.

Ma cosa succede quando si ha una riduzione della funzionalità della barriera intestinale?

In una condizione di permeabilità intestinale, tutto quello che abbiamo visto prima continua a funzionare, ma può capitare che un polipeptide non ancora processato dagli enzimi intestinali passi attraverso le giunzioni serrate e arrivi in circolo.

Una volta in circolo viene riconosciuto come anomalo dal sistema immunitario che rilascia anticorpi specifici (IgG specifiche) che legano l’antigene formando un immunocomplesso e quindi dando il via alla risposta immunitaria

Una piccola quantità di complessi immuni si forma in continuazione e il sistema immunitario è in grado di gestirli senza generare nessun problema, ma Quando si sviluppa una vigorosa risposta anticorpale verso un antigene, dovuta ad esempio ad un continuo passaggio di polipeptidi di una stessa sostanza nel circolo ematico, gli Immuno-complessi circolanti possono aumentare in maniera drammatica, determinando un superamento della soglia di tolleranza, portando così a reazioni infiammatorie croniche  che danneggiano i tessuti circostanti generando la relativa sintomatologia.

La metodica ELISA per la determinazione dei livelli sierici di IgG

Il termine Elisa è l’acronimo inglese di enzyme-linked immunosorbent assay (saggio immuno-assorbente legato ad un enzima). Si tratta di un versatile metodo d’analisi immunologica usato in biochimica per rilevare la presenza di una sostanza usando uno o più anticorpi, ed è la metodica più accreditata e validata per il dosaggio delle IgG sieriche, ovvero per l’analisi delle cosiddette “Intolleranze alimentari“.

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La metodica si avvale di uno specifico supporto denominato piastra sulla cui superfice vi sono 92 contenitori chiamati pozzetti. Sul fondo e sulle pareti di ogni singolo pozzetto, in fase di produzione della piastra, vengono legate le proteine estratte da un dato alimento definite antigeni, ogni pozzetto quindi conterrà una antigene diverso. L’analisi vera e propria può essere schematizzata in 4 fasi:

Nella prima fase l’operatore carica all’interno dei pozzetti il campione di sangue prelevato dal paziente, all’interno del quale sono presenti numerosi anticorpi. Se tra questi ce ne sono alcuni specifici per l’antigene legato al pozzetto, si andranno a legare a loro volta in maniera stabile a quest’ultimi. La restante parte di anticorpi non specifici viene allontanata con una soluzione di lavaggio.

A questo punto si passa alla seconda fase dove viene caricata all’interno del pozzetto una soluzione contenente anticorpi secondari specifici per le IgG umane, ai quali è legato un enzima. Una volta all’interno del pozzetto si andranno a legare agli anticorpi del paziente che a loro volta sono legati agli antigeni presenti sulla superfice del pozzetto. Anche in questo caso gli anticorpi secondari in eccesso che non si sono legati, vengono allontanati con una soluzione baffer.

Successivamente si passa alla terza fase, nella quale si aggiunge al pozzetto una soluzione contenente un substrato utilizzabile dall’enzima legato all’anticorpo secondario, il quale andando a consumare il substrato porterà ad una riduzione del Ph della soluzione che cambierà colore diventando gialla. L’intensità di colore quindi è direttamente proporzionale al numero di anticorpi secondari e quindi è misura diretta degli anticorpi specifici presenti nel campione del paziente.

illustrazione piastra elisa per test intolleranze alimentari

A questo punto si è ottenuto un‘intensità luminosa che deve essere convertita in un valore numerico, per farlo passiamo alla 4 e ultima fase nella quale mediante l’utilizzo di uno spettofotometro, che legge alla lunghezza d’onda di 450 nm ( nanometri), possiamo ottenere la concentrazione delle IgG all’interno di ogni singolo pozzetto, che viene espressa, dopo normalizzazione, in valore percentuale.

Trattamento “intolleranze alimentari”: perché eliminare?

protocollo recupero intolleranze alimentari

L’unico trattamento che permette di migliorare e risolvere la situazione prevede una corretta strategia nutrizionale e fitoterapica volta, in una prima fase, a desensibilizzare l’organismo dalla sostanze incriminate e successivamente ripristinare la corretta tolleranza. Un corretto iter terapeutico potrebbe essere quindi suddiviso in 4 fasi, dove le prime due prevedono l’eliminazione degli alimenti incriminati, mentre le altre due ne prevedono la reintroduzione.

Nelle prime due fasi, che possiamo definire di remissione e di adattamento, l’eliminazione delle sostanze incriminate [5] porta da subito ad una riduzione dei sintomi e del titolo anticorpale.

