La dieta mediterranea: chi l’ha inventata?

Tutti ne parlano, ma pochi la conoscono.

A seconda del periodo, o degli argomenti che maggiormente catalizzano l’attenzione generale, ci si improvvisa allenatori, economisti, criminologi, e così via.

Ben lungi dal vederci dietro la volontà di millantare competenze non del tutto consolidate, è naturale esprimere opinioni su ciò che in un dato momento riscuote interesse, e alzi la mano chi non si è mai pronunciato, ad esempio, in merito allo spread, al mercato del lavoro o alla geopolitica, pur non essendo un esperto.

Essendo la nutrizione un ambito che riguarda tutti, a prescindere da età, sesso, cultura e area di provenienza, è naturale che sin dalla notte dei tempi siano fioriti precetti e scuole di pensiero su quale sia il regime alimentare più adatto a mantenere un buono stato di salute.

In questo e nei prossimi articoli parleremo della dieta mediterranea, la più menzionata al mondo, nonché dal 16 novembre 2010 iscritta dall’UNESCO nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’Umanità.

Lo facciamo perché a nostro avviso, come accade a quei concetti che a furia di essere nominati perdono la primigenia nitidezza e inglobano elementi spuri, il concetto di ‘dieta mediterranea’, allontanandosi progressivamente dai modelli alimentari tradizionali di Italia, Grecia, Spagna e Marocco, ha finito per designare, nell’immaginario collettivo, un regime alimentare basato soprattutto sul consumo di carboidrati raffinati come pane e pasta; cosa che, come vedremo, non è affatto vera.

In questo articolo parleremo di Ancel Keys, che per primo l’ha definita; nel prossimo ne vedremo i principi metodologici; da ultimo daremo uno sguardo ad alcuni dati sulla dieta mediterranea.

Il papà della dieta mediterranea.

ancel_keysAncel Benjamin Keys, dicevamo, nato a Colorado Springs nel 1904 e deceduto a Minneapolis nel 2004, biologo e fisiologo statunitense, studiando l’epidemiologia delle malattie cardiovascolari, giunse a formulare ipotesi sull’influenza dell’alimentazione in tali patologie, e ad individuare i benefici di un regime alimentare da lui stesso definito ‘dieta mediterranea’.

Già famoso come ideatore della ‘Razione K’, razione da combattimento individuale giornaliera introdotta negli Stati Uniti d’America nel 1942 nel corso della seconda guerra mondiale, nei primi anni ’50, a Roma per il primo ‘Convegno sull’alimentazione’, rimase affascinato dal dato della bassa incidenza di patologie cardiovascolari e di disturbi gastrointestinali nella regione Campania e nell’isola di Creta, e fu il promotore del primo studio pilota per chiarire tale mistero.

Prese in esame la popolazione di Nicotera, in Calabria, e nel 1962 si trasferì a Pioppi, villaggio di pescatori del comune di Pollica, nel Cilento, dove rimase per 28 anni, e insieme ad alcuni collaboratori (Martti Karvonen, Flaminio e Alberto Fidanza, Jeremiah Stamler) studiò l’alimentazione della popolazione locale.

Dalle anamnesi che estrapolò dalle interviste dei pazienti emerse che nei paesi del sud Italia, viste le precarie condizioni economiche della popolazione, l’alimentazione era basata su cibi poveri come cereali integrali, legumi, frutta, verdura, pesce e pochissima carne.

Dopo avere studiato lo stile alimentare del ceto medio della popolazione campana e calabrese, cominciò a sottoporre i suoi pazienti negli USA allo stesso stile alimentare, riscontrando una notevole riduzione di eventi mortali per patologie cardiovascolari, ma niente di paragonabile alle percentuali nell’Italia meridionale.

Individuò l’elemento chiave nella qualità e nelle proprietà dei grassi impiegati, e in particolare nell’olio extravergine d’oliva, eleggendolo uno dei nutraceutici fondamentali per la prevenzione e la cura delle patologie cardiovascolari.

Insieme alla moglie Margaret, nel 1975 tradusse i suoi studi in forma divulgativa nel volume ‘How to eat well and stay well: the Mediterran way’ (Come mangiare bene e stare bene: lo stile mediterraneo), un libro che fece epoca e che diffuse il concetto di ‘dieta mediterranea’ in tutto il mondo.

E forse, a riprova che Ancel Keys non avesse tutti i torti, sta il fatto che morì a 100 anni compiuti!

Solstizio d’inverno, ritmi circadiani e… caffè

Cosa sono i ritmi circadiani

Nell’articolo precedente, parlando del cortisolo, ‘l’ormone dello stress’, abbiamo accennato al fatto che il nostro organismo lo secerne basandosi sul ritmo circadiano sonno-veglia: approfittiamo dell’approssimarsi del solstizio d’inverno, la notte più lunga dell’anno, per capire cosa siano i ritmi circadiani e in quale misura vengano influenzati da stimoli esterni come l’alternanza luce/buio, con qualche curiosità legata alle nostre abitudini quotidiane.

Il termine ‘circadiano’ deriva dal latino circa diem, e va a definire un ciclo di 24 ore durante il quale si ripetono regolarmente certi processi fisiologici: oltre alla secrezione del cortisolo e alle fasi di sonno-veglia, rientrano nei ritmi circadiani anche la pressione sanguigna e la temperatura corporea, governati dagli ormoni il cui dosaggio andiamo a testare con il nostro Hormonal Profile.

Di base, i ritmi circadiani sono endogeni e vengono regolati da una sorta di orologio biologico interno, che però si mantiene sincronizzato con il ciclo del giorno grazie a stimoli esogeni di genere naturale o sociale (chiamati zeitgebers, che in tedesco significa letteralmente ‘donatori di tempo’): il più importante zeitgeber è la luce solare, a cui possiamo aggiungere ad esempio la temperatura ambientale oppure, a livello sociale, gli orari dei pasti.