Molto probabilmente la riduzione della sintomatologia in queste fasi è indotta dall’attenuazione dello stimolo infiammatorio.

In queste fasi, parallelamente all’eliminazione dalla dieta delle sostanze incriminate, è buona norma andare ad agire anche a livello intestinale migliorando l’equilibrio della flora batterica e l’eventuale permeabilità intestinale.

Pertanto può essere d’aiuto l’utilizzo di:

  • Probiotici o prebiotici (6) per migliorare l’equilibrio della flora batterica,
  • Prodotti a base di L-Glutammina (7) che concorre a migliorar la riparazione e il ricambio cellulare,
  • Vitamine e  minerali  come  zinco,  iodio,  selenio, vitamine  del  gruppo  B  e vitamina A che contribuisce al mantenimento di mucose sane;

La seconda parte del trattamento, che prevede le fasi di svezzamento e mantenimento, è molto delicata in quanto andremo a reintrodurre secondo uno schema ben precisi gli alimenti incriminati.

La reintroduzione dovrà avvenire in maniera estremamente graduale, per intenderci mimeremo quelle che sono le tecniche di svezzamento che si attuano in età pediatrica, e quindi partiremo da dosi e frequenze settimanali molto basse e di settimana in settimana aumenteremo prima la dose e successivamente la frequenza.

 Una volta individuate le cause, dalle “intolleranze alimentari” si può guarire!

Bibliografia:

  1. Cai C, Shen J, Zhao D, et al., Sierological investigation of food specific immunoglobulin G antibodies in patients with infiammatory bowel disease., in Plos ONE, 2014.
  2. Ligaarden Sc, Lydersen S, Farup PG, IgG and IgG4 antibodies in subjects whith irritable bowel syndrome: a case control study in the general population, in BMC Gastroenterol, vol. 12, 2012, DOI:10.1186/1471-230X-12-166.
  3. Finkelman FD, Anaphylaxis :lessons from mouse models, in J Allergy Clin Immunol, vol. 120, 2007, pp. 506-15-qiz ;516-7.
  4. Khondoun MV, Strait R, Armstrong L, Yanase N, Finkelman FD, Identification of markers that distinguish IgE-from IgG mediated anaphylaxis, in Proc Natl Acad Sci, vol. 108, 2011, pp. 12413-12418.
  5. L. Zuo,Y.Q.Li,W.J.Li,Y.T.Guo,X.F.Lu,J.M.Li and P. V. Desmondw: Alterations of food antigen-specific serum immunoglobulinsG and E antibodies in patients with irritable bowel syndromeand functional dyspepsia Department of Gastroenterology, Qilu Hospital, Shandong University, Jinan, China andwDepartment of Gastroenterology, St Vincent’s Hospital, Fitzroy Vic.
  6. Lamprecht M, Bogner S, Schippinger G, Steinbauer K, Fankhauser F, Hallstroem S, et al. Probiotic supplementation affects markers of intestinal barrier, oxidation, and inflammation in trained men; a randomized, double-blinded, placebo-controlled trial. J Int Soc Sports Nutr (2012) 9(1):45. doi:10.1186/1550-2783-9-45
  7. RadhaKrishna Rao and Geetha Sama. Role of Glutamine in Protection of Intestinal Epithelial Tight Junctions. J Epithel Biol Pharmacol. 2012 Jan; 5(Suppl 1-M7): 47–54.Published online 2011 Aug 22. doi: 10.2174/1875044301205010047

I consigli alimentari e fitoterapici presenti nell’articolo devono intendersi al solo scopo formativo. Tali informazioni non devono mai sostituire la consulenza personalizzata di un medico. Pertanto, ogni decisione presa sulla base di queste indicazioni dev’essere intesa come personale e secondo propria responsabilità.

Le Allergie Respiratorie Stagionali: ogni anno ritornano

Cosa sono le allergie respiratorie stagionali e con quale meccanismo d’azione si instaurano