Posso offrirti un caffè? Beh dipende… dal cortisolo!

Vi è mai capitato di avere la sensazione che il caffè non faccia effetto?
Molto probabilmente non dipende solo dalla pertinacia nel concedersi notti brave, ma dal sovrapporsi, nel ritmo circadiano del cortisolo, di fattori endogeni, vale a dire il nostro orologio biologico, e stimoli esogeni, ovvero la tazzina di caffè, in questo caso ottimo esempio di zeitgeber.

Il nostro organismo secerne cortisolo in base a un andamento giornaliero che prevede picchi massimi e picchi minimi: senza considerare particolari situazioni di stress oppure sessioni di intensa attività fisica, nelle prime ore del mattino abbiamo la produzione massima, che si riduce dalle 9,30 alle 11,30, risale dalle 12,00 alle 13,00, e subisce un’altra riduzione dalle 13,30 alle 17,00.

Un ultimo picco massimo si registra dalle 17,30 alle 18,30, infine il livello decresce nelle ore notturne per ricominciare il ciclo il mattino successivo.

Chiediamo venia per l’affermazione tutt’altro che scientifica, ma se definiamo il cortisolo una sorta di ‘caffeina endogena’, appare chiaro che i momenti del giorno nei quali il nostro organismo avrebbe maggiormente bisogno di una tazzina di caffè sono fra le 9,30 e le 11,30 e a metà pomeriggio.

Detto questo, nessuno potrà mai toglierci il piacere di una tazza di caffè di prima mattina, solo non lamentiamoci se a volte ci sembra che non faccia effetto!
A parziale consolazione, teniamo anche presente che la colpa non è necessariamente da attribuire allo scarso grado di compatibilità fra la serata trascorsa e gli impegni lavorativi del giorno dopo.

Le feste di Natale fra riposo, stress e cortisolo

Stress e cortisolo

Il Natale si avvicina a grandi passi, e se la nostra immaginazione raffigura una scena illuminata da luci calde, con la tavola rallegrata dalle bacche rosse del pungitopo e dai riflessi dorati del servizio buono, il profumo delle bucce d’arancia nell’aria, un’atmosfera di rilassata e cordiale convivialità, e soprattutto la messa al bando dei sensi di colpa per un saldo calorico esagerato, il percorso per arrivare alla meta si presenta alquanto accidentato.

Fra sprint finale al lavoro per chiudere le attività in sospeso, ansia da regalo per parenti prossimi o remoti, fondati timori di finire seduti a tavola proprio di fronte al cugino antipatico, più che con le calorie potremmo avere qualche problema col cortisolo.

Il cortisolo è detto anche ‘ormone dello stress’, perché livelli aumentati si riscontrano in caso di forte stress psico-fisico, vita frenetica e irregolare o dopo attività fisica molto intensa, e in generale il suo ruolo è inibire le funzioni corporee non indispensabili nel breve periodo, garantendo il massimo sostegno agli organi vitali: aumenta la gittata cardiaca, la glicemia, incrementa la gluconeogenesi epatica, stimola la secrezione di glucagone e riduce l’attività dell’insulina. Inoltre, riduce le difese immunitarie.

La secrezione del cortisolo è controllata dall’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, e viene regolata dal ritmo circadiano del ciclo sonno-veglia, con un picco massimo nelle prime ore del mattino, tra le 6 e le 9, seguito da un progressivo rallentamento lungo la giornata per raggiungere il minimo verso mezzanotte.

Fin qui tutto bene. Ma cosa succede quando siamo sottoposti a una condizione prolungata di stress, che forza il nostro organismo a secernere cronicamente elevati livelli di cortisolo?

Come effetto collaterale di un aumento cronico di cortisolo si ha l’accelerazione dell’insorgenza dell’osteoporosi; in assenza di zuccheri, favorisce il catabolismo proteico e la mobilitazione e l’utilizzo degli acidi grassi, ma in alcuni distretti stimola la lipogenesi: stimola lo sviluppo del tessuto adiposo sottocutaneo, soprattutto nel tronco e nell’addome.

Una condizione stabile di ipercortisolismo può portare a ipertensione, alopecia, debolezza muscolare, alterazioni del ciclo mestruale, infezioni ricorrenti, calo della libido, osteoporosi, cefalea, depressione, invecchiamento precoce.

Misurare e controllare il cortisolo

Ipersensibilità al dolore, come ad esempio mal di schiena e dolori muscolari, difficoltà a prendere sonno e stanchezza cronica, accumulo di tessuto adiposo intorno all’addome, vulnerabilità a raffreddore e infezioni, calo del desiderio sessuale sono sintomi di una eccessiva produzione di cortisolo.

Quantificare la presenza di cortisolo nell’organismo è molto facile: il test di valutazione degli equilibri ormonali di NatrixLab si basa sul prelievo salivare, che innanzitutto… non sottopone a stress da prelievo!

A parte questo non trascurabile vantaggio, dal punto di vista biologico occorre sapere che gli ormoni sono in grado di oltrepassare passivamente la membrana delle ghiandole salivari, raggiungendo la saliva.

La quota di ormone che vi si ritrova corrisponde a all’ormone “libero”, quindi non legato ad altre proteine: la percentuale, appunto, che corrisponde alla parte attiva degli ormoni circolanti.

Se, dopo aver fatto il test, riscontriamo livelli troppo elevati di cortisolo, oltre a quanto abbiamo detto parlando di radicali liberi e stress ossidativo, sarebbe buona norma:

  • Evitare il cibo spazzatura e prediligere i carboidrati non raffinati, le proteine (pesce, bianco d’uovo, carne bianca), le fibre alimentari;
  • Ridurre al minimo il consumo di sigarette, alcol, caffè, farmaci e sostanze stupefacenti;
  • Fare attività fisica;
  • Dormire bene e a orari regolari.

Anche concentrarsi più sulla bontà del cibo che sul commensale antipatico potrebbe essere d’aiuto, non foss’altro per mantenere vivo l’antico detto che ‘a tavola non si invecchia mai’.

Gli acidi grassi? Sono essenziali!

Grassi buoni, grassi cattivi, grassi essenziali

Nel precedente articolo abbiamo sgombrato il campo da un preconcetto largamente diffuso, che vorrebbe identificare i grassi con il Male assoluto: in realtà i grassi sono sostanze indispensabili alla vita dell’organismo, non sono tutti ‘cattivi’, e soprattutto occorre considerare il loro bilanciamento.

Proseguendo l’argomento, andiamo ora ad approfondire il concetto di ‘grassi essenziali’, per capire il ruolo indispensabile dello stile alimentare nel mantenere un profilo lipidico equilibrato.

Gli acidi grassi essenziali sono quegli acidi grassi che il nostro organismo non è in grado di produrre autonomamente a partire da altri precursori: devono pertanto essere introdotti con la dieta per preservare lo stato di salute dell’organismo.

Conosciuti anche come ‘vitamina F’, gli acidi grassi essenziali sono due:

    1. Acido linoleico (precursore degli acidi grassi Omega 6)
      È il più abbondante acido grasso polinsaturo contenuto nei tessuti umani ed è il precursore degli acidi grassi della classe n-6, incluso l’acido arachidonico (contenuto anche nell’olio di arachidi, da cui prende il nome).
      È presente nelle noci, nei cereali, nelle olive e in tutti gli oli vegetali, come l’olio di girasole, l’olio di mais, quello di lino e quello di canapa.
      Bassi livelli di questo acido grasso possono alterare la funzionalità strutturale delle membrane biologiche, con una riduzione nella produzione di eicosanoidi in grado di regolare il processo infiammatorio.
      L’acido linoleico contribuisce ad abbassare i livelli totali di colesterolo ematico e ridurre i fattori di rischio cardiovascolare, una delle principali cause di morte delle società industrializzate.

 

  1. Acido alfa-linolenico (precursore degli acidi grassi Omega 3)
    È considerato il precursore degli acidi grassi della classe n-3.
    Si trova nelle carni e nell’olio di pesci tipici di acque marine fredde come salmone, merluzzo, sgombro, sardine, alici, tonno. È presente inoltre nei semi di lino, di canapa, di colza, nella soia, nelle noci, e nelle verdure a foglia verde scuro.
    L’acido alfa linoleico svolge funzione antiaggregante, vasoprotettiva e antitrombotica, e per questo motivo concorre alla riduzione del rischio cardiovascolare.

Misurare e correggere il rapporto fra gli acidi grassi

Una volta individuati gli acidi grassi essenziali, è importante misurare il loro rapporto: i grassi Omega-6 e Omega-3 infatti competono per l’utilizzo degli enzimi coinvolti nella loro desaturazione, con la conseguenza che una eccessiva assunzione di Omega-6 può compromettere la formazione degli Omega-3 e viceversa.

In generale, nella dieta del mondo Occidentale più industrializzato, oltre a un importante incremento dell’assunzione di grassi saturi di origine animale, si registra una riduzione dell’apporto di acidi grassi Omega-3 in favore degli Omega-6.

In base ai dati LARN (Livelli di Assunzione Raccomandata di Nutrienti per la popolazione italiana), anche a causa di un regime alimentare ricco di carboidrati, nel nostro Paese il rapporto tra Omega-6 e Omega-3 è di circa 13:1, laddove le giuste proporzioni dovrebbero essere 4:1.

Per misurare la concentrazione e il rapporto fra gli acidi grassi e intervenire mediante la dieta, NatrixLab propone due presidi, uno in fase diagnostica e l’altro in fase di gestione di un protocollo alimentare adeguato:

    1. Lipidomic Profile
      Il Lipidomic Profile di NatrixLab misura la concentrazione degli acidi grassi nell’organismo e ne rileva gli eventuali squilibri, mettendo così in grado il paziente di provvedere, mediante l’aiuto del medico, a ristabilire una condizione di equilibrio.
    2. Telenutrizione
      Telenutrizione è una piattaforma telematica di telemedicina, pensata per essere l’interfaccia fra paziente e nutrizionista: rilevato lo squilibrio in fase diagnostica, mediante Telenutrizione il paziente avrà uno strumento a supporto del proprio protocollo alimentare, nella misura in cui potrà essere in contatto diretto e costante con il nutrizionista.

Il buono, il brutto, il cattivo …e il grasso

Grassi, calorie e luoghi comuni

‘Io dormirò tranquillo, perché so che il mio peggior nemico veglia su di me’, dice un Clint Eastwood semidisidratato a Eli Wallach ne ‘Il buono, il brutto, il cattivo’, quando dopo aver vagato nel deserto è convalescente nel letto di una missione cattolica, e da vittima diventa carnefice, in uno di quei rovesciamenti di ruolo che Sergio Leone riesce sempre a regalarci nel dipingere un mondo di Frontiera amorale e cinico.

E noi, siamo sicuri che i grassi siano sempre così ‘cattivi’ per la nostra salute, e vadano eliminati dalla dieta? Non è che a guardarli meglio, andando oltre la forte caratterizzazione negativa e i luoghi comuni, potrebbero riservarci qualche sorpresa?

In realtà i lipidi, più comunemente detti grassi, sono una classe di sostanze organiche molto diffusa in natura che svolge negli organismi viventi una serie di ruoli biologici sia di tipo strutturale sia energetico e metabolico, ovvero:

  • Entrano nella costituzione delle membrane biologiche;
  • Regolano gli scambi metabolici;
  • Rappresentano la più abbondante fonte di riserva energetica dell’organismo accumulandosi come tessuto adiposo;
  • Costituiscono un efficace sistema di protezione nei confronti di agenti esterni, traumi e variazioni di temperatura;
  • Svolgono una importante funzione ormonale in quanto sono i precursori degli eicosanoidi.