La rinocongiuntivite allergica e l’asma bronchiale allergica sono malattie immunologicamente mediate del tratto respiratorio. A seconda dell’allergene, si possono verificare stagionalmente o possono essere perenni. In queste condizioni gli allergeni possono causare una specifica reazione del sistema immunitario, che è mediata da una particolare classe di anticorpi vale a dire le Immunoglobuline E (IgE). Nello specifico, come per il polmone nell’asma allergica, anche la risposta allergica nelle prime vie respiratorie può essere suddivisa in fasi iniziali e tardive. Nella fase precoce dopo che si è verificata la sensibilizzazione a un determinato allergene, e in seguito a una nuova esposizione allo stesso, il legame tra l’allergene e le IgE specifiche presenti sulle superfici dei mastociti nella mucosa nasale, ne provoca la degranulazione, con conseguente rilascio dei mediatori pro infiammatori (tra questi troviamo anche l’istamina) che vanno ad agire sulle cellule dell’epitelio nasale, sulle terminazioni nervose e sulla vascolarizzazione del naso (Bousquet et al, 1996). In questo processo, l’istamina svolge il ruolo più importante, agendo sulle terminazioni nervose, per produrre i sintomi di prurito e starnuto, sulle piccole vene e capillari, causando permeabilità vascolare, che porta al blocco nasale, che è uno dei sintomi principali della rinite allergica. Nella fase tardiva, le cellule infiammatorie continuano a essere reclutate e quindi vanno ulteriormente a sensibilizzare l’area. Questa iper-reattività nasale fa sì che le cellule dell’epitelio nasale siano estremamente pronte a rispondere agli stimoli, quindi è necessaria una quantità minore di allergene per provocare i sintomi. In questa fase i pazienti sono talmente sensibilizzati che si possono verificare sintomi anche in funzione di stimoli non specifici come odori forti di candeggina, lacca per capelli e fumo di tabacco. Le sostanze che più frequentemente sono correlate con le allergie respiratorie possono essere divise in due categorie, vale a dire in allergeni interni ed esterni. Tra gli allergeni interni (quelli presenti nelle nostre case) quelli maggiormente incriminati sono acari e peli di animali, invece i pollini di betulla, ontano, nocciola, varie erbe e l’artemisia sono i più frequenti allergeni esterni.

Incidenza della patologia nella popolazione italiana, e Sintomi associati alla condizione

In termini di effetti sulla popolazione, le allergie respiratorie si posizionano ai primi posti come malattie croniche. In Europa, diverse società scientifiche e associazioni dei malati stimano una prevalenza delle riniti allergiche, nel loro complesso, del 10-20%, a seconda delle zone e delle stagioni, con un trend che sembra essere in crescita negli ultimi anni. In Italia, secondo quanto contenuto nel progetto Aria, un’iniziativa voluta dall’Oms per diffondere nelle farmacie e tra il pubblico generale informazioni sulle rinocongiuntiviti allergiche e sull’asma, si stima che il 25% della popolazione compresa tra i 18 ed 44 anni soffre di rinite allergica e il 5% soffre di asma. I sintomi interessano principalmente le membrane di rivestimento del naso, inducendo rinite allergica, o le membrane di rivestimento delle palpebre e del bianco degli occhi (congiuntiva), provocando congiuntivite allergica.

Tra i principali sintomi troviamo:

  • Prurito al naso, al palato, al retro faringe e agli occhi;
  • Il gocciolamento nasale, caratterizzato da una secrezione acquosa di colore chiaro e a volte ostruzione nasale;
  • Ostruzione dei seni paranasali, che causano cefalea e occasionalmente infezioni sinusali (sinusite);
  • Starnuti frequenti;
  • Lacrimazione oculare, arrossamento del bianco degli occhi e gonfiore delle palpebre;
  • Altri sintomi includono tosse, respiro sibilante e talvolta irritabilità e disturbi del sonno.

La gravità dei sintomi varia in base alla stagione, inoltre molti soggetti con rinite allergica sono anche affetti da asma (che induce sibili respiratori), causato dagli stessi allergeni che contribuiscono alla rinite allergica e alla congiuntivite.

Reazioni crociate tra allergeni e alimenti “Una somiglianza irritante”

tabella reazioni crociate rispetto alle allergie respiratorie

Gli individui positivi per l’allergia IgE-mediata ai pollini possono andare in contro a fenomeni così detti di “reazione allergica crociata”, un fenomeno nel quale il sistema immunitario non riconosce la differenza tra le proteine del polline e quelle dell’alimento. Questo fenomeno si manifesta perché in molti alimenti (vedi tabella sottostante) sono presenti molecole proteiche simili a quelle che si trovano nei pollini o negli acari della polvere. Queste molecole vengono riconosciute dal sistema immunitario anche dopo ingestione dell’alimento, scatenando così la reazione alimentare crociata.

Quando si verifica una reazione allergica crociata, l’assunzione di alcuni alimenti, soprattutto durante il periodo di fioritura, può accentuare i sintomi indotti dalla sostanza inalante. Non tutte le persone allergiche ai pollini hanno necessariamente un’allergia crociata agli alimenti e non tutti gli alimenti elencati nella tabella danno allergie nella singola persona. Per questi motivi è importante che sia solo lo specialista a indigare caso per caso se/e quale dieta seguire, anche allo scopo di limitare il rischio di squilibri nutrizionali.