Detto questo, proviamo a guardare i grassi da vicino, e a fare una distinzione fra ‘buoni’ e ‘cattivi’.

Grassi “buoni” (mono e poli insaturi).
I grassi “buoni” svolgono importantissimi ruoli nel nostro organismo e sono i precursori di sostanze ad azione pro ed antinfiammatoria.
In particolare gli acidi grassi essenziali della serie omega 3 ed omega 6, che possono essere assunti soltanto con la dieta, rivestono un interesse sempre maggiore poiché è necessario mantenerli nel giusto equilibrio per garantire un’azione antinfiammatoria in grado di proteggerci da numerose patologie.
L’alimentazione di oggi, molto più ricca di carne e latticini piuttosto che di pesce, apporta molti più omega 6 rispetto agli omega 3. Da questo si evince come sia fondamentale valutare il loro rapporto, per poter intervenire per tempo e correggerne lo squilibrio.

Grassi “cattivi” (saturi, trans e idrogenati).
I grassi “cattivi”, introdotti in dosi eccessive con la dieta, al contrario sono alla base dello sviluppo e dell’evoluzione di diverse patologie cardiovascolari (principale causa di morte nei paesi industrializzati) come aterosclerosi, ipertensione, infarto del miocardio ed ictus. Questo perché costituiscono il maggior costituente del colesterolo LDL che ha un grande potere aterogeno.

Il Lipidomic profile di NatrixLab

Proseguendo nell’ambito della metafora da cui siamo partiti, così come ‘il cattivo’ è necessario allo sviluppo della trama tanto quanto ‘il buono’, per quanto riguarda i grassi è importante testare il loro bilanciamento, e proprio a questo serve il Lipidomic profile di NatrixLab, che va a verificare la combinazione degli acidi grassi.

In particolare, un equilibrio tra i vari componenti:

  • Favorisce una maggiore fluidità e permeabilità della membrana plasmatica;
  • Favorisce gli scambi metabolici all’interno dell’organismo;
  • Modera le risposte infiammatorie;
  • Riduce lo stress ossidativo;
  • Riduce l’insorgenza di patologie cardiovascolari;
  • Ha effetti sulla genesi dei tumori in fase preventiva, andando a ridurre le condizioni predisponenti la comparsa della patologia;
  • Ha effetti sull’evoluzione dei tumori, andando a ridurre i substrati che sono nutrimento per le metastasi.

E se il test riscontrasse uno squilibrio?

L’unico trattamento efficace ad oggi conosciuto per riequilibrare il profilo degli acidi grassi consiste nel seguire una corretta alimentazione che tenga conto delle eventuali carenze e ove necessario integrare con fitoterapici.

Nella tabella sottostante diamo qualche indicazione di carattere generale sui valori testati dal Lipidomic profile di NatrixLab, non prima di aver avvertito che è necessario valutare caso per caso, tenendo conto della storia clinica del paziente, di patologie e di stati fisiologici particolari, come gravidanza, allattamento, età avanzata.
Per questi motivi è sempre consigliabile rivolgersi ad uno specialista in nutrizione per valutare l’integrazione più giusta sia in termini qualitativi che quantitativi.

Lista acidi grassi Potenziale rimedio
in seguito ad alterazioni
Omega-3 Polinsaturi
Alfa Linolenico (ALA)
Eicosapentanoico (EPA)
Docosapentanoico (DPA)
Docosaesanoico (DHA)
Aggiungere alla dieta grassi di origine vegetale e olio di pesce.
Omega-6 Polinsaturi
Linoleico (LA)
Gamma linolenico (DLA)
Diomo-gamma-linolenico (DGLA)
Arachidonico (AA)
Docosatetraenoico (DTA)
Aggiungere alla dieta grassi di origine vegetale, ridurre carni rosse e/o latticini.
Omega-9 Monoinsaturi
Oleico
Nervonico
Aggiungere alla dieta olio extravergine di oliva a crudo.
Omega-7 Monoinsaturi
Palmitoleico Aumentare l’intake di acidi grassi essenziali.
Saturi
Palmitico
Stearico
Arachidico
Beenico
Lignocerico
Margarico
Se eccessivi, ridurre grassi saturi e niacina.
Rapporti
LA/DGLA
Omega-3/Omega-6
Indice Omega-3
Integrare con l’acido grasso carente.

La telemedicina di Natrix al Gluten Free Expo di Rimini

Il Gluten Free Expo 2014

La presenza di Natrix al Gluten Free Expo di Rimini ha offerto l’opportunità non solo di diffondere informazioni sul Gluten Sensitivity Test, ultimo nato nella già vasta gamma di servizi diagnostici, ma anche di mettere in luce l’impegno dell’azienda dal punto di vista della terapia, con particolare attenzione alla telemedicina.

Per coloro i quali non fossero riusciti a incontrare il personale Natrix alla manifestazione dal 14 al 17 novembre, abbiamo raccolto in questa intervista alcune informazioni su Telenutrizione, la piattaforma telematica che permette un contatto costante e diretto fra medico e paziente nella gestione di un protocollo alimentare.

Telenutrizione: il servizio di telemedicina di Natrix

Bene, ho eseguito il Gluten Sensitivity Test e il risultato è positivo: ora che faccio?
Domanda ricorrente questa, da parte di chi, avendo riscontrato una sintomatologia riconducibile alle cosiddette “intolleranze alimentari”, ha effettuato il test ed è risultato intollerante a qualche alimento.

E per quanto riguarda la sensibilità al glutine, domanda anche risolutiva: se è vero, infatti, che ad oggi l’unico modo per far regredire la sintomatologia è eliminare il glutine dalla dieta, è altrettanto vero che il progressivo attenuarsi e lo scomparire dei sintomi avviene in tempi rapidi.

A questo proposito, Natrix ha investito molto nell’ambito delle ricerche sulla telemedicina, mettendo a punto Telenutrizione, una piattaforma online che aiuta il paziente a gestire il protocollo alimentare che gli è stato prescritto in diretto contatto con il nutrizionista.

Per capire meglio come funziona, abbiamo fatto qualche domanda a Serena Ravasini e Ivan Cuomo, biologi nutrizionisti presso Natrix, che seguono i pazienti mediante Telenutrizione.

Dott.ssa Ravasini, che differenza c’è fra Telenutrizione e le cosiddette ‘diete online’?
Mi sembra importante sottolineare come Telenutrizione non sia solamente una dieta online.
È più che altro un presidio che permette, mediante la connessione internet, al paziente di ricevere e di gestire più facilmente la propria dieta, e al medico di seguirlo passo passo grazie al contatto diretto.

Come funziona Telenutrizione nell’ambito specifico delle diete per il recupero della tolleranza?
Natrix, in anni di ricerca e attività nell’ambito diagnostico, ha elaborato protocolli specifici per il recupero della tolleranza, che in sintesi si basano dapprima sull’eliminazione dell’alimento o degli alimenti per un periodo più o meno lungo di tempo, prestando particolare attenzione a mantenere la dieta varia e bilanciata e tenendo conto delle specifiche esigenze di ciascuno, per andare poi a reintrodurre gradualmente i cibi nell’alimentazione del paziente.

In questo percorso, è quindi fondamentale garantire l’apporto corretto di nutrienti pur nella necessità di eliminare alcuni alimenti dalla dieta, e Telenutrizione da un lato permette al paziente di avere il quadro completo delle alternative alimentari disponibili e dei loro corretti abbinamenti, dall’altro mette in grado il medico di intervenire tempestivamente nel dare suggerimenti e avanzare proposte.

Dott. Cuomo, avere a disposizione una piattaforma telematica non rischia di spersonalizzare il rapporto fra medico e paziente?
No anzi, è l’esatto contrario. In genere, quando il nutrizionista prescrive un protocollo alimentare, gli spazi di confronto con il paziente sono principalmente individuati nei consulti periodici: ma quanti possono essere i dubbi o le incertezze che fra un consulto e l’altro non rientrano nel confronto fra il medico e il paziente?

Telenutrizione risolve questo problema nella misura in cui dà la possibilità al paziente di rivolgersi allo specialista in qualsiasi momento: è un potenziamento dell’operato del nutrizionista, non una sua sostituzione, e permette un confronto continuo con le esigenze personali dell’assistito.

È innegabile però che, almeno come impatto iniziale, una piattaforma telematica induca qualche resistenza nel paziente. Come pensate di affrontare questo aspetto?
Ci stiamo muovendo essenzialmente su due fronti.
In primo luogo, Telenutrizione raccoglie tutti i dati sulle abitudini alimentari e sui sintomi ad esse associati, e li rende non solo disponibili al paziente, ma anche fruibili nel contesto del proprio percorso terapeutico, spiegandone le correlazioni: da questo punto di vista, la piattaforma assume anche un’importante valenza di educazione alimentare, ed è perfettamente in linea con uno dei valori fondamentali di Natrix, ovvero mettere in grado il paziente di essere responsabile in prima persona del proprio stato di salute.

In secondo luogo, il reparto Ricerca e Sviluppo di Natrix si sta muovendo in accordo con l’attuale tendenza della tecnologia, con importanti risultati in termini di semplificazione nell’utilizzo della piattaforma.

Il Gluten Sensitivity Test di Natrix al Gluten Free Expo

Natrix al Gluten Free Expo di Rimini

Fra pochi giorni, per la precisione dal 14 al 17 novembre, aprirà i cancelli la terza edizione di Gluten Free Expo, Salone internazionale dedicato ai prodotti e all’alimentazione senza glutine, quest’anno non più a Brescia ma nel quartiere fieristico RiminiFiera.

In un contesto che si rivolge a tutti gli attori di questa intolleranza alimentare, dai celiaci alle aziende agli addetti alla ristorazione, non poteva mancare Natrix, che presso il Padiglione D7, Stand X19, presenterà il nuovo Gluten Sensitivity Test, fra i primi presidi diagnostici in Italia in grado di rilevare la sensibilità al glutine non celiaca.

Attiva da più di un decennio nell’ambito della diagnosi delle intolleranze alimentari, Natrix non solo ha reso disponibile il test per diagnosticare la sensibilità al glutine, ma propone protocolli alimentari specifici per il recupero della tolleranza, che possono essere somministrati al paziente mediante Telenutrizione, una piattaforma online di telemedicina che permette al paziente di gestire il proprio percorso in diretto contatto con il medico nutrizionista.

Una volta individuata questa patologia infatti, una specifica dieta per il recupero della tolleranza è in grado di far regredire i sintomi in tempi rapidi (già nel primo mese si assiste a una sensibile regressione della sintomatologia), oltre a prevenire lo sviluppo di altre allergie o sensibilità e soprattutto il possibile instaurarsi della vera e propria malattia celiaca.

Sensibilità al glutine e Gluten Sensitivity Test.

La sensibilità al glutine, che abbiamo già approfondito in questo articolo, non è celiachia né allergia al grano, sebbene i sintomi si manifestino dopo l’assunzione di glutine e vadano in rapida remissione con l’eliminazione del glutine dalla dieta.

In base ai recenti studi del Prof. Alessio Fasano, coordinatore del gruppo di ricerca sulla celiachia dell’Università del Maryland, la Gluten Sensitivity interesserebbe il 6% della popolazione (laddove la celiachia si stima interessi un individuo su 100), è dose dipendente, e dal punto di vista della sintomatologia può essere ricondotta alle cosiddette ‘intolleranze alimentari’.