Il miglior trattamento per le allergie respiratorie è la prevenzione

Quando si soffre di allergie respiratorie come quelle stagionali, ridurre al minimo i fattori di rischio è importante. Per ridurre quanto più possibile l’esposizione alle sostanze incriminate è sufficiente seguire i seguenti consigli:

  • Tenere finestre e porte chiuse a casa e in macchina durante la stagione delle allergie;
  • Fare una doccia, lavare i capelli e cambiare i vestiti dopo aver lavorato o giocato all’aperto.
  • Indossare una maschera con filtro NIOSH 95 quando si falcia il prato o si svolgono altre faccende all’aperto
  • tenere sotto controllo il “calendario pollinico” che indica quali e quanti pollini circolano nell’aria in ogni periodo, e evitare di uscire nelle ore di maggior concentrazione.
rappresentazione calendario pollinico per le allergie respiratorie

Quando si parla di allergie, il motto “prevenire è meglio che curare” è doppiamente valido.

Trattamenti farmacologici

La corrispondenza tra farmaco e sintomo è cruciale nella gestione della rinite allergica, per cui nella fase iniziale della risposta allergica, che è in gran parte dovuta all’istamina, potrebbe essere vantaggioso l’utilizzo di un antistaminico a lunga durata d’azione, mentre per i sintomi successivi, più cronici, sarebbe preferibile trattarli con un corticosteroide nasale topico. Questa combinazione è il trattamento di prima linea per la rinite allergica (Bousquet et al, 2001). In alternativa l’immunoterapia specifica può essere d’aiuto in alcuni casi quali:

  • In presenza di sintomi gravi
  • Se non è possibile evitare il contatto con l’allergene
  • Quando i farmaci abitualmente usati per trattare la rinite o la congiuntivite allergica non riescono a controllare i sintomi

L’immunoterapia deve essere iniziata dopo la stagione dei pollini, per prepararsi alla stagione successiva. Questa terapia presenta più effetti collaterali se iniziata durante la stagione dei pollini, perché gli allergeni hanno già stimolato il sistema immunitario, e offre il massimo dell’efficacia se continuata per tutto l’anno.

Come diagnosticare le allergie respiratorie?

La diagnosi di allergie respiratorie stagionali viene effettuata dall’allergologo sulla base dei sintomi e delle circostanze in cui si manifestano. A sostegno della diagnosi clinica vengono utilizzati diversi tipi di test come il RAST Test (test in vitro), in alternativa il prick test (test in vivo). Per eseguire il prick test, si pone una minima quantità di allergene sulla cute lievemente scarificata del soggetto in esame (grazie all’impiego di lancette “calibrate” con una punta molto piccola). Se nel sangue del soggetto allergico sono presenti anticorpi IgE attivi contro un determinato allergene si osserverà una reazione di edema localizzato con prurito (pomfo) in corrispondenza della piccola area cutanea dove è stata posta la sostanza alla quale è allergico (o si suppone sia allergico) il paziente. il RAST (Radio Allergo Sorbent Test) consente, mediante un prelievo di sangue, di identificare e quantificare  le IgE “specifiche” verso un determinato allergene.

Bibliografia

  • British Society of Allergy and Clinical Immunology (BSACI) annual meeting: 10-12 July, Nottingham. Details: 020 7404 0278 or www.bsaci.org.
  • PROGETTO MONDIALE ARIA.AGGIORNAMENTO ITALIA Linee-Guida Italiane Firenze, 28 Febr 2019
  • Akeda K, Hamelmann E,  Joetham A, et al. Development of eosinophilic airway inflammation and airway hyperresponsiveness in mast cell-deficient mice, J Exp Med, 1997, vol. 186 (pg. 449-454)
  • Corry DB, Grunig G,  Hadeiba H, et al. Requirements for allergen-induced airway hyperreactivity in T and B cell-deficient mice, Mol Med, 1998, vol. 4 (pg. 344-355)
  • Bousquet J1, Van Cauwenberge P, Khaltaev N; Aria Workshop Group; World Health Organization. Allergic rhinitis and its impact on asthma. J Allergy Clin Immunol. 2001 Nov;108(5 Suppl):S147-334.
  • Bousquet MD,Richard Lockey MD, Hans-Jorgen-Malling MD, the WHO panel members.Allergen immunotherapy: Therapeutic vaccines for allergic diseases A WHO position paper. Journal of Allergy and Clinical Immunology Volume 102, Issue 4, October 1998, Pages 558-562

I consigli alimentari e terapeutici presenti nell’articolo devono intendersi al solo scopo formativo. Tali informazioni non devono mai sostituire la consulenza personalizzata di un medico. Pertanto, ogni decisione presa sulla base di queste indicazioni dev’essere intesa come personale e secondo propria responsabilità.