Spesso la sensibilità al glutine si verifica nei soggetti che soffrono di colon irritabile e di infiammazioni intestinali, poiché più facilmente il cibo non completamente digerito entra in contatto con l’immunità e scatena una risposta infiammatoria.

I sintomi intestinali più diffusi sono:

  • stanchezza cronica, difficoltà di concentrazione e sonnolenza;
  • difficoltà digestive, gonfiore addominale, senso di nausea, dolore e crampi addominali;
  • iperacidità gastrica, gastrite;
  • diarrea, stitichezza, irregolarità intestinale;
  • flatulenza, aerofagia.

I sintomi extraintestinali più diffusi sono:

  • orticaria, acne, dermatite;
  • cefalea, emicrania;
  • asma, tosse, raucedine, eccesso di muco;
  • alterazione della pressione arteriosa, palpitazioni;
  • disturbi della libido, infiammazioni uro-genitali;
  • crampi, tremori muscolari, debolezza muscolare, dolori articolari e muscolari.

Il Gluten Sensitivity Test di Natrix utilizza la metodica standardizzata ELISA, e valuta la presenza di anticorpi:

  • IgA totali
  • IgA o IgG Anti-Transglutamminasi per escludere la possibile diagnosi di celiachia
  • IgA e IgG Anti-Gliadina per confermare la possibile sensibilità al glutine.

Il personale Natrix sarà a disposizione presso il Padiglione D7, Stand X19 per fornire tutti i dettagli su questa patologia di recente individuazione, sui propri test, e infine sui protocolli alimentari per il recupero della tolleranza, che in questo caso non significa solo accrescere la propria qualità di vita, ma prevenire l’instaurarsi di altre patologie.

I test sulle intolleranze alimentari di NatrixLab

NatrixLab al Nutrisan di Bolzano

NatrixLab, che da più di un decennio opera nel settore della diagnostica sulle intolleranze alimentari, parteciperà con un proprio stand al Nutrisan, la manifestazione su intolleranza alimentare e corretta alimentazione in programma a Bolzano dal 7 al 9 novembre 2014.

L’approccio di Nutrisan al concetto di ‘salute’ non è esclusivamente terapeutico, ma riguarda gli aspetti della prevenzione e del comportamento consapevole, allo scopo di diffondere la cultura di una corretta alimentazione e incrementare la qualità di vita per persone con intolleranze alimentari.

I settori dell’esposizione sono sei:

  1. Alimenti per intolleranti e allergici;
  2. Alimenti per particolari fasi della vita;
  3. Alimenti speciali per problemi di salute legati all’alimentazione;
  4. Functional/fortified food;
  5. Integratori naturali, tisane, erbe e fitoterapia;
  6. Attrezzi terapeutici.

In tale contesto, pensato sia per medici e farmacisti sia per persone con intolleranze alimentari o allergie, NatrixLab sarà a disposizione allo Stand A04/13 per informazioni sui propri test diagnostici.

I test sulle intolleranze alimentari di NatrixLab

Sono quattro in particolare i test di NatrixLab oggetto d’attenzione a Nutrisan, ovvero:

  1. Food Intolerance Test
    Le intolleranze alimentari (o forme allergiche ritardate) sono da associare a una vasta tipologia di sintomi che può interessare tutte le fasce d’età. Il Food Intolerance Test di NatrixLab, che si avvale della metodica ELISA, è disponibile nelle pannellature da 46, 92, 184 alimenti.Nel referto è incluso l’elenco degli alimenti, con a fianco di ciascun elemento non tollerato un istogramma che indica l’intensità della reazione nei confronti delle proteine alimentari caratteristiche di quel particolare alimento.Una volta eseguito il test, NatrixLab può anche fornire al paziente il protocollo alimentare per il recupero della tolleranza, che prevede dapprima l’eliminazione totale degli alimenti rilevati nel test, per proseguire poi con una graduale reintroduzione degli alimenti nella dieta.
  2. Celiac Test
    Il Celiac Test di NatrixLab, che si avvale della metodica ELISA ed è affidabile anche nei bambini a partire da un anno di età, permette di valutare la presenza di intolleranza permanente al glutine mediante il dosaggio degli anticorpi di classe G e A (IgG e IgA).Occorre osservare che la celiachia è una patologia sottostimata: in Italia si stima che vi siano poco più di 70.000 celiaci noti, a fronte di un numero reale valutato di circa 500.000 interessati.Eseguire il test in modo tempestivo e la conseguente adozione di un regime alimentare privo di glutine portano a un miglioramento e alla remissione totale della sintomatologia.
  3. Gluten Sensitivity Test
    I soggetti che soffrono di disturbi intestinali ed extra-intestinali correlati all’assunzione di glutine, ma che non sono né celiaci né allergici al frumento, rientrano in quella ‘zona grigia fra salute e celiachia’ oggi definita ‘sensibilità al glutine non celiaca’, di cui abbiamo diffusamente parlato in questo articolo.
    NatrixLab è fra i primi in Italia a proporre il Gluten Sensitivity Test, che sempre basandosi sulla metodica standardizzata ELISA, una volta esclusa la diagnosi di celiachia, offre un alto grado di sensibilità per i marcatori di sensibilità al glutine presi in analisi.
    Anche in questo caso, NatrixLab offre, a seguito della diagnosi di sensibilità al glutine, un collaudato protocollo di recupero tolleranza, che offre benefici in tempi rapidi (già dal primo mese si assiste alla regressione della sintomatologia) e previene il possibile instaurarsi della vera e propria malattia celiaca.
  4. Dysbio Check
    Lungo il tratto digestivo staziona un’enorme quantità di batteri, a costituire un vero e proprio organo, il microbiota.Il tipo ed il numero di batteri intestinali contribuiscono a determinare lo stato di benessere o malessere dell’apparato digerente e dell’intero organismo.Con il termine Disbiosi s’intende l’alterazione della microflora, prevalentemente batterica, che alberga nell’intestino e causa sintomi estremamente variabili che rappresentano oggi un forte disagio sociale.
    Il Dysbio Check di NatrixLab è un test indiretto rileva la presenza nelle urine di due metaboliti del triptofano (e quindi derivati da un’incompleta digestione proteica), denominati Indicano e Scatolo, consentendo di verificare l’eventuale presenza di fenomeni fermentativi e/o putrefattivi a livello intestinale.

Infiammazione da cibo e idrocolonterapia

L’intervento di NatrixLab al congresso SICT del 25-26 ottobre

Siamo già intervenuti in tema di idrocolonterapia chiedendo qualche dettaglio al Dott. Antonio Pacella, che in questa intervista ha approfondito alcuni aspetti di una pratica medica allo stesso tempo antica e controversa, e ci ha fornito qualche anticipazione sul suo intervento dal titolo ‘Gluten sensitivity e intestino’, disponibile in versione integrale in formato PDF a questo indirizzo.

Uno degli argomenti della relazione che ha suscitato maggior interesse è l’infiammazione da cibo, affrontata in tale sede con particolare riferimento alla sensibilità al glutine.

L’infiammazione da cibo sta diventando un tema di grande attualità nel campo immunologico e diagnostico: le più recenti scoperte scientifiche hanno infatti dimostrato la presenza di una vasta gamma di alimenti in grado di provocare nell’uomo un’infiammazione cronica di bassa intensità.

Una sintomatologia costituita da una serie di fastidi, talvolta anche gravi, di natura intestinale o extra intestinale, che fino a qualche anno fa veniva comunemente ricondotta nell’ambito delle intolleranze alimentari, trova oggi una più precisa collocazione nell’infiammazione da cibo: consumare spesso gli stessi alimenti, specialmente se in grande quantità, sottopone le cellule intestinali al perpetuarsi di uno stimolo che può provocare uno stato infiammatorio.

È proprio in tale contesto che si va ad inserire la sensibilità al glutine.

Sensibilità al glutine e infiammazione da cibo.

Abbiamo già parlato di sensibilità al glutine in un articolo che ne evidenzia le differenze rispetto alla celiachia, enumera i sintomi di natura intestinale e extra intestinale, e propone il Gluten Sensitivity Test, fra i primi in Italia in grado di diagnosticare tale patologia.

Quali sono le cause che rendono la sensibilità al glutine un sorvegliato speciale nell’ambito delle infiammazioni da cibo?

Il consumo in quantità sempre maggiori di cereali raffinati, e in particolare di pane, pasta, pizza e derivati, sta portando negli ultimi anni a un incremento significativo della frequenza delle reazioni avverse al glutine, con un range sempre più ampio di manifestazioni.

In Europa il consumo medio di glutine è circa 20 grammi al giorno. Ma molte persone, per via di una alimentazione ormai quasi priva di grassi, demonizzati dalle più recenti filosofie nutrizionali esistenti, arrivano a consumarne fino a 50 ed oltre nell’intera giornata.

Tra i fattori che hanno condizionato questo incremento di intolleranza al glutine non ci sono soltanto le cattive abitudini alimentari: un ruolo di primo piano va attribuito alle esigenze della produzione industriale degli alimenti, che ha favorito la selezione di varianti di grano con maggiore contenuto di glutine per ottenere impasti più elastici, ovvero più adatti alla lavorazione meccanizzata e con tempi di lievitazione inferiori rispetto al passato.

Esigenze, queste, di ambito tecnologico più che nutrizionale, perché le proteine del glutine (composto non presente in natura, che si forma quando la farina, contenente gliadina e glutenina, viene impastata con acqua) sono scarsamente digerite nello stomaco umano, e spesso giungono a contatto con la parete intestinale ancora intatte o in frammenti di grosse dimensioni, in grado di scatenare reazioni avverse di vario tipo.

In particolare la gliadina, principale proteina del glutine, altera l’omeostasi intestinale causando aumento della permeabilità intestinale, riduzione delle proteine muscolari dell’intestino, apoptosi (morte cellulare): tutto ciò va a definire non una forma attenuata di celiachia, ma appunto la sensibilità al glutine, una patologia a sé stante perché diversa dal punto di vista molecolare, sebbene scatenata dalla stessa causa.

Una volta rilevata tale patologia mediante il Gluten Sensitivity Test, un ideale protocollo terapeutico potrebbe essere costituito dall’idrocolonterapia, trattamento che permette l’eliminazione di tutti i rifiuti che si sono depositati sulle pareti intestinali, e una dieta per il recupero della tolleranza, che si basa sulla necessità di cancellare la memoria immunologica del nostro organismo mediante l’eliminazione del glutine, per poi riprogrammarla mediante la sua graduale reintroduzione.

Idrocolonterapia, un congresso a Bologna il 25 e 26 ottobre 2014

Idrocolonterapia è pratica medica

L’idrocolonterapia è un metodo efficace di lavaggio dell’intestino che avviene inoculandovi delicatamente acqua dolce filtrata.

Tale metodica si basa sulla logica che, se l’intestino non funziona bene, il corpo trattiene sostanze tossiche (scarti e prodotti del metabolismo alimentare) con il rischio di un accumulo di tossine nell’organismo.

NatrixLab, i cui punti di forza sono la produzione di test specifici per la valutazione del benessere intestinale, interverrà al congresso ‘Idrocolonterapia è pratica medica’, organizzato a Bologna il 25 e 26 ottobre dalla Società Italiana di Idrocolonterapia, dove presenterà in anteprima nazionale Newcolon, la nuova apparecchiatura per l’idrocolonterapia.