Intestino sano con l’esame del Microbiota Intestinale

Alterazione della flora batterica intestinale

Sono miliardi gli organismi che popolano il nostro intestino. Stiamo parlando di un’area che ha un’estensione di circa 300 metri quadrati e che, nel corso di una vita, viene attraversata da circa 30 tonnellate di cibo e 50 mila litri di liquidi. Numeri che danno la dimensione dell’importanza del microbiota intestinale sul nostro stato di salute.

foto microbiota intestinaleL’insieme della popolazione di microrganismi, soprattutto batteri, che colonizza il nostro apparato digerente costituisce la cosiddetta flora batterica intestinale, oggi chiamata anche microbiota intestinale. All’interno del microbiota intestinale si concentra circa il 70% del nostro sistema immunitario ed esso svolge una miriade di funzioni vitali, prima fra tutte quella appunto di agire come barriera difensiva, creando un ambiente inospitale agli agenti patogeni, modificando il pH intestinale e riducendo i substrati che favoriscono la proliferazione di questi batteri nocivi. Questi batteri, di cui si contano 500 specie differenti, si possono dividere in “buoni” (non patogeni) e nocivi (patogeni). Nell’intestino le specie buone sono prevalenti e ne assicurano l’equilibrio nonostante la presenza di quelle nocive. Questo stato di equilibrio prende il nome di eubiosi, letteralmente “benefico per l’organismo”, mentre per disbiosi si intende un’alterazione della flora batterica intestinale dovuta a un aumento indisturbato dei ceppi patogeni e a una diminuzione di quelli salutari.

Quali sono i sintomi della disbiosi intestinale?

Ecco un breve elenco dei “campanelli d’allarme” utili a riconoscere la disbiosi intestinale:

  • Stitichezza
  • Diarrea
  • Gonfiore o dolore addominale
  • Reflusso gastroesofageo
  • Aria e ed eccessiva produzione di gas intestinali
  • Presenza di muco nelle feci
  • Infezioni genitali ricorrenti come la candidosi vaginale
  • Prurito e sfoghi della pelle come acne, psoriasi, rosacea
  • Carenze nutritive soprattutto di vitamine e minerali
  • Intolleranze alimentari
  • Aumentata suscettibilità ad infezioni e allergie
  • Malattie autoimmuni (Artrite reumatoide, Tiroidite di Hashimoto, Celiachia, Diabete tipo 1…)
  • Stress cronico
  • Scarsa concentrazione e malessere generale senza apparente motivo
  • Disturbi del sonno e cambiamenti dell’umore
  • Ridotta efficienza fisica

Nel caso si avvertano alcuni dei sintomi sopra citati è importante non trascurarli ma fare una verifica dello stato di salute del proprio benessere intestinale. Il test Inflora Scan risponde a questa esigenza.

Inflora Scan: il test del microbiota intestinale per il tuo benessere

campagna test microbiota intestinaleL’Inflora Scan consente di indagare lo stato di salute dell’intestino attraverso la valutazione di:

  • Equilibrio del microbiota intestinale attraverso l’analisi microbiologica delle feci
  • Infiammazioni intestinali: attraverso il marker della Calprotectina
  • Capacità digestiva per sapere in quale funzione del processo vi siano eventuali alterazioni e avere un’idea precisa di come intervenire in caso di disturbi digestivi.
  • Permeabilità intestinale per indagare se la parete dell’intestino ha subito danni ripetuti nel tempo che non le consentono di riuscire più né ad assorbire propriamente i nutrienti né a trattenere al suo interno le varie sostanze tossiche.
  • Presenza di parassiti per capire vi siano parassiti intestinali che impediscono il corretto assorbimento dei nutrienti e smaltimento delle tossine ed infezioni gravi che possono causare una occlusione intestinale.

L’esame del microbiota intestinale viene eseguito su campioni di feci e urine e i referti presentano, oltre ai risultati analitici, anche un’accurata e sicura interpretazione medica con i consigli alimentari e un protocollo specifico di riequilibrio della flora batterica da seguire. Vengono invece rimandate al medico curante le decisioni terapeutiche.