Si tratta di un dispositivo progettato considerando tutti gli elementi tecnici utili all’operatore nel rispetto del massimo comfort del paziente: composto di due sezioni separabili tra loro (la parte superiore è il dispositivo vero e proprio, quella inferiore è il carrello di supporto), è di dimensioni compatte, facilmente trasportabile, e non avendo batterie interne di alcun tipo, viene alimentato a bassa tensione, con riduzione al minimo dei rischi per paziente e operatore, da un piccolo alimentatore esterno AC/DC medical grade, a doppio isolamento.

Display grafico con touch screen, microprocessore interno che elabora i dati dei trattamenti, telecomando per il controllo dell’irrigazione e dello scarico del paziente, filtro acqua (PALL mod. AQIN) monouso sono alcune delle prerogative del nuovo macchinario che verrà presentato al congresso SICT.

In tema di idrocolonterapia, abbiamo chiesto qualche informazione al Dott. Antonio Pacella, Medico Chirurgo, specialista in Scienza dell’Alimentazione, che sabato 25 ottobre interverrà con una relazione dal titolo ‘Gluten Sensitivity e intestino’.

Conversazione con il Dott. Antonio Pacella

antonio_pacellaDi recente sul nostro sito internet siamo intervenuti sulla relazione fra sistema immunitario e benessere intestinale. Come si inserisce l’idrocolonterapia in tale contesto?
L’idrocolonterapia è una pratica che risale alla notte dei tempi: basti pensare che ha origine da pratiche risalenti alla medicina egizia del XVI secolo a.C.

Occorrerà attendere il XIX secolo prima che la procedura diventi abbastanza simile a quella praticata oggi.

Se vuole qualche riferimento preciso, posso citare Hervey Kellog, noto gastroenterologo statunitense che nel 1906 pubblicò un trattato sull’idrocolonterapia, e due studiosi di igiene sempre statunitensi, James A. Wiltsie e Joseph E. G. Waddington, che ritenevano esistesse uno stretto collegamento fra cattiva salute intestinale e cattiva salute generale.

Mi pare di capire che ci stiamo riferendo a un approccio olistico al paziente: è corretto?
Sì, è corretto. A questo proposito mi piace citare il Dott. Anthony Bassler, Professore di Gastroenterologia a New York, che a conclusione dell’osservazione di oltre 5.000 casi clinici studiati per circa 25 anni, negli anni ’30 affermò la disbiosi intestinale essere il più importante fattore primario e favorente di molti disordini e malattie del corpo umano.

L’idrocolonterapia viene sempre associata a istruzioni igieniche e dietetiche che interessano tutta la sfera di vita del malato, chiamato in prima persona ad essere responsabile di uno stato di pulizia generale che deve essere mantenuto anche dopo il trattamento.

Questo è un terreno un po’ insidioso…
Sì, anche all’epoca di Kellog, ad esempio, l’American Medical Association screditò l’idrocolonterapia, e anche oggi le posizioni in ambito medico sono tutt’altro che concordi: si tratta infatti di una delle terapie che si basano sul concetto di ‘intossicazione’ del corpo, concetto molto affascinante ma ad oggi scarsamente provato.

In generale, quindi, perché si fa l’idrocolonterapia?
Ogni giorno siamo esposti a tossine indotte dall’alimentazione, dallo stress, dall’inquinamento, che si depositano nel nostro colon e possono essere la causa di numerose patologie che interessano varie regioni del nostro corpo, come le vie respiratorie, la pelle, il sistema nervoso e le vie digestive.

L’idrocolonterapia permette l’eliminazione di tutti i rifiuti che si sono depositati sulle pareti del nostro intestino, facendo ritrovare al colon il suo ottimale funzionamento, in modo da favorire la naturale immunità e riequilibrare il processo di assimilazione ed eliminazione delle sostanze, con il conseguente miglioramento della salute globale dell’individuo.

Nel suo intervento al congresso SICT parlerà di una patologia, la sensibilità al glutine, la cui sintomatologia è assimilabile al colon irritabile. Può darci qui un’anticipazione del suo intervento?
Sì certo. Come avviene per altre condizioni di infiammazione da cibo, anche nella Gluten Sensitivity, i sintomi più comunemente riscontrati riguardano soprattutto l’intestino (permeabilità intestinale, gonfiore, diarrea, sindrome del colon irritabile, gastrite), ma anche, spesso come riflesso, il sistema respiratorio (sinusiti, bronchiti, faringiti, infezioni ripetute, asma), la pelle (eczema, orticaria dermatiti, psoriasi), il sistema nervoso (mal di testa, difficoltà di concentrazione, sindrome da stanchezza cronica, insonnia), quello genito-urinario (cistiti, vaginiti, candidosi) e quello muscolare (dolori articolari e muscolari, crampi, artrite).

È proprio la permeabilità intestinale, anche se in misura attenuata rispetto alla celiachia, a rappresentare un sintomo di grande importanza.

Infatti molti studi sulla permeabilità della barriera gastro-intestinale indicano che, in presenza di un intestino con flora batterica compromessa, viene alterata anche la produzione di enzimi digestivi, determinando la riduzione delle normali funzioni biochimiche relative a Ph, vitamine, peptidi e batteri, causando una infiammazione submucosale secondaria, tale da alterare alcuni pattern enzimatici presenti sulle membrane cellulari, in particolare sui microvilli, che in condizioni di normalità permettono la digestione fisiologica e l’assorbimento dei micronutrienti, mentre in condizioni patologiche favoriscono il passaggio di macro-molecole oltre la barriera gastro-intestinale.

Quando questo avviene, tali macromolecole, possono essere identificate come NON self e scatenare risposte immunologiche.

Per migliorare questa situazione, abbiamo a disposizione diverse terapie, tra cui chiaramente l’alimentazione, l’integrazione nutrizionale e naturalmente l’idrocolonterapia.